III Domenica del Tempo di Pasqua. Anno B – don Iapicca

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Il commento al Vangelo della terza domenica del Tempo di Pasqua a cura di don Antonello Iapicca.

“Pace a voi!”, ci annuncia di nuovo il Signore in questa Domenica. Risplende ancora la luce della Pasqua per tutti coloro che forse hanno smarrito la gioia della Notte delle Notti.

Ma queste parole ci risuonano dentro, perché anche noi abbiamo visto il Signore “lungo la via” camminare accanto a noi tristi e sfiduciati; ed è vero, molte volte ci ha parlato attraverso la Chiesa, e in essa lo abbiamo “riconosciuto nello spezzare il pane”.

[ads2] Quante volte nell’Eucarestia ci siamo sentiti risuscitare con Lui? Tante, tantissime, altrimenti non sarebbe stato possibile vivere l’amore con il coniuge per tanti anni. Non avremmo potuto aprirci alla vita e generare i figli che Dio ha pensato per noi. Non ci saremmo perdonati, e oggi staremmo marcendo nel rancore. I soldi avrebbero rapito il nostro cuore e non avremmo donato per gratitudine la nostra vita alla missione.

Eppure, nonostante queste esperienze, proprio durante le liturgie, nelle quali “parliamo di queste cose”, cioè dei miracoli che Cristo ha compiuto nella nostra vita, quando “Lui in persona appare in mezzo a noi” ci accade ancora come agli apostoli. Siamo “stupiti e spaventati”, e “crediamo di vedere un fantasma”.

Non è così? La Parola di Dio è perfetta, non sbaglia un colpo. Se oggi la Chiesa ci presenta questo Vangelo significa che siamo ancora “turbati e spaventati”. I verbi usati dall’evangelista sono come una Tac del nostro cuore; rivelano che è agitato fin giù nel profondo, come un mare in tempesta che ci sconvolge facendo “sorgere dubbi nel nostro cuore”. Il termine “dubbi” traduce l’originale greco che letteralmente significa “pensieri”. Che vuol dire? Che cosa ci sta succedendo?

III Domenica del Tempo di Pasqua. Anno B - don Iapicca

Succede che nel nostro “cuore” siamo ancora schiavi dei nostri “pensieri”, che sono dei veri e propri “dialoghi” dentro noi stessi (dialoghismos), con cui tentiamo di spiegare un fatto che resta inspiegabile. Appare cioè Cristo risorto, ma la sua presenza ci sembra non incidere sulla realtà. Sarà pure Lui, ce lo hanno detto fin da piccoli, ma pur essendo “in mezzo a noi” ai nostri occhi è terribilmente lontano dalla storia che viviamo, come un “fantasma” appunto, che fluttua ma non ha consistenza.

Lo “vediamo” indifferente ai nostri problemi, che sono tanti, e molti ancora irrisolti. Anzi, senza soluzione, e se Gesù risorto “non ha carne ed ossa” come può “toccare” la nostra vita, i fatti reali che ci fanno soffrire, le persone con le quali non riusciamo proprio ad entrare in comunione? Come fa un fantasma a “mangiare” con me il mio pranzo, come fa cioè a divenire partecipe delle mie cose, ad entrarvi per risolvere i problemi, per farmi giustizia, per cambiare questa storia che mi schiaccia?

Lo “vediamo” così, con la superficialità di uno spettatore a teatro, come suggerisce il verbo greco “theorein” utilizzato dall’evangelista. Non riusciamo ancora ad andare oltre l’apparenza perché i “pensieri” con cui “dialoghiamo” con il nostro io sono calamitati da ciò che sembra avere ben più consistenza di quel “fantasma”: pensiamo a quell’ingiustizia subita, alla malattia di mio padre che non si riesce a curare, alle tasse che stanno distruggendo la mia attività, alle cattive amicizie dei miei figli, all’indifferenza dei parrocchiani verso le mie iniziative pastorali, alle ferie che quest’anno mi hanno dato in settembre senza tenere conto delle mie esigenze.

E, per dirla tutta, siamo “turbati” profondamente proprio per quello che significa la Pasqua, per l’esodo che la Chiesa ci ha annunciato, quello verso una vita che di certo desideriamo, ma di cui non riusciamo a “pensare” la forma e lo spazio. Una vita nuova la vorremmo, ma ci “atterrisce” anche il solo “pensiero” che davvero anche noi potremmo diventare come quel Gesù risorto, liberi come il vento di cui aveva parlato a Nicodemo. “Pensiamo” che risuscitare significhi diventare anche noi come un “fantasma”, perdendo il contatto con la realtà, quello che, pur facendoci tante volte soffrire, abbiamo imparato ad avere.

Se diventassimo come Lui perderemmo troppe cose, la passione che ci spinge a “toccare” l’altro “in carne ed ossa”, il fidanzato o il coniuge che sia, per sentirlo nostro mentre sazia l’impulso irrefrenabile della carne. Perderemmo il contatto con le nostre cose, quelle che ci danno sicurezza e nelle quali cerchiamo ancora “pace” e felicità: no, non sto parlando di peccati, ma delle vacanze, di una bella macchina, di una casa confortevole, di un conto in banca che ci dia un po’ di tranquillità per il futuro, della salute. Non “mangeremmo” più con i nostri cari, godendo dei piaceri che il mondo ci offre.

Per questo “sorgono i dubbi nel nostro cuore”. Abbiamo costruito un’immagine falsa di Dio. Il demonio è riuscito a pervertire anche i segni della risurrezione di Cristo che Lui ci ha offerto sino ad oggi, inducendoci a “pensare” che indicassero una resurrezione di quello che ci ha fatto soffrire. Sì, è così accidenti: “deve” risorgere mio marito, diventando quello che ho immaginato sarebbe stato quando mi sono sposata. “Deve” risorgere il mio lavoro, per gratificarmi in prestigio e denaro, quelli che mi spettano di diritto. Ecco, “devono” risorgere tutti i miei diritti calpestati. Non è il mantra ripetuto dai telegiornali, dai politici, dagli opinionisti, da tutti quelli che incontriamo sulla metropolitana? “Deve” risorgere Barabba! Ma se mi si presenta un “fantasma” a mani vuote, senza nessun diritto da restituirmi, scusa, è normale “dubitare” che sia davvero quel Gesù che ho imparato a conoscere, che diceva parole meravigliose, che faceva i miracoli riscattando la vita proprio dei senza diritti, degli ultimi.

E oggi ascoltando questo Vangelo, “dubitiamo”, perché il Gesù risorto che esso annuncia, non fa assolutamente nulla di quello che ci aspettiamo. Perché non ripete i miracoli che ha compiuto sino ad ora? Perché la mia vita non cambia più, nonostante gli abbia dato fiducia appoggiandomi alle tante esperienze del suo amore? Che fosse stato tutto una coincidenza? Gesù è risorto davvero oppure, sino ad oggi, è stato un “fantasma” prodotto dalla mia fantasia, dal desiderio di credere in qualcosa, un mito come dicono tanti, per consolarmi e tirare avanti? Non sono stato io a ostinarmi a vedere in delle coincidenze quello che non era altro che il fantasma dei miei desideri?

Sono questi i “pensieri” del tuo “cuore”? Benissimo, perché è importante giungere a questo punto. Ci sono arrivati gli apostoli, ci dobbiamo arrivare anche noi. E’ il passaggio obbligato, la crisi dell’”ignoranza” che, se accettata, è la sola che può generare lo stupore della fede adulta e incrollabile nella risurrezione di Gesù. E’ in questa “ignoranza” che devono risuonare le parole di Gesù, a cominciare da quel “Pace a voi!” che accoglie con amore la debolezza della nostra carne e l’incapacità di capire della nostra mente ancora chiusa all’intelligenza delle Scritture.

Per credere, infatti, è necessario che il Signore ci apra gli occhi per “intelligere”, per vedere oltre le apparenze, e scoprire ragionevolmente credibile e degno di fede nella nostra storia il compimento di ogni Parola della Scrittura. E’ questa l’unica mappa che ci può guidare all’incontro decisivo con Cristo risorto, la stessa usata dalla Chiesa primitiva nel catecumenato, la stessa che, in ogni celebrazione della Messa, precede la liturgia eucaristica .

Per questo “Gesù stesso” viene anche questa Domenica nella comunità cristiana per “farsi vedere”, restando “in mezzo a noi”. E’ Lui al centro della Pasqua, attraverso la quale vuole entrare e restare al centro della nostra vita e del nostro “cuore”, cioè del nostro essere, il luogo intimo dove siamo liberi e possiamo discernere e decidere, insomma “vedere”.

Ecco, Gesù “stesso” viene a prendere possesso di noi “stessi”, di tutta la nostra vita! E’ questo che ci manca ancora per sperimentare la “Pace” che Cristo ci annuncia. Le esperienze fatte sono come una luce intermittente che ha illuminato per alcuni istanti la nostra vita; l’ha salvata eccome, e sì, lo abbiamo accolto, ma solo per un caffè, mentre Lui vuol venire e fermarsi per sempre al centro della nostra vita e “mangiare” con noi il nostro “pesce arrostito”.

Il pesce è, nella tradizione ebraica, il cibo del Messia. “Viene dal mare”, è pescato dalle acque della morte, per questo è immagine di Cristo risorto. Ma è quello che i discepoli avevano già arrostito, il che significa che Gesù vuol mostrare loro il compimento del suo Mistero Pasquale: prendendo e mangiando quel pesce rivela che Lui ha preso e mangiato la morte che tutti gli abbiamo dato, ha assunto ogni nostra sofferenza, sino a farsi bruciare, a farsi peccato per noi. E anche oggi prende e mangia la nostra vita per passarla con Lui dal mare della morte alla Terra promessa della vita eterna!

E come lo fa? Lo fa prendendoci proprio al capolinea dei nostri vani ragionamenti, della nostra “ignoranza” di Lui, del suo modo di operare, per comprendere il quale non abbiamo parametri. Sino a che la sua carne risorta non “tocchi” la nostra carne, offrendoci così lo strumento per imparare che cosa sia il suo amore più forte della morte. 

Lo fa, quindi, smentendo la conclusione insinuata in noi dal demonio che tutto quello che abbiamo vissuto è stato sì bello, e anche vero, ma in fondo era solo il frutto di un “pensiero”, di una particolare esperienza “spirituale”, come anche suggerisce l’originale tradotto con “fantasma”. Spesso, infatti, la Resurrezione di Cristo in noi è, secondo i nostri “pensieri”, legata a certi momenti speciali, alle liturgie, ai ritiri spirituali, a certe predisposizioni. Quasi un’astrazione, un concetto, qualcosa che si debba “sentire”… La sparo grossa, quasi come una tirata di cocaina… Una visione che stravolge la realtà, che ci faccia volare, stare bene. E così ha buon gioco il demonio, che, una volta destati dal sentimento, ci insinua il dubbio mostrandoci la realtà sempre uguale.

E invece no, la Pasqua è molto di più, infinitamente di più! E’ Cristo “in carne ed ossa” che ci chiede di consegnargli la nostra vita, tutta! E lo fa invitandoci a “toccare” e “guardare” il suo amore che risplende nelle sue “ferite”. Lui non è un pensiero, non è solo spirito, Lui è “carne e ossa” crocifisse per te e per me, scese in un sepolcro a cercarci, e risuscitate come prova indubitabile che il suo amore è stato più forte di ogni nostro peccato.

E oggi ci “mostra” di nuovo “le mani e i piedi” trafitti dai nostri pensieri e dai nostri peccati: in quelle ferite vi è la garanzia del perdono, e se siamo perdonati perché dovremmo continuare a difendere quello che ci ha avvelenato la vita? E’ questo il passo decisivo che ci manca: “convertirci”, consegnare a Cristo noi stessi, perché Lui possa “mangiarne davanti ai nostri occhi”.

Se lo farai, esploderai nella gioia del perdono e della vita nuova, stupendoti al punto di “non credere ai tuoi occhi” nel vedere che le barriere dei pensieri, delle angosce, dei dubbi che ti separavano dalla “Pace” e dalla pienezza della felicità non esistono più.

Come è possibile che Cristo mi ami così, che, nonostante tutto, non tenga conto delle mie meschinità, della mia incredulità, dei miei capricci, della mia durezza di cuore? Ecco, tenetevi forte, dobbiamo entrare in questo altoforno che è lo stupore, sino a “non credere” possibile che Cristo risorto ci doni una Pace che supera, appunto, ogni intelligenza, come scrive San Paolo.

Dobbiamo accettare di “non aver mai creduto” davvero, anche vedendo e sperimentando tante volte i segni della vittoria di Cristo. Dobbiamo accettarlo perché sia purificato il nostro sguardo interiore attraverso la concretezza della vita nuova e celeste che si fa carne e ossa in noi! Sì, è possibile l’amore di Dio, è possibile che abbia vinto ogni peccato, anche il più terribile; è possibile che Cristo risorto ci trasformi in uomini liberi e sovrabbondanti di vita eterna, capaci di entrare negli eventi come Lui è apparso nel cenacolo; è possibile diventare cristiani che “si mostrano vivi” nel mondo, passando nella morte come il vento, senza restarvi impigliati.

E’ possibile perché proprio per me, per me come sono oggi, “bisognava che fosse compiuto tutto quanto è scritto nella Legge di Mosè, nei profeti e nei salmi su di Lui”. E che cosa è scritto? E’ scritto di un popolo di dura cervice, dal cuore ostinato, incredulo di fronte ai tanti segni e prodigi di Dio, e di un Servo che l’avrebbe salvato prendendo su di sé ogni suo peccato. E’ scritta la tua storia, sino ad oggi, e quella di Gesù, sino ad ora. 

E in questa storia si mostra Gesù dicendoci “Pace a voi” che tante volte “avete ucciso l’autore della vita”. “Pace a voi” che “avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino”. “Pace” a noi oggi, che abbiamo scelto la violenza e la giustizia umana, la ribellione e la vendetta. “Pace” a noi che abbiamo ucciso Colui che poteva darci la vita vera e piena, per difendere stoltamente noi stessi, con i nostri progetti e i nostri criteri.

“Pace” a noi, che abbiamo scelto Barabba perché siamo come lui: Barabba, infatti, significa “figlio del padre”, ovvero figlio di nessuno. “Pace” a noi che abbiamo vissuto come orfani, chiusi nel carcere dei rancori e dei giudizi verso Dio e gli uomini, genitori, fratelli, amici, colleghi, tutti responsabili della nostra infelicità.

“Pace” ai figli di questa generazione che, come Adamo ed Eva che uccisero nel loro cuore l’Autore della Vita, hanno perso la propria identità nell’illusione di arraffare quella di Dio. “Pace” ai tanti che, nudi, inventano nuovi generi sessuali con i quali cucirsi addosso un’identità figlia delle concupiscenze travestite da diritti.

“Pace” a noi peccatori perché, proprio mentre lo uccidevamo, l’Autore della Vita moltiplicava infinitamente la sua vita in noi che stavamo morendo vittime di noi stessi e dei nostri peccati.

“Pace” dunque, ovvero vita eterna per tutti noi, che Cristo risorto e vittorioso su ogni peccato ci offre oggi gratuitamente. “Pace”, ovvero riposo e consolazione, perché Dio ha saputo scorgere tra tanta malizia la nostra “ignoranza”. Non sapevamo, infatti, che proprio attraverso la nostra mano assassina come quella di coloro che erano presenti a Gerusalemme nei giorni della Passione di Gesù, “Dio ha compiuto ciò che aveva preannunziato per bocca di tutti i profeti, cioè che Cristo doveva soffrire”.

Allora, umiliamoci e accettiamo la nostra “ignoranza”, che i nostri criteri sono inutili, che per passare dalla morte alla vita e “cambiare vita” occorre lasciarsi stupire da Cristo. Solo lo stupore genera la conversione, il rinnegare se stessi e la parte di noi che ancora appartiene alla terra, quella orgogliosa che non crede di avere bisogno di convertirsi, ma che devono cambiare verso le vicende della storia.

Convertiamoci fratelli, perché Gesù “doveva soffrire” per te e per me. “Doveva” perché quello che ci contamina e ci rende infelici non è fuori di noi, ma dentro di noi. “Doveva” perché c’era il nostro cuore inguaribile da guarire. Non c’era riuscita la Legge, non l’educazione ricevuta, non lo studio, non le campagne di sensibilizzazione dei governi. Neanche le buone intenzioni. Nessuno avrebbe potuto tirarci fuori dall’inferno del rapporto con gli altri, della schiavitù all’alcool, al sesso, al gioco; nessuno avrebbe potuto guarire il nostro cuore infettato mortalmente dall’inganno del demonio.

Perché nessuno sarebbe stato capace di entrarci nel nostro inferno. Per questo lo “doveva” fare l’unico che “poteva”, ovvero l’Autore della vita. Lui solo poteva scendere nella morte e distruggerla, e così tirarci fuori da quell’inferno di dolore. Lui solo può compierlo oggi per te e per me, “Gesù Cristo giusto”, il nostro “Paraclito presso il Padre”, l’Avvocato capace di farci scagionare dall’accusa più infamante.

Anche oggi, infatti, mostra al Padre le sue piaghe gloriose, il nostro alibi! Abbiamo peccato noi, è vero, ma Lui era lì a farsi peccato per noi! E così il Padre ha fatto ricadere su di Lui la condanna che spettava a noi. Per questo “doveva” morire, Giusto per gli ingiusti per ricondurci al Padre, alla comunione con Lui.

“Ma Dio lo ha risuscitato dai morti” e la Chiesa ne è “testimone”, e ce lo annuncia anche in questa Domenica. Coraggio allora, smetti di difenderti, guarda che Cristo è già entrato nella tua vita, nonostante avessi chiuso le porte. E’ già nel Cenacolo, immagine della comunità cristiana, dove “spalancherà la tua mente all’intelligenza, alla visione delle Scritture” compiute in Lui per te!

Allora, ascolta oggi la predicazione e non indurire il cuore, per imparare nella Chiesa ad essere “fedele alla sua Parola”. Chi le è fedele, infatti, “non gusterà mai la morte”, perché sperimenta come gli apostoli nel Cenacolo, “l’amore di Dio perfetto in lui”. Accostati ai sacramenti che rinnovano la Grazia del Battesimo, per “conoscere” davvero Cristo mentre, vivo in te, “compie” per Grazia i suoi “comandamenti”, accompagnandoti in una vita nuova. 

E’ questa la tua resurrezione, quella che ti tira fuori dalla tomba dei tuoi “pensieri,” per aprirti alla fede che sa “vedere” l’amore di Dio in ogni evento. Era “scritto che Gesù doveva patire e risuscitare dai morti” perché “nel suo Nome”, cioè in Lui vivo “in carne ed ossa”, fossero “predicati a tutti la conversione e il perdono dei peccati”, innanzi tutto a te oggi. “Doveva” patire le ingiustizie che ti fanno soffrire, vedendo calpestati i suoi diritti di Figlio di Dio. “Doveva” morire come un malfattore perché tu capissi che non è la risurrezione dei tuoi diritti che ti salva, ma le sue ferite che trasformano in Gloria ogni tua ferita.

“Doveva” entrare nel sepolcro di ogni tuo fallimento per trascinarti fuori dalla prigione della menzogna e farti così sperimentare che la sua “carne” e le sue “ossa” sono le tue liberate dalla paura di morire. “Doveva” perché “nel suo Nome”, cioè in Lui vivo in te, si potessero “testimoniare” e “predicare” a ogni uomo “la conversione e il perdono dei peccati”.

Capito? E’ questa la risurrezione autentica, Lui in te e nella comunità cristiana, sacramento di salvezza per l’umanità. Lui in te perché, insieme ai fratelli, tu possa diventare “testimone di questo” fatto inaudito, del mistero Pasquale di Cristo che si compie nella Chiesa giorno dopo giorno.

Coraggio allora, la Pasqua ci viene incontro per farci passare definitivamente alla Verità fatta “carne e ossa” perché già da oggi possiamo “testimoniare” la vittoria di Cristo cominciando dalla nostra “Gerusalemme”, dalla famiglia, dagli amici, da chi abbiamo giudicato e rifiutato. E’ questa la nostra Pasqua che si estenderà, non più a intermittenza, per ogni giorno della nostra vita.

don Antonello Iapicca

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III Domenica del Tempo di Pasqua

Lc 24, 35-48
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.