Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 9 Febbraio 2020

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Rientrati nei ranghi, ovvero essendo ritornati al Vangelo secondo Matteo (siamo nell’anno A), dopo che la scorsa settimana eravamo stati accompagnati dall’evangelista Luca, la Liturgia di questa domenica ci porta al capitolo 5 dello scritto matteano, che semplicisticamente si denomina «capitolo delle Beatitudini», proclamate nel cosiddetto «Discorso della Montagna».
Infatti, ciò che precede la pericope odierna (Mt 5, 1-12) è caratterizzato proprio dal glorioso elenco dei nove «Beati», coi quali Gesù insegnava alle folle e ai suoi discepoli.
Il discorso sul «sale» e sulla «luce», brano che proclamiamo quest’oggi, segue immediatamente tale famosissimo momento, ed è esso stesso assai noto e celeberrimo, dato il senso profondo delle poderose immagini presenti.
Il «sale» e la «luce» si prestano ad esegesi di notevole intensità e peculiarità, e, come diciamo oramai continuamente, il loro senso non si esaurirà mai in una univoca via interpretativa: la Parola di Dio infatti è viva, e, in quanto tale, è sempre nuova, attuale e pulsante.
Tuttavia, come dichiarammo in altre occasioni, quando capita di stare dinanzi ad un brano molto conosciuto, si potrebbe correre il rischio di abbandonarsi alla solita melina omiletica, oppure essere indotti ad esagerare nei ragionamenti, per scovare qualche spunto sensazionale mai udito prima.

Chiedendo la guida dello Spirito Santo, cerchiamo di avvicinarci, col massimo rispetto, al testo evangelico di questa domenica.

Ebbene, a mo’ di profeti, due settimane oro sono avevamo già richiamato la prima parte del Vangelo odierno (Cf. MARE). Si potrebbe, nel presente commento, ampliare il discorso accennato in quella occasione, ma lo scrivente ritiene opportuno intraprendere un’altra strada: ci bastino solo due brevi cenni di legame nel merito.

1-Due settimane fa, facemmo un breve riferimento al sostantivo «malakìa» (che vale non tanto «infermità», quanto «mollezza/insipidezza» Cf. Mt 4, 23).
Oggi troviamo il verbo «morantè» (v. 13: «ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?») che significa proprio «essere_stolto/insipiente».

2-Due settimane fa, parlammo di «mare» e di «ponti», ed oggi nel verbo greco «katapatèisthai» (v. 13: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente») li ritroviamo nuovamente, in quanto la radice del verbo «patèo» («calpestare») è la stessa del nome greco «pòntos», ovvero «mare», nonché del termine latino «pons», ovvero «ponte».
Basterebbero queste brevi analogie per continuare una lunga e sconfinata trattazione, ma ci basti così.

(Interessante una breve nota estemporanea. Abbiamo appena detto che il verbo «patèo» vale «calpestare», e abbiamo detto che da questo verbo «patèo» deriva il nome «pòntos» che significa «mare»: è forse «calpestabile il mare»? [Cf. Mt 14, 25])

Orbene, nell’occasione odierna, vogliamo porre l’attenzione sul verbo SIETE (vv. 13 e 14: «Voi siete il sale […] Voi siete la luce»), il quale, a ben riflettere, è molto curioso.
Certamente al lettore sarà capitato di ascoltare, dal proprio parroco, una qualche riflessione circa tale verbo, soprattutto in merito al modo adoperato da Gesù, ovvero l’ «indicativo» (che esprime «certezza»). La logica del discorso avrebbe richiesto magari un «siate» (con l’enfasi «auspicante» del congiuntivo, oppure con quella «esortante» dell’imperativo).
Come mai, invece, questa pronunzia in tale maniera?
Le spiegazioni del sacerdote sono (saranno state, o saranno) assolutamente esaustive e soddisfacenti: tuttavia vogliamo, in questa nostra occasione, provare a renderne una nostra, facendoci aiutare, come sempre, dal contesto lessicale e semantico nel quale tale pronuncia avviene.
Nel commento che seguirà, però, non andremo ad analizzare il lemma in sé, ma tenteremo (chiaramente con immensa insufficienza) di comprendere «il perché» dell’uso del modo indicativo da parte del Signore.

(Sarebbe interessante evidenziare anche come mai il Signore adoperi il tempo «presente»: infatti, nel contesto ci sarebbe stato bene anche il futuro: «Voi sarete il sale […] la luce».
1-Ebbene, col presente si indica chiaramente il preciso istante attuale e puntuale [es. «io scrivo»];
2-ma è rilevante come il presente possa esprimere anche una connotazione futura [es. «io scrivo» comprende un periodo di tempo che indica intenzione per l’immediato futuro, all’interno del quale viene collocato il momento in cui si parla];
3-ed è pure rilevante come il presente possa indicare anche una azione passata [es. -Dante Alighieri «scrive» nel 1300-].
4-E, come se non bastasse, il presente, in particolari contesti, è «senza tempo», ovvero assume connotazioni astoriche-atemporali, qualora ci si trovi in presenza di eventi senza validità spazio-temporale alcuna (es. -L’italiano «deriva» dal latino e dal greco-).
Di supporto a tale discorso varrebbe richiamare il concetto di «memoriale», ma per oggi ci basti così, ben sapendo che nostro Signore Gesù Cristo è il Vivente, «Colui che è, che era e che viene» [Ap 1, 4])

Primo punto
Nel capitolo che segue immediatamente la pericope di oggi, Gesù insegna a pregare («Padre nostro […] Mt 6, 5-15»); ma questa preghiera è adattata a noi, non è ciò che diceva Lui (Gesù non può dire infatti: «rimetti a noi i nostri debiti» Mt 6, 12).
Ebbene, nei versetti odierni, possiamo invece ascoltare quello che il Figlio viveva dentro di sé, nel momento in cui si ritirava in preghiera.
Prima di continuare due precisazioni.

1.La nostra è una tra le molteplici interpretazioni possibili, e chissà, potrebbe essere anche fasulla: tuttavia, come del resto ci appartiene da sempre, i nostri spunti sono sempre tratti dal testo in esame, e non dalla fantasia di chi scrive.

2-È naturale che le letture evangeliche presentate la domenica siano per forza degli estratti, e, in quanto tali, i commenti che fanno da corona a questi, spesso possono risultare limitati o decontestualizzati. Sarebbe sempre utile capire dove una data lettura evangelica sia «topicamente» collocata entro il Vangelo di riferimento, poiché l’ «ambiente» e lo «scenario» possono dare coerenza alla pericope tratta, ovvero offrirne maggiori precisazioni e chiarimenti.
In merito a tale puntualizzazione, dunque, è interessante notare come la preghiera del «Padre nostro», nel capitolo 6, sia immediata e prossima proprio al passo evangelico odierno, presente nel capitolo 5.

Secondo punto
Cerchiamo di argomentare quanto indicato al punto precedente.
Ebbene, possiamo dividere il Vangelo odierno in due blocchi, chiamando «momento della tentazione» il priomo; chiamando «momento della consolazione» il secondo.
Nell’uno possiamo intuire come il demonio tentasse costantemente il Signore Gesù; nell’altro possiamo intendere come il Padre aiutasse il Figlio in questa aspra lotta contro il maligno, lotta che certamente il Figlio di Dio viveva costantemente, non essendo per nulla esentato dalle prove fisiche e morali.
Ebbene, nel versetto 13, ovvero la «parte del sale», in cui possiamo individuare il «momento della tentazione», siamo ad ascoltare come il demonio sussurrasse aspramente nell’animo di Gesù («Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente»).
Certo, è il Signore che parla e si rivolge alle folle e ai discepoli, ma si può concretamente percepire come tale proclamazione di Gesù, sia frutto di una esperienza vissuta da Lui in prima persona.
Proviamo ad analizzare.

1-Innanzitutto, il verbo «gettato».
Il greco adoperato è «blethèn», e deriva dal verbo «bàllo» («gettare/scagliare»).
Ebbene, il nome «diavolo» deriva proprio da «dià_bàllo», ovvero «mettersi_in_mezzo/dividere», ma anche «accusare/calunniare/ingannare».
Ecco perché possiamo considerare tale versetto come il sussurrìo del maligno: esso è presente precisamente col suo nome proprio, e lo fa col suo solito modo: impercettibile e subdolo, camuffato nelle pieghe di un banalissimo verbo.

2-In secondo luogo, il verbo «calpestato».

2a-In greco, lo abbiamo già menzionato sopra, è «katapatèisthai».
Propriamente significa «(katà) giù (patèo) calcare_coi_piedi».
La radice di questo verbo esprime il concetto di «sentiero/passaggio», e nella lingua latina lo ritroviamo nel verbo «pàteo» (cambia giusto l’accento nella pronuncia), il quale significa «essere_accessibile».
Ma il latino ci porta ancora più in là.
Da «pàteo», infatti, deriva il sostantivo «patibulum» che tecnicamente era la «spranga_per_chiudere_la_porta», ma nelle vicende della Passione di Gesù rappresenta la trave orizzontale che Egli caricò sulle sue spalle lungo la cosiddetta «deductio» («Via Crucis» – Cf. ECCO. Molto interessante come «patibulum» indicasse anche il «palo_forcuto_per_sostenere_la_vite» [è chiaramente esplicito vederci la Croce che tiene inchiodata a sè la Vite. Cf. Gv 15, 1.5]).
Ecco cosa continuamente mormorasse nell’animo di Gesù il demonio: la Croce! In ogni momento; in ogni istante!

2b-Il verbo greco «patèo», tuttavia, è la radice del sostantivo «pàtos» che in primo luogo significa «strada_battuta/calpestamento», ma arriva anche a significare «residuo/escremento».
Quante volte il demonio avrà sussurrato a Gesù cosa lo avrebbe aspettato a Gerusalemme; e quante volte esso avrà ricordato al Signore in che modo gli uomini, di lì a breve, ma anche e soprattutto nei tempi futuri (noi!), nonostante il suo sacrificio, lo avrebbero considerato e chiamato: «Vale la pena andare a Gerusalemme? A che vale farsi inchiodare sulla Croce?».

Ebbene, ritornando al versetto odierno («Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente»), da quel minimo che abbiamo detto e tentato di intuire, ecco come poteva essere il mormorìo del maligno nell’animo di Gesù: «Certo, tu sei il Figlio di Dio, il Sale, ma siccome sarai gettato via e calpestato dalla gente, crocifisso tanto a Gerusalemme quanto nei tempi futuri, a nulla serve la tua missione. Altro che il Sale: sei sale senza sapore; sei sale che non offre alcun sapore; sei residuo agli uomini».

deductio_via_crucis_calvario_ladroni_moggio_sindone_risurrezione_sepolcro
Via Crucis (deductio) – Moggio – Sindone

Terzo punto
Dinanzi a queste continue e costanti atrocità interiori, però, ecco la presenza costante e continua del Padre; ecco il «momento della consolazione» che Gesù cercava ed incontrava nelle sue preghiere.
Tutta la seconda parte della pericope, ovvero la «parte della luce», è la voce del Padre che soccorre il Figlio dinanzi al mormorare viscido del maligno («Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli»).

1-Innazitutto, la presenza del Padre è chiaramente esplicita (mentre il nome del demonio si cela subdolo, come abbiamo visto, nelle pieghe di un verbo).

2-In secondo luogo, partiamo dalla frase «non può restare nascosta una città che sta sopra un monte».
Non è forse Gerusalemme la «città che sta sopra un monte» per antonomasia?
Ecco, allora, la voce del Padre, che invita il Figlio a non temere, poiché quello che avverrà a Gerusalemme non resterà nascosto, non sarà vano, bensì diverrà gloria per l’eternità.
Ma il Padre è molto preciso, poiché offre al Figlio la certezza che ciò che avverrà in questa città non sarà la fine e la morte, ma la vita.
Infatti, nella frase in questione, il riferimento alla Risurrezione è poderoso e concreto, e sta proprio in una parola. L’espressione «che sta», in greco è «keimène» che va tradotta con «posta/che_giace»; ed è lo stesso verbo che si trova in Mt 28, 6: «Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato depostoèkeito»)».
Ecco la voce del Padre, che ricorda al Figlio che Lui sarà la «Nuova Gerusalemme», che non resterà giacente, poiché starà in alto, nella gloria della Risurrezione.

3-In terzo luogo, il richiamo continuo alla «luce» («fòs») è chiaramente annuncio di Risurrezione.
Il termine greco adoperato in tale occasione («fòs» appunto) è lo stesso presente in Mt 28, 1: «Dopo il sabato, all’alba («epifoskoùse») del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba» (a tal proposito è interessante come gli studi scientifici siano arrivati a dimostrare che l’immagine dell’ «Uomo della Sindone» potrebbe essere frutto di una poderosa luce, sorta ed esplosa dal Crocifisso involto nel lino, morto e giacente).

Ecco quindi la voce del Padre: «Figlio, tu sei la Luce: ma poiché sei la Luce, è necessario il tuo innalzamento sul Candelabro (Croce), affinché il mondo (casa) possa illuminarsi. Ma, poiché sei la Luce, non giacerai sotto il moggio (Sepolcro), bensì sarai splendore (e, in quanto Sale, sapore) di Risurrezione davanti a tutti gli uomini».

(Una piccola nota: «sale» e «luce» non sono concetti distanti, ma tendono a rappresentare la stessa cosa. È interessante notare, infatti, come il nome greco «fòs» non solo significhi «luce», ma vale anche «uomo_valoroso» nonché «la_donna» [dove l’articolo determinativo equivale a porre enfasi come ad intendere propriamente «valorosa»]. E chi è l’ «uomo valoroso», ovvero «la[valorosa]_donna», se non un «uomo salato», ovvero una «donna salata»? Cf. MARE: «Venite dietro a me, vi farò pescatori (salatori) di uomini» [Mt 4, 19])

Proseguire oltre non è gradito, perché il rischio di straripare in letture esagerate è sempre dietro l’angolo.
Resta solo da chiarire un fatto.
Ma che c’entra in questa pericope la preghiera intima di Gesù, se in realtà Egli stava insegnando alle folle e ai discepoli?
Possiamo rispondere affermando che, come il Signore stesso sperimentava l’angoscia della tentazione, ma allo stesso tempo viveva la presenza sicura del Padre, così Egli voleva rassicurare e promettere alle folle e ai discepoli la sua protezione: «(Come non temo io, così voi) non temete di andare in croce per causa mia, perché ad essere insipido non è colui che viene calpestato a motivo del mio Nome, bensì chi sceglie, nella sua libertà, di gettarsi via da me; chi sceglie, nella sua libertà, di darsi luce da sé, seppellendosi sotto il moggio del proprio “io”».
Il Signore non fa nulla di strano, ma fa quello che facciamo tutti noi. Quante volte capita, infatti, che quando interveniamo, non lo facciamo genericamente, ma raccontiamo precisamente la nostra esperienza e quello che viviamo?

Orbene, ecco, infine, una nostra lettura circa l’uso dell’indicativo del verbo «siete».

1-In primo luogo, usando tale modo verbale, che è il modo che esprime «certezza», il Signore pone l’enfasi sul dato certo che è solo l’uomo, nella sua piena libertà, arbitro della propria vita: infatti, come è certo che ciascuno di noi è sale della terra e luce del mondo (non è né auspicio né esortazione: è certezza!), è altrettanto certo che con la nostra libertà possiamo scegliere di diventare insipidi o bui; e come è certo che il sale e la luce del Signore sono diversi da quelli del mondo, è altrettanto certo che essere calpestati ed oscurati dal mondo, non significa essere insipidi e bui per Dio.
Tuttavia non è facile, e la nostra scelta libera di stare col Signore non è una poetica infatuazione: essere sale della terra significa accettare di caricarsi del «patibulum» («calpestato dalla gente»); essere luce del mondo significa dover andare sul «Candelabro». Ma chi sceglie il «moggio» (il conforto dei piaceri del mondo, ovvero «io, luce a me stesso»), sceglierà il sepolcro per l’eternità.

2-In secondo luogo, dato che in questi versetti abbiamo potuto intuire Gesù, il Sale e la Luce, che racconta di sé, altro modo non avrebbe potuto usare se non l’ «indicativo», in quanto, come ci è già capitato in passato di accennare (Cf. PERDONO) il Padre è l’Amore coniugato all’infinito («Amare»); Lo Spirito è l’Amore coniugato al gerundio («Amando»); il Figlio e l’Amore coniugato all’indicativo («Amo»).

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/


Letture della Domenica
V Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A
Colore liturgico: VERDE

Prima Lettura

La tua luce sorgerà come l’aurora

Dal libro del profeta Isaìa
Is 58, 7-10

Così dice il Signore:

«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Sal 111 (112)

R. Il giusto risplende come luce

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia. R.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. R.

Seconda Lettura

Vi ho annunciato il mistero di Cristo crocifisso.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1 Cor 2,1-5

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Parola di Dio

Vangelo

Voi siete la luce del mondo.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5, 13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore