Lectio Divina del 26 giugno 2016

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Prima lettura: 1Re 19,16.19-21

In quei giorni, il Signore disse a Elìa: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto». Partito di lì, Elìa trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.

Viene narrato in questo brano la chiamata di Eliseo, destinato a succedere a Elia. Il contesto è quello di una vita semplice, entro le preoccupazioni di ogni giorno, come farà Gesù con i suoi discepoli. L’ordine del Signore è di ungere Eliseo: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto». Il rituale dell’unzione del re viene esteso anche al profeta. Il profeta è un uomo che deve avere lo Spirito, per dire le parole del Signore e agire secondo la sua volontà. «Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello» (v. 19). È  un gesto che esprime l’idea di protezione e di appartenenza, ma anche il passaggio dei poteri e di altre forze speciali da un uomo ad un altro. Qui esprime la chiamata, la nuova dignità con cui Eliseo viene avvolto. Il possidente benestante (aveva 12 paia di buoi), ora ha una eredità, quella di non lasciare estinguere l’opera di Elia, il suo zelo per il Signore. Alla richiesta di Eliseo di andare prima a salutare i parenti, Elia risponde: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Ormai non appartiene più a quel mondo. Eliseo accoglie pienamente la nuova missione abbandonando l’attività precedente e la sua famiglia con un banchetto di carne e di buoi cucinati sul fuoco prodotto dall’aratro.

Seconda lettura: Galati 5,1.13-18

Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.  

Paolo ricorda ai cristiani di Galazia lo spirito del vangelo che avevano accolto con gioia agli inizi. Ora rischiano di ricadere nel mondo della religiosità ebraica, pensando che si dovessero ancora osservare le prescrizioni antiche per poter piacere a Dio. In questo modo veniva oscurato il dono straordinario che avevano ricevuto dalla Pasqua di Cristo. L’Apostolo richiama innanzitutto i fatti con verbi al modo indicativo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!». La redenzione per lui è un esodo, un uscire dalla schiavitù dell’Egitto per ritornare alla libertà al seguito di Gesù Cristo. Solo lui ci può guidare al Padre. La legge mosaica aveva avuto un ruolo importante nella formazione del credente ebreo. Ora ha esaurito la sua funzione. La situazione in cui i fratelli si trovavano prima dell’annuncio del vangelo era quella di uomini carnali: «La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito» (v. 17). Vivevano sperimentando ogni giorno l’incapacità a compiere la legge dell’amore. Ora però hanno ricevuto lo Spirito di Cristo risorto dalla morte. Hanno quindi la capacità di compiere la legge dell’amore. Allora Paolo li esorta con verbi all’imperativo: «mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (v. 13) e «camminate secondo lo Spirito» (v. 16). Solo lasciandosi guidare dallo Spirito il cristiano può essere libero di amare come desidera.

Vangelo: Luca 9,51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Esegesi

Con questo brano inizia una nuova sezione del vangelo di Luca, il cosiddetto «racconto di viaggio» (9,51-19,27). Il contesto è un lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, perché «non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (13,33). Gesù all’inizio del suo ministero era stato respinto dai nazareni (4,16ss), ora è respinto da un villaggio di Samaritani.

Nella prima parte del brano Luca fa notare l’atteggiamento dei discepoli a confronto con Gesù (9,51-56). Essi non appaiono in sintonia con lui. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (v. 51): Viene richiamato l’evento centrale della missione di Gesù, il mistero pasquale. Vi è anche un riferimento del rapimento di Elia in cielo su un carro di fuoco (1Re 1,11-12). Gesù si incammina deciso, confidando nell’assistenza di Dio come il Servo di JHWH. E mandò messaggeri davanti a sé (v. 52): si tratta di Giovanni e Giacomo. Il villaggio samaritano nega l’ospitalità a Gesù. I due discepoli reagiscono come se avessero ricevuto un torto personale e si sentono investiti dello stesso furore di Elia, che fece scendere fuoco dal cielo sui soldati del re Acazia (2Re 1). Gesù non è d’accordo con questo atteggiamento e rimprovera i discepoli. Il termine «rimproverò» significa anche «minacciò», un verbo usato per gli esorcismi.

Un commento potrebbe essere quello inserito nel testo da alcuni manoscritti antichi: «Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle». Gesù si sente «salvatore», il suo è tempo di salvezza e non di condanna. Si sa che la tolleranza di Gesù ha portato grandi frutti di conversione tra i samaritani dopo la pasqua (cf. At 8,8-25).

Nella seconda parte del brano Luca parla invece della sequela di Gesù: come essere in sintonia con lui. Inserendo questo episodio nel contesto del cammino verso Gerusalemme, Luca fa emergere l’esigenza che il discepolo segua il maestro incondizionatamente sulla via della croce. Gesù forma i discepoli dicendo loro la verità. A un tale che si offre di seguirlo presenta la sua vita continuamente a disposizione di tutti. Non è possibile quindi costruirsi un nido, una dimora fissa dove porre i propri beni: «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (v. 58).

Un secondo invece è invitato direttamente da Gesù: «Seguimi» (v. 59), ma gli ricorda pure che le esigenze del Regno sono urgenti, non ammettono dilazioni, neppure di fronte ai doveri verso i genitori. Gesù ha bisogno ora di operai, non quando i genitori sono già morti. «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» (v. 60). Se ora, nel momento della chiamata, non ci si converte e non si entra nella nuova vita del Regno, si continua a appartenere al mondo dei morti, a coloro che non hanno accolto la nuova vita. La presenza di Gesù poi segna la fine del potere della morte e perciò il discepolo non può fare lutto, ma deve gioire per esprimere così l’irruzione del regno di Dio nel mondo.

Un terzo poi si offre spontaneamente a Gesù come il primo. Prima però vuole salutare i propri parenti come Eliseo (1Re 19,19-21). Nessuno che mette mano all’aratro… (v. 62): L’urgenza del Regno non ammette ripensamenti o lentezze. Il discepolo è colui che non guarda mai indietro, né per rimpiangere quanto ha lasciato, né per compiacersi di quanto ha fatto seguendo il Cristo. È come Paolo «dimentico del passato e proteso verso il futuro» (Fil 3,13).

Il seme e il frutto
Prendi un seme di girasole e piantalo nella terra
nel grembo materno
e aspetta devotamente: esso comincia a lottare,
un piccolo stelo si drizza allo splendore del sole
cresce, diventa grande e forte
abbraccia con la corona verde delle sue foglie
finché tutto intero splende al sole
diventa gemma e fiorisce un fiore.
E nella fioritura, seme dopo seme,
c’è, mille volte tanto, l’essenza futura.
E tu pianti nuovamente i mille semi,
e sarà lo stesso spettacolo, la stessa parabola.
Affonda l’anima nelle mille fioriture dei mille e mille germogli
abbracciando tutto, e poi guardando all’indietro
guida verso casa i pensieri e pensa:
tutto ciò era nel primo seme.
Christian Morgenstern

Meditazione

Cammino, sequela, viaggio, itinerario… C’è uno spostamento – quello spaziale diviene simbolo di quello esistenziale – da compiere per dirsi credenti. I brani biblici oggi sottoposti alla nostra riflessione e preghiera colgono più l’atto interiore della decisione che il cammino stesso, mettono a fuoco il primo momento dell’itinerario, l’elaborazione intima personale. Facendo peraltro emergere immediatamente, insieme a speranze e attese, difficoltà, resistenze e timori. Più che a una revisione successiva degli avvenimenti, siamo invitati a porre attenzione ai primi desideri che si affacciano alla coscienza dell’aspirante discepolo.

È Gesù stesso il primo a porsi in questa determinazione. L’evangelista Luca afferma – segnando una svolta anche strutturale nel piano complessivo del suo intero racconto – che «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51). La vita riserva sempre numerose sorprese e con gli imprevisti ognuno di noi deve fare fin da subito i conti: saper trarre lezione e stimolo da tutto ciò è segno di maturità e realismo. Eppure, anche se le cose poi non vanno come ci si era aspettati, è necessaria una decisione anteriore e interiore che motiva e prepara alla disponibilità di ciò che… non avevamo previsto! Se Gesù, nel suo ministero pubblico, ha fino ad ora compiuto un itinerario apparentemente circolare, senza meta, ora sembra ben determinato ad assumerne una precisa. Gesù sembra abitato anche da una certa fretta: qualcosa lo urge interiormente e un luogo – Gerusalemme – sembra attrarlo a sé come una calamita. Non si tratta però di giungere al più presto in un luogo fisico – in tal caso le compagnie turistiche e aeree risulterebbero le migliori discepole del vangelo! – ma di raggiungere una più completa elaborazione interiore, così che il viaggio, con tutte le sue imprevedibili tappe, acquisti uno spessore esistenziale maggiore. Questo orientamento è tanto necessario e radicale che nemmeno le difficoltà o i fallimenti che certamente si incontreranno possono definitivamente sovvertirlo. Ci si potrà ravvede-re su alcune scelte o su certi atteggiamenti, si potrà riflettere sugli avvenimenti occorsi facendone motivo di ulteriore maturazione e adesione alla realtà, ma tutto ciò non potrà bloccare o impedire lo svolgersi del viaggio, come attesta l’esperienza in terra di Samaria immediatamente riferita (cfr. 9,52-56).

Il cosiddetto racconto della vocazione di Eliseo e la seconda parte del brano lucano sottopongono alla nostra meditazione alcuni ‘casi storici’ di inizio del cammino di sequela del Signore. Sia che si tratti di rispondere a un appello esplicito proveniente da chi è già in cammino (cfr. 1Re 19,19-20; Lc 9,59-60) o di accogliere un richiamo interiore che si manifesta in una volontaria generosità (cfr. Lc 9,57-58.61-62), nessuno è lodato né incoraggiato; piuttosto vengono immediatamente espresse possibili prossime difficoltà o sono comunicate ulteriori esigenze del cammino stesso. In fondo, viene subito richiesto un ‘supplemento’ di libertà (cfr. Gal 5,13), quasi a visualizzare come la sequela reale è sempre al di là di ogni nostra pur buona e necessaria apertura: si potrebbe forse arrivare a dire che stare die-tro al Signore è faccenda nostra ma anche del Signore stesso, che deve aprire un ulteriore varco nella nostra adesione al vangelo. La sintesi magnifica di tutta la parola di Dio, che Paolo esprime nella seconda lettura in quel «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14), appare subito impegnativa, esigente ma anche fortemente liberante. Sia che si tratti di rinunciare a una qualche ‘comodità’, di saper dare un ordine nuovo alle priorità della vita o di saper portare la solitudine e reggere alla durata di un impegno definitivo, è solo lo Spirito che può realizzare le nostre aspettative oltre i nostri stessi desideri. «Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (Gal 5,16-17). La sequela diviene questione eminentemente interiore, dove non è più possibile scaricare sugli altri, sulle vicende della vita, sugli imprevisti il proprio fallimento. Si tratta di affidarsi con totalità allo Spirito e giocarsi con quella determinazione che il Signore ci domanda e ci testimonia. «Se vi lasciate guidare dallo Spirito…» (Gal 5,18).

Preghiere e racconti

La chiamata di Cristo colma il cuore dell’uomo
Le letture bibliche della santa Messa di questa domenica mi danno l’opportunità di riprendere il tema della chiamata di Cristo e delle sue esigenze, tema sul quale mi sono soffermato anche una settimana fa, in occasione delle Ordinazioni dei nuovi presbiteri della Diocesi di Roma. In effetti, chi ha la fortuna di conoscere un giovane o una ragazza che lascia la famiglia di origine, gli studi o il lavoro per consacrarsi a Dio, sa bene di che cosa si tratta, perché ha davanti un esempio vivente di risposta radicale alla vocazione divina. E’ questa una delle esperienze più belle che si fanno nella Chiesa: vedere, toccare con mano l’azione del Signore nella vita delle persone; sperimentare che Dio non è un’entità astratta, ma una Realtà così grande e forte da riempire in modo sovrabbondante il cuore dell’uomo, una Persona vivente e vicina, che ci ama e chiede di essere amata.

L’evangelista Luca ci presenta Gesù che, mentre cammina per la strada, diretto a Gerusalemme, incontra alcuni uomini, probabilmente giovani, i quali promettono di seguirlo dovunque vada. Con costoro Egli si mostra molto esigente, avvertendoli che “il Figlio dell’uomo cioè Lui, il Messia non ha dove posare il capo”, vale a dire non ha una propria dimora stabile, e che chi sceglie di lavorare con Lui nel campo di Dio non può più tirarsi indietro (cfr Lc 9,57-58.61-62). Ad un altro invece Cristo stesso dice: “Seguimi”, chiedendogli un taglio netto dei legami familiari (cfr Lc 9,59-60). Queste esigenze possono apparire troppo dure, ma in realtà esprimono la novità e la priorità assoluta del Regno di Dio che si fa presente nella Persona stessa di Gesù Cristo. In ultima analisi, si tratta di quella radicalità che è dovuta all’Amore di Dio, al quale Gesù stesso per primo obbedisce. Chi rinuncia a tutto, persino a se stesso, per seguire Gesù, entra in una nuova dimensione della libertà, che san Paolo definisce “camminare secondo lo Spirito” (cfr Gal 5,16). “Cristo ci ha liberati per la libertà!”  scrive l’Apostolo e spiega che questa nuova forma di libertà acquistataci da Cristo consiste nell’essere “a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,1.13). Libertà e amore coincidono! Al contrario, obbedire al proprio egoismo conduce a rivalità e conflitti.

(Le parole che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della recita dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro, domenica, 27 giugno 2010).

Un cuore puro
 “Ah, frate Leone, credimi  riprende Francesco  non preoccuparti tanto della purezza della tua anima. Volgi il tuo sguardo a Dio, ammiralo, gioisci di ciò che è nella sua santità; ringrazialo perché esiste. Questo significa, o mio giovane fratello, avere un cuore puro. E quando guardi a Dio in questo modo, non far più ritorno a te stesso, non chiederti più a che punto è il tuo rapporto con Dio. La tristezza di non essere perfetto e di scoprirsi peccatore è ancora un sentimento umano, troppo umano. Bisogna puntare lo sguardo più in alto, sempre più in alto; c’è Dio, ci sono l’immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quello che non smette mai di adorare il Dio vivente e vero, che si interessa in modo profondo alla vita stessa di Dio e che è in grado, in mezzo a tutte le sue miserie, di vibrare dinanzi all’eterna innocenza e all’eterna gioia di Dio. Un cuore così è allo stesso tempo nudo e vestito: gli basta che Dio sia Dio. In questo soltanto trova tutta la sua pace, tutta la sua santità”.

“Dio però pretende da noi sforzi e fedeltà”, fa notare frate Leone.

“Sì, indubbiamente” replica Francesco; “ma la santità non è una realizzazione di sé e neppure una pienezza che ci si offre. È innanzitutto un vuoto che scopriamo e che accettiamo e che Dio viene a riempire nella misura in cui ci apriamo alla sua pienezza. Vedi, il nostro nulla, se lo accettiamo, diventa lo spazio libero in cui Dio può ancora creare. Il Signore non permette a nessuno di rubargli la gloria: egli è il Signore, l’Unico, il solo che è santo. Eppure prende per mano il povero, lo tira fuori dal fango e lo fa sedere tra i principi del suo popolo perché osservi la Sua gloria. Dio diventa così il cielo della sua anima. Contemplare la gloria di Dio, fra’ Leone, scoprire che Dio è Dio, eternamente Dio, al di là di quello che siamo o che possiamo essere, gioire pienamente di ciò che è, estasiarsi di fronte alla sua eterna giovinezza e ringraziarlo perché esiste, perché è infallibile nella sua misericordia: questa è l’esigenza più profonda di quell’amore che lo Spirito del Signore non smette mai di diffondere nei nostri cuori. Questo vuol dire avere un cuore puro. Ma tutta questa purezza non si raggiunge attraverso sforzi e sacrifici.”

“Come, allora?” chiede Leone.

“Bisogna semplicemente rinunciare a tutto di sé. Spazzare via ogni cosa, anche la stessa acuta percezione della nostra miseria. Fare tabula rasa, accettare di essere poveri, rinunciare a tutto ciò che è pesante, al peso stesso dei nostri errori. Vedere soltanto la gloria del Signore, lasciarsene irradiare. Dio è: questo basta. Il cuore diventa allora leggero, si sente diverso, come una rondine persa nello spazio immenso ed azzurro. È libero da ogni preoccupazione, da ogni inquietudine; il suo desiderio di perfezione è diventato pura e semplice volontà di Dio”.

(Eligio Leclerc, Sapienza di un povero, Bibl. Francescana, MI ’82).

Rinnega se stesso chi ama se stesso
Che cosa significano le parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»? (Mt 16,24). Comprendiamo che cosa vuol dire: «Prenda la sua croce»; significa: «Sopporti la sua tribolazione»; prenda equivale a porti, sopporti. Vuol dire: «Riceva pazientemente tutto ciò che soffre a causa mia. «E mi segua». Dove? Dove sappiamo che se ne è andato lui dopo la risurrezione. Ascese al cielo e siede alla destra del Padre. Qui farà stare anche noi. […] «Rinneghi se stesso».

In che modo si rinnega chi si ama? Questa è una domanda ragionevole, ma umana. L’uomo chiede: «In che modo rinnega se stesso chi ama se stesso?» Ma Dio risponde all’uomo: «Rinnega se stesso chi ama se stesso». Con l’amore di sé, infatti, ci si perde; rinnegandosi, ci si trova. Dice il Signore: «Chi ama la sua vita la perderà» (Gv 12,25). Chi da questo comando sa che cosa chiede, perché sa deliberare colui che sa istruire e sa risanare colui che ha voluto creare. Chi ama, perda. È doloroso perdere ciò che ami, ma anche l’agricoltore perde per un tempo ciò che semina. Trae fuori, sparge, getta a terra, ricopre. Di che cosa ti stupisci? Costui che disprezza il seme, che lo perde è un avaro mietitore. L’inverno e l’estate hanno provato che cosa sia accaduto; la gioia del mietitore ti dimostra l’intento del seminatore.

Dunque chi ama la propria vita, la perderà. Chi cerca che essa dia frutto la semini. Questo è il rinnegamento di sé, per evitare di andare in perdizione a causa di un amore distorto. Non esiste nessuno che non si ami, ma bisogna cercare un amore retto ed evitare quello distorto. Chiunque, abbandonato Dio, avrà amato se stesso e per amore di sé avrà abbandonato Dio, non dimora in sé, ma esce da se stesso. […] Abbandonando Dio e preoccupandoti di te stesso, ti sei allontanato anche da te e stimi ciò che è fuori di te più di te stesso. Torna a te e poi di nuovo, rientrato in te, volgiti verso l’alto, non rimanere in te. Prima ritorna a te dalle cose che sono fuori di sé e poi restituisci te stesso a colui che ti ha fatto e che ti ha cercato quando ti sei perduto, ti ha trovato quando sei fuggito, ti ha convertito a sé quando gli volgevi le spalle. Torna a te, dunque, e va’ a colui che ti ha fatto.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 330,2-3 NBA XXXIII, pp. 818-822).

Sulla via dell’amore
Quello che fa avanzare sulla via è l’amore di Dio e del prossimo. Chi ama corre, e la corsa è tanto più alacre quanto più è profondo l’amore. A un amore debole corrisponde un cammino lento, e se addirittura manca l’amore, ecco che uno si arresta sulla via, e se rimpiange la vita mondana, è come se volgesse indietro lo sguardo, non guardando più alla patria.

Non giova che uno si metta sulla via e poi invece di camminare torni indietro. Se uno si è posto sulla via – cioè, fuori di immagine, si è fatto cristiano cattolico – e guarda indietro volgendo ancora il suo amore al mondo, non fa che ritornare là donde era partito.

(AGOSTINO D’IPPONA, Discorso 346/B,2).

Il modo autentico di vivere
La carità non è anzitutto l’amore del prossimo o l’amore di Dio: è questa situazione oggettiva di essere nella comunione, nell’alleanza, che poi si svolge in tutti i rapporti, in tutte le situazioni, in tutte le esigenze che fanno l’esistenza di un uomo. Per cui, dal punto di vista cristiano, non c’è alternativa tra comunione con Dio e comunione con il prossimo; c’è piuttosto bisogno di lasciarsi prendere, di lasciarsi ‘ferire’ da tutte le esigenze di questa comunione e di non darla né come assolutamente ovvia, considerandola come un dato di fatto per cui ci si occupa di altre cose, né di renderla senza significato, come se il significato fosse piuttosto nel fare questa o quest’altra cosa, nell’impegnarsi in questa o in quest’altra situazione […]. Dunque, non c’è l’uomo e tanti modi di entrare in comunione con le persone; c’è l’uomo definito da questa comunione che assume il modo autentico di vivere e tradurre tutti i rapporti; assume cioè il modo di Gesù Cristo. Come a dire che c’è un modo autentico di vivere, di assumere la vita e la morte, di soffrire, di godere, di amare, di operare, di parlare, di agire, di impegnarsi, di non impegnarsi, di tacere: e questo modo è quello di Gesù Cristo (G. MOIOLI, Va’ dai miei fratelli (Gv 20,17), Milano 1996, 39s.).

La rinuncia a se stessi
Quando una situazione umana ci chiede una totale rinuncia a noi stessi, istintivamente cerchiamo il compromesso o semplicemente imbocchiamo la strada della fuga, ci accomuniamo agli apostoli, che anch’essi sono fuggiti di fronte al realismo della Passione di Gesù. A tanti livelli e su tanti piani dobbiamo cercare di smascherare le forme di fuga che caratterizzano il nostro preteso “servizio agli altri”. Quante volte a livello della famiglia, ci lasciamo andare alla ricerca soltanto della gratificazione dell’affermazione di noi stessi e non accettiamo le persone che ci sono vicine così come sono nella loro realtà, le vorremmo sempre diverse e ci arrovelliamo? Quante volte nell’ambito professionale ci lasciamo trascinare solo dall’interesse e non cerchiamo di rendere un servizio fino in fondo, servizio che ci chiede di uscire da noi stessi di prendere parte in qualche modo alla croce e di partecipare alla sua forza rivelatrice? Quante volte di fronte alle richieste che i nostri fratelli avanzano, noi manifestiamo disagio, stizza, rifiuto: tante realtà semplici della nostra vita quotidiana in cui Gesù dalla croce ci chiede di operare una profonda conversione, di metterci davvero in ginocchio davanti alla croce per coglierne il realismo e la fedeltà che cambiano la vita.

Innanzitutto, si rimane colpiti dal fatto che, nel Vangelo di Marco, la descrizione dei miracoli compiuti da Cristo sfuma, fino a scomparire del tutto, quanto più ci si avvicina alla Croce: è qui, dove Gesù non salva se stesso, che anche i miracoli muoiono. Se i miracoli sono i segni tangibili della potenza di Dio, la Croce ci dice in modo chiaro che questa potenza si manifesta soprattutto nell’amore e nel dono che Cristo fa di sé. Per Marco, il vero discepolo è colui che sa riconoscere il Figlio di Dio inchiodato sulla croce per la nostra salvezza (15,39).

«La croce è diventata la suprema cattedra per la rivelazione della sua nascosta e imprevedibile identità; il volto dell’amore che si dona e che salva l’uomo condividendone in tutto la condizione, escluso il peccato (Ebrei 4,15). La Chiesa non lo dovrà mai dimenticare: sarà questa la sua strada a servizio dell’amore e della rivelazione di Dio agli uomini».

(CVMC 14).

Preghiera
Soltanto la carità può dilatare il mio cuore.
Gesù, da quando questa fiamma dolce mi consuma,
corro con gioia sulla via del comandamento nuovo.
Voglio correre in essa fino al giorno felice,
nel quale potrò seguirti negli spazi infiniti
cantando il tuo cantico nuovo,
quello dell’amore.
(TERESA DI LISIEUX, Manoscritto C).