Lectio Divina di domenica 5 Maggio 2019 – Comunità di Pulsano

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Lectio Divina di domenica 5 Maggio 2019 a cura della Comunità monastica di Pulsano.

DOMENICA «DELLA MANIFESTAZIONE DEL RISORTO AL LAGO»

L’apparizione del Cristo a sette discepoli, sul lago di Tiberiade, segna una tappa importante nella crescita della fede pasquale. Come il Padre aveva mandato il Figlio nel mondo, così il Signore Gesù invia in missione i suoi discepoli. La rete traboccante di pesci è la parabola vivente di un apostolato che il risorto renderà fecondo e di cui Pietro, a motivo dello speciale amore che nutre per il Maestro, assumerà la responsabilità suprema. Come gli apostoli, tornati alle loro reti dopo il tragico episodio della passione, anche noi siamo tentati a volte di perdere la speranza. E se la nostra fede nella risurrezione non fosse che un’«illusione religiosa»? Se il Cristo non fosse più presente in certe nostre comunità, così chiuse in un atteggiamento di difesa e così poco inclini all’audacia apostolica? È facile essere tentati di ritornare ai soliti compiti quotidiani, stabili e rassicuranti nella loro banalità.

Invece no! Sulla riva di questo mondo c’è qualcuno, più attivo e più personale che mai, che ci invita a gettare le reti. Non riusciamo sempre a riconoscerlo fin dal primo incontro, ma c’è: è presente all’interno delle nostre solidarietà umane e professionali, nella nostra vita di credenti insoddisfatti di una fede inerte, nell’impegno di coloro che cercano la verità, amano e perdonano, di coloro che lottano per un mondo migliore e più giusto. Ed è presente nel pane che spezziamo insieme facendo memoria di lui, per tornare poi alla realtà della vita quotidiana, sostenuti dalla forza nuova dell’agape. E sarà per essa che anche a noi, come a Pietro, verrà il coraggio di gettarci in acqua.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 65,1-2

Acclamate al Signore da tutta la terra,

cantate un inno al suo nome,

rendetegli gloria, elevate la lode. Alleluia.

Nell’antifona d’ingresso, dal Sal 65,1b-2 AGC, l’Orante vuole cantare al Signore per tutti i benefici di cui fu gratificato. Nella versione ispirata, che è quella greca, seguita dalla Volgata, il titolo di questo Salmo è molto singolare: «canto del Salmo di resurrezione» (v. 1a). Di fatto il poema parla delle prove di morte subite, e insieme dell’intervento onnipotente del Signore, che libera e dona la sua pace ai suoi fedeli. L’applicazione alla Resurrezione è conseguente. Perciò l’Orante, nel tempo della salvezza, tempo benedetto, con un imperativo innico investe la terra intera affinché “giubili” festosamente in Dio (v. 1b; anche Sal 80,2; 94,1; 97,4; 99,1). La Redenzione è avvenuta (Is 44,23).

Ma la terra intera, ossia tutte le nazioni, sono chiamate con un altro imperativo innico alle parole d’esultanza e d’adorazione dovute al Signore Vivente, i Salmi, non perciò altri inni e canti, che sarebbero propriamente profani e non accettati dal Signore che si vuole celebrare (v. 2a). Lezione valida oggi, con le assemblee invase e invasate da canti scipiti e banalizzanti (nuovo stile occidentale della preghiera?). Il destinatario unico dei Salmi è il Nome divino adorabile, Potenza di salvezza e Presenza di Bontà sempre operante, Nome glorioso e indicibile (Is 42,12), che deve diventare ormai per i fedeli la Lode a cui si tributa la glorificazione (v. 2b). Non esiste motivo più grande dell’opera massima della Redenzione avvenuta, la Resurrezione di Cristo.

I Colletta

Esulti sempre il tuo popolo, o Padre,

per la rinnovata giovinezza dello spirito,

e come oggi si allieta per il dono della dignità filiale,

così pregusti nella speranza

il giorno glorioso della risurrezione.

Per il nostro Signore…

La redenzione è avvenuta, l’infinita divina misericordia si è manifestata nei segni percepibili della sua Morte e della sua Resurrezione perciò tutta l’assemblea liturgica e dunque la terra intera, su invito dell’orante del salmo 65, è chiamata affinché acclami festosamente il Nome divino adorabile, Presenza di Bontà sempre operante, Nome glorioso ed indicibile.

Canto all’Evangelo

Alleluia, alleluia.

Cristo è risorto, lui che ha creato il mondo,

e ha salvato gli uomini nella sua misericordia.

Alleluia.

Il canto all’evangelo è un testo composito. La Resurrezione è di una Persona singolare, il Creatore stesso dell’universo, che quindi pur essendo il Signore eterno, tuttavia come Uomo vero morì e resuscitò verso l’eternità. La sua infinita divina Misericordia si è manifestata nei “segni” percepibili della sua Morte e della sua Resurrezione.

Il tema unificante di questa III domenica di Pasqua è la teofania (manifestazione) di Cristo resuscitato, le sue apparizioni. Per la sua ricchezza di teologia simbolica, che il linguaggio molto semplice non nasconde, la pericope di Giovanni è stata molto commentata dai Padri della chiesa. Ricordiamo brevemente che la confessione di fede di Tommaso e le parole che Gesù gli rivolse, insieme con la nota dell’evangelista circa il fine per cui scrisse l’evangelo, originariamente costituivano la conclusione del 4 evangelo. Però, siccome di fatto non conosciamo l’evangelo senza questo capitolo 21, continuiamo a considerarlo come parte integrante del libro. D’altra parte, la scena mette in rilievo un altro pensiero interessante: finora, Gesù era stato pastore. Ora, nel tempo della Chiesa, questo ufficio è affidato a Pietro.

La Chiesa carismatica del quarto evangelo getta un ponte verso la Chiesa istituzionale dei sinottici e in particolare di Matteo. I vv. 1-14 ci parlano di Gesù che appare ai discepoli tornati in Galilea (v. 1); di una pesca miracolosa (vv. 2-8); di un convito (vv. 9-13); i vv. 15-19 del mandato dato a Pietro e la sua sequela.

Un confronto con gli altri evangelisti dice che troviamo un parallelismo solo con Luca per quanto riguarda la pesca miracolosa (Lc 5,1-11). Anche se molti elementi distinguono i due racconti, tuttavia essi trattano lo stesso tema, quello dei pescatori di uomini. La promessa fatta a Pietro nella prima pesca (cf. Mt 4,19 e Mc 1,17) è confermata oggi dal Signore glorificato. A proposito di «Signore» notiamo (com’è tipico dell’evangelista Giovanni) come dopo la Resurrezione, quando il Cristo agisce è «Gesù», quando è oggetto della considerazione dei discepoli è «il Signore, ho Kyrios».

I Lettura: At 5,27b-32.40b-41

Luca tiene a distinguere accuratamente i sadducei, «i quali dicono non esistere resurrezione né angelo né spirito» (At 23,8). Essi sono infiammati di avversione per la predicazione degli Apostoli e per il loro successo, e così li fanno arrestare (vv. 17-18); un Angelo li libera e li esorta a predicare nel tempio (vv. 19-2la); i sacerdoti sadducei ne prendono atto, e sono informati della loro predicazione nel tempio (vv. 21b-25); allora per timore del popolo, li convocano pacificamente (vv. 26-27a). È un’occasione magnifica offerta agli Apostoli per testimoniare davanti al sinedrio dominato dai sadducei (v. 27b). Adesso si procede all’interrogatorio, e anzitutto il sommo sacerdote (Caifa) contesta agli Apostoli che non solo disobbedirono al precetto formale (4,18) di non predicare «in questo Nome», ma hanno fatto molti proseliti, e cercano così di far ricadere il sangue del Crocifisso sul sinedrio (v. 28). Assieme agli Apostoli, Pietro, che è il loro capo e portaparola, risponde la famosa frase: «Obbedire a Dio più che agli uomini» (v. 29). E poi espone il kérygma tripartito:

  1. la Promessa ai Padri, Cristo morto e risorto, reso da Dio Condottiero e Salvatore, esaltato nella Gloria,
  2. che dona lo Spirito Santo,
  3. sotto i termini di metànoia, conversione, e àphesis hamartión, remissione dei peccati (Gv 20,22-23) (vv. 30-31).

Poi Pietro rivendica di essere lui e i confratelli, i testimoni di questi rhèmata, parole fatti. Ma con essi è Testimone divino lo stesso Spirito Santo, Dono del Padre a tutti i credenti «in Lui», in Cristo (v. 32).

Gli Apostoli sono difesi inaspettatamente dal famoso rabbi Gamaliel, uomo giusto, con un argomento ad hominem: già molte fazioni ebraiche si posero come movimenti messianici, con iniziale successo, ma furono disperse (dalle stragi e rappresaglie feroci dei Romani; vv. 33-37). Tuttavia, se la comunità degli Apostoli è solo movimento umano, cadrà da sé. Se è da Dio, è intangibile, se no Dio stesso si disgusta (vv. 38-39). Il sinedrio infligge agli Apostoli pene corporali, e li diffida dal predicare «nel Nome di Gesù», congedandoli (v. 40).

La reazione degli Apostoli è straordinaria: se ne vanno nella gioia, per essere stati resi degni da Dio di essere oggetto di obbrobrio «a causa del Nome» divino salvifico, Gesù Cristo Risorto (v. 41). E seguitavano a frequentare quotidianamente il tempio e a insegnare la Parola casa per casa e a evangelizzare Cristo Gesù (v. 42), obbedendo di fatto solo a Dio.

Esaminiamo il brano

1 – I vv. 1 e 14 sono di carattere redazionale: formano cioè una inclusione letteraria e perciò delimitano la pericope dell’apparizione del risorto e nello stesso tempo la legano a quella del c. 20. Il verbo tecnico phaneróō all’attivo nel v. 1 – il Signore manifestò se stesso – e al passivo o medio al v. 14 – fu manifestato (dal Padre), o si manifestò – suggerisce che tutta la pericope intermedia va compresa come la totalità della Manifestazione divina del Risorto. Il v. 1 poi ripete il verbo all’attivo 2 volte.

2 – Gesù appare ai discepoli i quali stavano insieme e sono 7 (numero altamente simbolico) e ci viene dato un elenco di nomi. Veri protagonisti, lo vedremo, sono Pietro e il discepolo che Gesù amava.

Nulla ci fa pensare che il ritorno alla vecchia attività sia da considerarsi una specie di diserzione (cf. Gv 16,32); anzi molti studiosi vi vedono l’obbedienza dei discepoli ad un ordine di Gesù (cf. Mt 26,32; 28,7; Mc 14,28; 16,7).

3 – Abbiamo già visto come lo sforzo dei discepoli lasciati a se stessi sia vano (cf. Gv 15,5); anche quella notte il loro lavoro è sterile, senza frutti.

4-6 – Sul fare del giorno si contrappone l’abbondanza della pesca fatta su invito di Gesù. Il racconto è il ritratto dello sforzo della comunità senza Cristo (sterile) e con Cristo (fecondo). La pesca = missione è fruttuosa soltanto se si obbedisce alla parola del Signore. Gesù invita a gettare la rete dalla parte destra: la destra nell’antichità era il lato più favorevole. Possiamo dire, aiutandoci con i testi, che da destra viene ogni Bene Divino:

  1. Ez 47,1-2 l’acqua dal tempio (ricorda il sangue + acqua che esce dal costato del Signore, Gv 19,34);
  2. a destra sono posti «i benedetti dal Padre» che operarono la carità, Mt 25,33;
  3. alla destra del Padre regna Cristo risorto, Mc 16,19;
  4. è la destra del Signore che opera meraviglie potenti, Es 15,6a e Sal 97,1.

Anche per noi a tavola, almeno secondo le regole della buona società, il posto alla destra del padrone di casa è considerato il più importante ed è riservato all’ospite di riguardo.

78 Ancora una volta il discepolo che Gesù amava intuisce per primo (Gv 20,8) che lo sconosciuto è il «Signore» e lo comunica a Pietro. Impulsivo come sempre Pietro è impaziente di incontrare per primo il Signore e si getta a nuoto.

Questo precedere il resto dei discepoli e giungere per primo è carico dì significato, che verrà esplicitato nei vv. 15-19; come nel v.3 1a pesca è su iniziativa di Pietro, nel v.11 è lui ancora che trae a terra la rete dall’unica barca.

9 – Prosegue la manifestazione, anche qui in forma altamente simbolica: abbiamo il fuoco, il pesce, il pane.

«Il pesce vive in un ambiente diverso da quello degli uomini che morirebbero se vi si introducessero. Il pesce deve uscire dal suo ambiente, entrare in quello degli uomini (l’aria), morire, essere cotto al fuoco per diventare cibo buono e salutare.

Così il Cristo, che abita la luce inaccessibile che farebbe morire all’istante una creatura umana che vi si avvicinasse, per divenire cibo della vita = salvezza per gli uomini si fa carne (Gv 1,14) entra nella storia degli uomini e muore affrontando il Fuoco dello Spirito» (da S. Agostino Sermo 227).

È una interpretazione classica tra i Padri e trova applicazione tra i fedeli.

10-11 – Pur disponendo dell’occorrente per il pasto Gesù s’informa del pesce che hanno preso, tutto destinato ad essere cotto al fuoco e mangiato.

A differenza della pesca miracolosa di Luca qui la rete non si strappa (Lc 5,6), è intatta. Abbiamo già detto che è Pietro da solo che prende i 153 grossi pesci dall’unica barca. Sul numero 153 che certamente ha un suo simbolismo (a noi purtroppo oscuro), i Padri della Chiesa hanno fatto una quantità enorme di supposizioni. Lo stesso S. Agostino vi torna sopra diverse volte ricorrendo in modo più sofisticato alla matematica: 153 è una cifra triangolare la cui base è 17, ossia 10+7, due numeri biblici simbolici indicanti moltitudine e totalità: si raffigurerebbe, così, la pienezza della Chiesa. Dal vescovo di Ippona in avanti si sono moltiplicati i calcoli sempre con sbocchi simbolici: 100 sono i Gentili, 50 gli Ebrei, il 3 evoca la Trinità, per Cirillo di Alessandria; oppure 153 è la somma dei valori numerici delle lettere ebraiche qhl h’hbh , cioè “chiesa dell’amore”, per l’esegeta Heinz Kruse; un altro studioso, John A. Emerton, sulla base di un passo del profeta Ezechiele (47,10) che descrive i pescatori posti tra Enghedi ed EnEglaim sul mar Morto, scopre che quei due toponimi hanno come somma proprio 153, sempre secondo il valore numerico delle lettere, tipico di quella particolare scienza simbolica detta la “gematria”…

L’interpretazione più plausibile sembra essere quella di S. Girolamo: i naturalisti dell’antichità conoscevano 153 specie di pesce, il che equivale a dire «ogni sorta di pesci», vedi anche Mt 13,47 nella parabola del regno.

Dalla matematica dell’antichità 153 è un numero triangolare, costituito dalla somma delle prime 17 cifre. La regola d’oro quando il simbolismo è spiegato all’infinito, è lasciarlo nel mistero e non ricorrere a fantasie.

12 – Il miracolo rivela ai discepoli la presenza di Gesù e nessuno osa domandargli se è proprio lui. Non lo domandano perché sanno, è ridicolo informarsi dell’identità di chi si conosce.

13 – Gesù distribuisce pane e pesci, silenzioso memoriale della moltiplicazione dei pani (Gv 6,11) e dell’ultima cena.

14 – Già commentato, 3 apparizioni = pienezza (vedi simbologia del numero 3).

15-19 Conseguenza del convito è il triplice richiamo del Signore a Pietro.

La triplice domanda richiama il suo triplice rinnegamento (Gv 13,38; 18,17.25.27). Esiste una reale debolezza di Pietro ma nonostante tutto gli viene affidata la missione (cf. Mt 16,18; Lc 22,32; Gv 1,42). La sua solidità viene unicamente dal Signore. Pietro è pastore e roccia per grazia e non per merito (i titoli sono riferiti a Jahvé che guida il suo popolo, cf. Gen 49,24). Si richiedono perciò umiltà e fede; Pietro ne è consapevole, si confronti la baldanza in Gv 13,37 con il nostro v. 17 : «tu sai tutto». Pietro non afferma di amare più degli altri, si appella alla chiaroveggenza del Signore che sa leggere nel cuore dell’uomo. Nella domanda di Gesù per il verbo amare è usato il verbo «agapáō»; Pietro risponde usando il verbo «philéō». Il verbo agapáō è scelto dagli autori sacri per indicare l’amore di Dio, che dona tutto di se all’altro senza riserve o pretese; il verbo philéō traduce un attaccamento umano, l’affetto, l’amicizia. L’amore che Gesù esige è quello impegnato nel servizio di Dio e degli uomini, testimonianza data con l’offerta della vita (cf. Gv 10,18 il pastore che da la vita).  Seguire Cristo ed essere in cammino con lui significa ripercorrere la strada del Cristo terreno, cioè la via della croce. Come il Padre ha mandato il figlio così Gesù manda Pietro, i discepoli e noi.

15 «Pasci»: att. Imp. presente; in greco bóskō = condurre al pascolo, alimentare. Questo verbo indica la cura con cui il pastore sceglie il nutrimento delle pecore, sia in pascoli che in cibo dato direttamente (d’inverno, quando nevica o c’è tempesta).

«agnelli»: il greco arníon = è un diminutivo (agnelletti, che in greco ellenistico può equivalere al nome comune normale agnello; solo qui in Giovanni) sono i piccoli del gregge, per i quali la scelta deve essere più accorta.

16 «Pasci»: att. Imp. presente; in greco poimaínō è un verbo che abbraccia tutte le attività del pastore verso il gregge senza sottolineare una di esse in particolare (come invece era bóskō cercare il nutrimento).

«pecorelle»: in greco próbaton = sono gli adulti del gregge, maschi e femmine. Quindi unendo piccoli (arníon) e adulti (próbaton) Giovanni vuole indicare la totalità del gregge.

17 «Pasci»: att. Imp. presente; in greco bóskō. Questo terzo verbo, ripete il primo, ma con questa terza esortazione Gesù sceglie Pietro come depositario della sua autorità di tenero pastore per eccellenza: bóske tà próbatá mou (pasci le mie pecorelle).

«pecorelle»: ancora próbaton termine generico, che preso questa volta senza altri confronti, indica tutto il gregge, formato da piccoli e grandi.

Il Signore comanda a Pietro e a quanti nella Chiesa saranno chiamati al servizio del gregge: nutri con la mia Parola e il mio corpo la mia Chiesa. Comando che Pietro ricorda in maniera molto vivida: «Obbedire a Dio più che agli uomini» (Il v. 29 della prima lettura liturgica). Pietro rivendica poi di essere lui e i confratelli, i testimoni di rhèmata, parole fatti. Ma con essi è Testimone divino lo stesso Spirito Santo, Dono del Padre a tutti i credenti «in Lui», in Cristo (v. 32).

Antifona alla Comunione Cf Gv 21,12.13

Disse Gesù ai suoi discepoli:

«Venite a mangiare».

E prese il pane e lo diede loro. Alleluia.

Ancora oggi il Risorto, servendosi della sua Parola e della bocca del celebrante, invita imperativamente i suoi fedeli al suo Convito, nel pieno Giorno, il «suo» Giorno, Domenica. Li ha battezzati con Spirito Santo e Fuoco, e Spirito Santo e Fuoco dona a essi ancora e sempre, per renderli «unico pane, unico corpo», il Corpo di Cristo che è la Chiesa (1 Cor 10,16-17). La Parola comincia a donare il Fuoco della trasformazione, che deve restare a bruciare i loro cuori. I Misteri divini sono il Fuoco divino, grande tema biblico e patristico, molto conosciuto in Oriente; nel Messale romano molti testi ne parlano, però il tema resta noto solo ai grandi spirituali. I fedeli, oggi qui come Chiesa, sono chiamati ancora una volta a farsi infiammare d’amore verso Dio e i fratelli, nel segno unico della Resurrezione: «La Resurrezione del Signore nostro Gesù Cristo è la forma della fede cristiana» (S. Agostino, Sermo Guelferbitanus 12,1).

18 – «ti gingerà»: il futuro nel linguaggio profetico denota sicurezza e fiducia nel realizzarsi dell’azione indicata. Anche Agabo (cf At 21,11-12) si legò mani e piedi con la cintura di Paolo, per predirgli l’arresto.

«ti porterà»: il verbo greco phérō è più forte del semplice condurre; un vecchio infatti è quasi più portato che condotto, anche fisicamente.

«non vuoi»: è un ind. pres. Il futuro a volte subisce l’influsso semitico, specie aramaico, e viene sostituito dal presente particolarmente nel futuro prossimo. Il presente in questo caso aggiunge drammaticità alla predizione.

«con quale morte…»: di per sé l’espressione ti porterà dove tu non vuoi non indica nessun genere di morte: in analogia con frasi dette da Giovanni a proposito di Gesù (cf 12,33; 18,32) essa viene intesa come predizione del martirio per crocifissione.

II Colletta

Padre misericordioso,

accresci in noi la luce della fede,

perché nei segni sacramentali della Chiesa

riconosciamo il tuo Figlio,

che continua a manifestarsi ai suoi discepoli,

e donaci il tuo Spirito,

per proclamare davanti a tutti

che Gesù è il Signore.

Egli è Dio…