Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 7 Febbraio 2021

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Anche oggi continuiamo, in sequenza con le domeniche precedenti, la proclamazione del capitolo 1 secondo Marco (cf. PIÙ FORTE DI ME [Mc 1, 7-11]; GETTAVANO e RIPARAVANO [Mc 1, 14-20]) e nello specifico proseguiamo l’ascolto della “giornata tipo” di Gesù a Cafarnao (precisamente uno Shabbát), iniziata in sinagoga con la cacciata di uno spirito impuro (cf. AUTORITÀ [Mc 1, 21-28]), e terminata nella casa di Simone e Andrea, dove guarisce la suocera del primo (cf. Mc 1, 29-31).
Il resto del Vangelo odierno, invece, narra episodi che concernono il giorno dopo il sabato (cf. Mc 1, 32-39), dato che nel momento in cui veniva la sera (cf. Mc 1, 32), iniziava già il giorno seguente.

Molto interessante come la mattina di questo giorno dopo il sabato di Cafarnao richiami fortemente, anche nei termini adoperati, il “giorno dopo il sabato” per eccellenza.
Vediamo.
«Al mattino presto (proì) si alzò (anastàs) quando ancora era buio» (Mc 1, 35).
L’avverbio proì è esattamente lo stesso che troviamo in Mc 16, 2 («Di buon mattino [proì], il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole») ed anche in Gv 20, 1 («l primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino [proì], quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro»).
Inoltre il verbo anastàs (coniugato da anístemi) è propriamente il verbo della Risurrezione («Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere [anastẽnai] dai morti » – Gv 20, 9) -Notiamo come l’altro verbo che indica la Risurrezione sia egeíro (cf. Mc 16, 6), e questo stesso verbo è puntualmente presente nel seguente versetto odierno: «Egli si avvicinò e la fece alzare (égeiren) prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva» (Mc 1, 31). Rileviamo, infine, come anche l’espressione odierna opsías genoménes, ovvero «Venuta la sera» (Mc 1, 32), sia un forte rimando ai momenti prossimi alla Risurrezione, dato che questa circonlocuzione è usata esattamente anche in Mc 15, 42: «Venuta ormai la sera (opsías genoménes), poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato». Ebbene, è certamente possibile leggere le straordinarie vicende occorse a Cafarnao, contenute in Mc 1, ammiccando decisamente a quelle gloriose di Gerusalemme. In questa occasione, tuttavia, ci bastino i piccolissimi accenni appena sopra riportati

Un’altra celere nota che possiamo trarre dalle righe del Vangelo di oggi, è quella che ci descrive come Gesù sia “adeguato” tanto in un contesto isolato, quanto in uno affollato.
Difatti il Signore si trova a suo agio sia in mezzo ad una intera città riunita (cf. Mc 1, 32-34), sia nel pieno isolamento del deserto (cf. Mc 1, 35-39).
E questo deve essere monito per noi che ci definiamo seguaci di Gesù.
Invero, un conto è dire: «Il mio carattere e le mie caratteristiche, nella pratica di fede, mi portano ad essere maggiormente partecipe, attivo ed efficace in un contesto ampio, o nell’isolamento», e un conto è dire: «La vera fede è quella che si esplica solo in mezzo alle folle, o solo nelle clausure, negli eremi, ovvero in circostanze intime ed appartate».
Gesù, invero, era adatto a vivere tanto tra la gente quanto da solo; il Signore era efficace sia in mezzo alle folle di una città sia ritirato nel deserto.
Evangelizzatori con l’“odore delle pecore” (cf. Francesco, Evangelii Gaudium, 24), quindi, ma anche oranti che effondono incenso, dediti «totalmente a Dio nella preghiera, nel silenzio e nel nascondimento» (cf. Benedetto XVI, Angelus, 19 novembre 2006).

Ebbene, dati questi brevissimi cenni generali su due (tra le molteplici) tematiche che sorgono dalla contemplazione del passo evangelico di questa domenica, concentriamoci sul verbo SERVIVA:

«Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva» (Mc 1, 31).

Il termine greco adoperato nel testo originale suona familiare anche in italiano: diekónei, coniugato da diakonéo.
Giustamente la traduzione di questo verbo è «servire», tanto è vero che, in ambito ecclesiastico-liturgico, la figura del “diacono” inquadra quel ministro sacro che esercita funzioni di aiuto ed assistenza nell’esercizio del culto.
Come sempre, però, è interessante andare alla ricerca della radice della parola.
Intanto notiamo come diakonéo sia composto da diá, preposizione che appresta un fondale di dinamica/movimento in cui si combina il nucleo verbale vero e proprio, ovvero konéo/konío.
Quest’ultimo viene direttamente dal nome kónis, il quale significa «polvere» (konéo/konío, difatti, intende «impolverare»).
Ecco, quindi, che siamo in grado di carpire cosa esprima, nel suo seno, il verbo diakonéo.
Esso intende specificamente non un “semplice” atto di servizio, bensì un rendersi disponibile in modo frenetico, affrettandosi, correndo. E tale disposizione è così eccitata ed appassionata, che questa fretta nel dedicarsi solleva la polvere, è cagione di spargimento di polvere (se volessimo adoperare un gergo colloquiale, ovvero suscitare una immagine immediata, potremmo dire che diakonéo vale «sgommare»).

polvere_cenere_servizio_diacono_demoni

Da ciò potremmo trarre vari sviluppi di analisi e, a seguito di quanto sin ora riferito, una su tutte sarebbe quella che nota il fatto di come l’episodio della guarigione della suocera di Simone si giochi figurativamente sul rapporto “fuoco-cenere” (dato che kónis vale tanto «polvere» quant’anche «cenere»).
Se infatti volessimo tradurre letteralmente Mc 1, 30-31, potremmo rendere così:
«(30) La suocera di Simone era a letto puréssousa (tecnicamente «infuocata» [puréssousa esprime direttamente il nome pũr, ovvero «fuoco»]) e subito gli parlarono di lei. (31) Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; il puretós (l’«infuocamento») la lasciò ed ella li diekóneisi rese disponibile in un modo così frenetico, tale da sollevare la cenere»)».
Interessante come il rapporto “sofferenza-servizio” possa essere messo in stretta relazione, quasi che il secondo sia figlio della prima; quasi che solo passando attraverso la sofferenza si può riuscire a vivere un servizio pienamente dedicato: poiché solo se si accetta, se si accoglie, il fuoco (nel nome e per amore del Signore), la cenere (che da questo ardore immancabilmente scaturisce) può divenire non elemento disfatto che descrive una consumazione, ma addirittura mezzo per cucinare, persino per concimare, finanche al paradosso di diventare mezzo per detergere.

Tuttavia, è particolare l’accostamento che mette accanto il «servire» appena analizzato (diakonéo) con un altro protagonista del Vangelo odierno: i «demòni» (cf. Mc 1, 32.34.39).
Il termine greco usato è daimónion.
È rilevante come anche questo nome intenda tecnicamente una sorta di “servizio”.
Nondimeno il “servizio” del daimónion non è quello del “diacono”.
Invero la radice lessicale-semantica di daimónion descrive l’atto del «fare le parti/assegnare come fa un dio» (cf. daímon; daíomai).
Un servizio sui generis, insomma, il cui “distribuire” esula dal mettersi a disposizione freneticamente, dal dedicarsi con frettolosa, con polverosa e impolverata, passione, ma assurge, ovvero ambisce ad assurgere, a vero e proprio atto e atteggiamento di dominio: atto e atteggiamento che non appartiene neanche a Dio stesso, poiché il Signore è Colui che non assegna, ma lascia liberi; è Colui alza la polvere nella fretta di servire l’uomo (cf. Gv 13, 4-5) -molto interessante come nei Vangeli, e particolarmente in quello secondo Marco, ci sia un uso estremo, quasi un “abuso”, dell’avverbio euthús, ovvero «subito»; è Colui che scaccia il daimónion poiché Egli è il diákonos per eccellenza, che «non è venuto per farsi servire (diakonethȇnai), ma per servire (diakonȇsai)» (Mc 10, 45); che non è venuto ad “incenerire”, ma a “farsi polvere” («su di loro fece piovere carne come polvere e uccelli come sabbia del mare» Sal 78, 27.

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/