Fraternità Gesù Risorto – Commento al Vangelo del 28 Marzo 2021

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Prima lettura Isaia 50,4-7
dal Salmo 21/22
Seconda lettura Filippesi 2,6-11
Vangelo Marco 14,1 – 15,47

Oggi esaltiamo Gesù mentre entra nella città santa, Gerusalemme, la città del re d’Israele, e lo accompagniamo nel percorso che lo conduce fuori di essa, sul Calvario, dove apre a noi l’ingresso al regno dei cieli. Con i rami di ulivo in mano partecipiamo alla gioia di chi vuole che egli regni su di noi, e gli offriamo i nostri passi perché anche in noi si compia la volontà del Padre, quella volontà che è sempre perfetto amore.

Ci batteremo anche noi il petto e con Pietro piangeremo, perché la nostra debolezza di fede e di amore continua a manifestarsi nei nostri giorni, ponendo ostacoli alla fede dei fratelli e impedendo al Signore di riflettere la sua luce sul nostro volto. Noi dovremmo lasciar trasparire la bellezza del volto del Figlio di Dio, e invece i nostri volti manifestano la bruttezza del peccato e dell’egoismo narcisistico.

Nel silenzio di Gesù, flagellato e coronato di spine, udremo le parole del profeta Isaia come se parlasse egli stesso: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste…”. Lo osserviamo mentre vince la tentazione più tremenda della sua vita, la vince continuando ad offrirsi a Dio, il Dio dell’amore, il Dio che ama tutti gli uomini. Gesù continua a chiamarlo Padre, continua a benedirlo, senza ribellarsi, senza lamentarsi, senza rifiutarsi di percorrere passo dopo passo il cammino che lo umilia, che lo spoglia non solo della gloria della divinità, ma anche della dignità dell’uomo. Il suo cammino lo fa giungere fino alla condizione di servo, e poi “fino alla morte, e alla morte di croce”.

Noi lo osserviamo e proviamo a offrirci a fare almeno un piccolo passo con lui. Le occasioni non ci mancheranno. Ne abbiamo in casa nostra, con i nostri parenti, con i quali non ci riesce facile trattenerci dal brontolare e dal lamentarci. Ne abbiamo nell’ambiente di lavoro o di viaggio e nell’ambiente del tempo libero: con le parole e con gli atteggiamenti sarò capace di non rinnegare Gesù? Avrò la forza di dargli testimonianza? San Paolo ci anticipa che lo stesso Gesù, arrivato alla croce, “Dio l’ha esaltato” in modo che nel suo nome “ogni ginocchio si pieghi” “e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore”.

Parteciperemo anche noi alla sua esaltazione se avremo sofferto per lui, a causa sua, per aver detto che lo amiamo, e che di lui non amiamo solo un’idea, ma proprio lui, il suo corpo. Amiamo quel suo Corpo che continua a vivere e soffrire e morire nel mondo: amiamo la Chiesa. Se non amiamo questo suo Corpo, che nell’ora della prova era quasi del tutto assente, non possiamo dire di amare nemmeno Gesù. Ma se lo amiamo, anche per noi è pronta l’esaltazione da parte del Padre!

Prima di soffrire e di essere esaltato, Gesù ha voluto “mangiare la Pasqua” con i suoi discepoli. E quello stesso pane egli lo offre a noi oggi. E lo stesso suo “sangue versato per molti in remissione dei peccati” è ancora offerto alla sua Chiesa. Ci nutriamo a questa mensa, o ci prepariamo per accogliere questo dono durante il triduo pasquale: chiederemo alla Chiesa il perdono dei peccati, e chiederemo la medicina per non continuare a vivere nell’indifferenza o nella tiepidezza della fede e della carità.

Entriamo nella Settimana Santa col desiderio e la volontà di continuare poi con cuore puro il nostro cammino con Gesù nella sua Chiesa, che è il segno evidente, cioè il sacramento, che egli è risorto dai morti!


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