Gilberto Borghi e Sergio Ventura – Commento (domande) alle Letture di domenica 8 Marzo 2020

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In un tempo di crisi e frammentazione, difficile da analizzare e per ora impossibile da sintetizzare, la lectio personale delle scritture domenicali fa risuonare in noi più domande che risposte. Pensiamo perciò sia utile proporvi, con le parole del poeta Rilke, di sostare un attimo in compagnia di queste domande soltanto: «vorrei pregarla di avere pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e di sforzarsi di provare amore per le domande in sé, come se fossero delle stanze chiuse a chiave, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non si affanni, dunque, per ottenere risposte che ancora non possono esserle date, perché non sarebbe in grado di viverle. Ciò che conta è vivere ogni cosa. Viva le Sue domande, adesso. Forse così, un giorno lontano – a poco a poco, senza accorgersene – vivrà già dentro la risposta» (Lettera a un giovane poeta, IV).

Le domande di Pietro

A cura di Gilberto Borghi e Sergio Ventura

1^ LETTURA – In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore (Gn 12,1-4).

SERGIO: «Crediamo veramente che la nostra ‘grandezza’ e la nostra ‘fama’ dipendano dal lasciarsi alle spalle i tradizionali legami di ‘terra e sangue’? C’è qualcosa di intrinseco a questi legami che non funziona, a tal punto da facilitare il nostro affidarsi alle indicazioni di una voce ‘estranea’ a quei legami?».

GILBERTO: «Perché senza un esodo dalle nostre radici sembra non poterci essere benedizione?».

SALMO – Retta è la parola del Signore / e fedele ogni sua opera. / Egli ama la giustizia e il diritto; / dell’amore del Signore è piena la terra. / Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, / su chi spera nel suo amore, / per liberarlo dalla morte / e nutrirlo in tempo di fame. / L’anima nostra attende il Signore: / egli è nostro aiuto e nostro scudo. / Su di noi sia il tuo amore, Signore, / come da te noi speriamo (32).

GILBERTO: «Come possiamo prendere per vere oggi le parole del salmista: “dell’amore del Signore è piena la terra”?».

SERGIO: «Accettiamo il fatto che se l’uomo sente tradita la propria attesa e speranza nell’aiuto e protezione di Dio dalla morte e dalla fame, può venir meno in lui la credibilità della fedeltà di Dio e del Suo senso di giustizia?».

2^ LETTURA – Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo (2Tm 1,8-10).

SERGIO: «Possiamo veramente testimoniare che la sofferenza e la morte, assunte con la forza della buona notizia della salvezza proveniente di Dio, si sono trasfigurate in una vita incorruttibile?».

GILBERTO: «Siamo in grado di far risplendere la vita e l’incorruttibilità nel nostro modo di vivere e di annunciare il Vangelo?».

VANGELO – In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti» (Mt 17,1-9).

GILBERTO: «Perché non parlarne a nessuno prima della resurrezione? Incapacità umana di “intendere” la felicità? Protezione per garantire che il divino non verrà strumentalizzato dall’umano? Mancanza di senso di una fede miracolistica che non si fonda sulla resurrezione? O che altro?».

SERGIO: «Evitiamo, come cristiani, di limitarci a una contemplazione estetica, a una adorazione entusiasta di Gesù che però non ascolta le sue parole e quelle dei suoi profeti? Quando nel cristianesimo stiamo ‘in alto’ – perché deteniamo una forma di Potere o di Privilegio esclusivo, prestiamo attenzione alla conseguente tentazione di ‘bloccare’ Gesù e di non ‘contemplare’ gli aspetti d’ombra della vita? Accogliamo, in tal senso, la parola di correzione del Padre e ci lasciamo toccare e condurre dal Figlio quando desidera rialzarci dal timore di essere puniti?».

Fonte: Vinonuovo

A cura di Gilberto Borghi e Sergio Ventura