Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 3 Novembre 2019

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C’era una volta, nell’antica Grecia, una classe di professionisti, che aveva come mestiere quello di denunziare chi esportava fichi di contrabbando dall’Attica. Esportare i fichi, infatti, cagionava la sottrazione dell’alimento principale per la gente più povera, e per questo era un’attività vietata dalle normative che regolavano gli approvvigionamenti e le derrate alimentari dello stato. Questo ufficio era di estrema utilità, in quanto rappresentava una garanzia per l’odine civico e giuridico. Tuttavia, come spesso accade nell’esercizio del potere, spinti dal desiderio ambizioso della scalata ai vertici della “polis”, o accesi dalla crudele imposizione del ruolo di cui erano investiti, in abuso delle proprie funzioni, questi denunziatori arrivavano ai ricatti più miserabili: estorcevano denaro vendendo il loro silenzio, minacciando con ogni formula la denunzia delle frodi rilevate. Ma poteva avvenire anche il contrario, poiché non solo il loro tacere aveva un prezzo: accettavano ben volentieri laute somme anche per procedere con false denunzie. Da garanti della giustizia, questi funzionari operavano come i più meschini di tutti i furfanti.
Erano i “sicofanti”.

Lo Spirito Santo renda saggia la scrittura e profonda la meditazione.

Eccoci, finalmente ci siamo: Gesù è entrato in Gerico. Eravamo in attesa di questo ingresso da qualche tempo (cfr. GELSO; cfr. TORNÒ INDIETRO), ed oggi la liturgia ci accontenta, presentandoci il noto episodio di Zaccheo.
Quando si commentano estratti evangelici così celebri come quello odierno, spesso si rischia di (s)cadere in due trappole: la prima è quella di fare la solita lezioncina di catechismo; la seconda è quella di precipitare nel tranello della “eisegesi” ovvero, per cercare di trovare qualche nota accattivante in un testo arcinoto (e questo è cosa buona, poiché si fa lo sforzo di prepararsi e di andare alla ricerca nella Parola di Dio), si forzano interpretazioni, o ancor peggio si inventano chiavi di lettura.
Cercando di stare attento a questi trabocchetti, lo scrivente si pone dinanzi al Testo Sacro con molta devozione e rispetto, rendendo notorio al lettore che estrarre, come ci è solito, una parola emblematica da questa pericope, o tentare di produrre un commento organico ed esaustivo della medesima, è impossibile, poiché oggi come non mai ogni minima parte del testo apre a innumerevoli scenari ermeneutici.
Cerchiamo allora di darci un ordine schematico, affinché chi scrive possa offrire adeguati spunti di riflessioni, e chi legge abbia in mano un ventaglio di strumenti da cui poter scegliere, per poter dare prosieguo ad una personale meditazione.

Primo punto
Come avviene di solito quando c’è un incontro, ci si presenta. Questa domenica abbiamo dinanzi a noi un uomo che si chiama Zaccheo (v. 2).
Era consuetudine per gli ebrei, e per tutto il mondo semitico, che il nome proprio recasse in sé il destino della data persona, ovvero la sua missione nella vita, la sua dote caratteristica (quando Gesù chiama Simone col nuovo nome di “Pietro”, ha lo stesso valore di una chiamata ad intraprendere un’altra rotta esistenziale [cfr. Lc 6, 14]).
Il nome “Zaccheo” suscita un particolare interesse: esso reca in sé il termine greco “zàkkhe” che, tratto dall’ebraico, significa “tesoro_del_tempio”. Zaccheo potrebbe quindi intendere “colui_che_appartiene_al_tesoro_del_tempio” o “colui_a_cui_appartiene_il_tesoro_del_tempio”.
Al tempo di Gesù, nella città di Gerico c’era un punto di controllo doganale dell’amministrazione romana, e Zaccheo era il capo della dogana e dei doganieri-pubblicani. Chi esercitava questo mestiere, era abitualmente dedito ad estorsioni e frodi finanziarie, ed era considerato un becero traditore politico e religioso, in quanto collaborava con gli oppressori, ovvero li sosteneva, pur essendo egli, molto spesso, un nativo del posto (cfr. la chiamata di Levi in Lc 5, 27).
Ecco allora che possiamo tentare una prima riflessione a partire dal nome “Zaccheo”: egli che nel suo nome proprio era visceralmente legato al tempio e al tesoro di questo, ovvero legato ad Adonai e ad Israele, snatura sé stesso, rinnega il suo destino, si prostituisce al potere dei conquistatori. Egli è traditore del suo stesso nome, quindi, traditore di Adonai e di Israele. Ed era traditore ed ingannatore fino in fondo, poiché nonostante esercitasse cotale la funzione, continuava a farsi chiamare “Zaccheo”.
Cambiare nome o cambiare vita…?

Secondo punto
Zaccheo aveva una caratteristica fisica: era piccolo di “statura” (v. 3). Molto interessante è il termine greco “elikìa”: il suo primo significato non è “altezza/statura”, ma “età”.
Certamente “età” e “statura” camminano di pari passo, poiché ogni età ha la sua statura e la statura usualmente indica l’età, ma per penetrare nella profondità del testo, piace allo scrivente mettere in relazione questa caratteristica di Zaccheo con un altro passo lucano: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52). La traduzione consueta usa “età”, ma non andrebbe male neanche “statura”, poiché anche in Lc 2, 52 il termine usato è proprio “elikìa”.
Ragioniamo con la traduzione “età”: quando Gesù è entrato a Gerico era ben “cresciuto in età” (così come riferito nel passo appena sopra citato); Zaccheo, invece, era di “età piccola”, non era cresciuto. Certamente non si tratta di età biologica, in quanto entrambi erano uomini adulti, ma si allude naturalmente ad altro.
È a questo punto che possiamo percepire l’accezione di “statura”. Con questo termine non solo si indicano i centimetri, ma anche (il lettore ci passi l’espressione vernacolare) i neuroni: la “statura” di una persona indica non solo la sua altezza da terra, ma anche il suo grado di elevatezza morale (ci viene in aiuto il termine latino “status” il quale indica “altezza”, ma anche “età”, nonché “condizione_morale”. Dovrebbe essere, poi, cosa normale e naturale che un soggetto di “età superiore”, quindi di “statura superiore”, abbia un “maggior grado etico e morale”, rispetto ad un altro di “età inferiore”, ovvero “più basso di statura”). Ecco allora qual è il senso pieno del lemma “elikìa”: Zaccheo era “basso moralmente”, al contrario di Gesù che era alto in sapienza, grazia e “statura”. Il rapporto direttamente proporzionale tra “età” e “statura”, fissato dalla natura e dalla lingua, in Zaccheo è scompensato.

Terzo punto
Il lettore attento avrà notato come il movimento della pericope odierna sia lo stesso (sotto-sopra; basso-alto) del brano evangelico di domenica scorsa (Lc 18, 9-14). Notiamo infatti i seguenti momenti: “capo dei pubblicani” (v. 2); “piccolo di statura” (v. 3); “salì su un sicomoro” (v. 4); “Gesù alzò lo sguardo” (v. 5); “Zaccheo scendi subito” (v. 5); “scese in fretta” (v. 6); “Ma Zaccheo, alzatosi” (v. 8).
Da rilevare con molto interesse giusto una nota (ahimè quante ce ne sarebbero!): nella lettura di domenica scorsa, si narra che il fariseo pregava “stando_in_piedi”. Il greco originale usa per questa azione il verbo “stathèis”, che è precisamente lo stesso, e nella stessa identica coniugazione, del versetto 8 del brano di oggi, ovvero quando si dice: “Ma Zaccheo, alzatosi”.
Siamo a confermare, quindi, quanto già espresso nella nostra riflessione di sette giorni fa: l’ “alzarsi” non è cosa sgradita a nostro Signore, poiché Egli stesso è l’ “Alzato” ovvero il Risorto (ed anche il “Cresciuto in età/statura” come abbiamo visto sopra), ma quello che caratterizza tale atto. La preghiera “stando_in_piedi” del fariseo è una dichiarazione di totale devozione ad “io”, mentre Zaccheo “alzatosi”, che denota finalmente la conquista della “crescita in statura” (non gli serve più il sicomoro per “alzarsi” anzi, la conquista della “statura non più piccola” è frutto della discesa subitanea dall’albero), proclama la piena professione di fede (chiama Gesù col nome di “Signore”, ovvero “Adonai”), ed esibisce il suo decisivo atto di pentimento e di conversione (v. 8).
Come non proiettare il pubblicano protagonista della parabola della settimana scorsa in Zaccheo; e come non rivedere il fariseo in quei “tutti mormoravano” del versetto 7.

(Da notare come anche “Gerico” si possa annoverare all’interno del movimento (sotto-sopra; basso-alto) della pericope odierna: questa città, trovandosi a ridosso del Mar Morto, che è il punto più basso della terra, è la città che sta più in basso di tutte quante, e la “ipo-localizzazione” di Gerico è straordinariamente incastonata con tutta la vicenda dell’incontro di Gesù con Zaccheo [es. Gesù dinanzi al peccatore Zaccheo non solo lo guarda dal basso verso l’alto – non dovrebbe essere il contrario? – , ma lo va ad incontrare abbassandosi fino al punto più basso della terra. E potremmo continuare…], ma anche con il compimento della missione del Cristo, il quale discende nel punto più basso della terra, per poi salire a Gerusalemme, dove questo movimento continuerà con la Croce e si glorificherà con la Risurrezione. [cfr. TORNÒ INDIETRO])

Quarto punto
Un altro verbo risulta degno di essere meditato. Il versetto 7 recita: “Vedendo ciò, tutti mormoravano: <<È entrato in casa di un peccatore!>>”.
Il greco originale di questo “È entrato” è più complesso, poiché è sviluppato con due verbi ovvero: “È andato (eisèlthen) ad alloggiare (katalùsai)”, e la nota interessante è proprio questo “alloggiare”.
Propriamente “kata_lùsai” significa “giù/in basso_sciogliere”.
La potenza di significato che questo verbo assume in tale contesto è incommensurabile: nostro Signore Gesù Cristo che si è sciolto nella casa di un peccatore; Dio che vuole sciogliersi nella nostra casa, per essere il sale della nostra famiglia, il sapore della nostra famiglia, per dare sapienza (cfr. lat. “sapio”) alla nostra vita, per dare un senso, il senso, alla nostra vita. Egli che è il “Cresciuto”, l’ “Alzato”, vuole abbassarsi nella nostra vita, vuole sciogliersi nella nostra vita, affinché la nostra esistenza salga in sapidità grazie a Lui. Stupendo, poi, come il verbo “katalùo” intenda anche “compiere/portare_a_compimento”.
Non occorre aggiungere altra chiosa, poiché il lettore saprà come meditare: l’unica annotazione che si vuole evidenziare è rilevare ancora come il movimento (sotto-sopra; basso-alto) sia presente non solo nel testo in evidenza, ma anche scavando nelle profondità delle singole parole.

Quinto punto
È gradito allo scrivente dare un breve sguardo alla prima parte dell’ultima frase pronunciata quest’oggi da Gesù (v. 9): “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”.
Circa la salvezza (soterìa) sappiamo che è il nome di Gesù (Dio Salva); in merito al verbo “è venuta”, la traduzione CEI del 2008 è più adeguata di quella precedente che molti ricorderanno a memoria: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, poiché il verbo greco usato è “egèneto” che primariamente (e straordinariamente) intende “è nata”. Tuttavia quello che lo scrivente vuol notare è l’avverbio di tempo “Oggi” (presente anche al versetto 5: in greco “sèmeron”).
Al versetto 4 si legge che Zaccheo corre su un sicomoro, perché sa che Gesù “doveva” passare per quella strada. Questo “doveva” in greco è “èmellen” che significa “essere_per/essere_in_procinto_di”. La cosa interessante di questo verbo, al di là delle sfumature in traduzione, è che ha in sé il concetto del “tendere al futuro”. Capiamoci: “essere_in_procinto_di” non ha forse il respiro di una previsione? A conferma di quanto, infatti, da questo verbo vengono due espressioni del gergo greco che sono: “ò mèllon” (il futuro) e “tò/tà mèllon” (le cose future).
Dove vogliamo arrivare?
Ebbene: quante volte la vita ci assorbe in tutto e per tutto, facendoci tralasciare il Signore, facendocelo disprezzare o, ancor peggio, dimenticare, considerandolo come “quello che viene dopo di tutto”, come quello che “me ne occuperò in futuro quando avrò tempo” o “quando starò per morire”. Nostro Signore Gesù Cristo non è il futuro, né tantomeno il passato: Egli è l’eterno “Oggi di Dio”.
Zaccheo cerca di “prevedere” il passaggio di Gesù, ma il Signore gli passa già dentro, in quel preciso momento, già prima dell’incontro, anzi: in tutti gli “oggi” di Zaccheo, prima del fatidico giorno, Gesù lo incontra, e lui lo vede, ma non capisce chi è, tanto è vero che l’espressione “cercava di vedere chi era Gesù” (v. 3) manifesta la ricerca di una essenza della quale probabilmente fa già esperienza, ma di cui non ne comprende la profondità di senso, e tutto questo lo si può intuire: tra tutta la folla che c’era, Gesù è attratto solo dal Zaccheo in cima al sicomoro; non si erano mai incontrati prima di allora, ma Gesù chiama per nome Zaccheo e si invita a casa di quest’ultimo; Zaccheo accoglie Gesù pieno di gioia, evidentemente perché era quello che fortemente attendeva da tempo. La narrazione, apparentemente, descrive un incontro casuale da parte di Gesù, ovvero un incontro auspicato da parte di Zaccheo, ma una attenta “scrutatio” ci appalesa chiaramente che quell’incontro è fissato da tempo, concordato da entrambi in tutti gli “oggi” prima di quell’ “oggi”, e proprio per quell’ “oggi”.

Sesto punto
Giunti alla fine, possiamo quindi domandarci: e che c’entra con tutto questo scritto la storia dei sicofanti?
Ebbene: il sostantivo “sicofante” è composto dal nome “sùkon” che significa “fico” e dal verbo “fàino” che significa “mostrare/far_vedere”. E fin qui ci siamo con le vicende raccontate all’inizio, poiché il sicofante era colui che denunziava l’illegalità “portando allo scoperto i fichi”.
Questo nome (“sicofante”) lo troviamo, nella pericope odierna, sotto forma del verbo “esukofàntesa”, ovvero nel versetto 8, quando Zaccheo dice: “se ho rubato a qualcuno”. Il verbo “sukofantèo” (dal quale si conuiga “esukofàntesa”) significa, principalmente, “defraudare/calunniare”, ed anche qui tutto come nell’overture, poiché sono le due degenerazioni “gradite” ai denunziatori nell’esercizio del loro potere.
Ma “sicofante” lo troviamo anche in un altro nome presente nel brano evangelico di questa domenica: SICOMORO.

sicomoro_gerico_frutti_fico
Il sicomoro di Gerico – particolare dei frutti del “ficus Sycomorus”

La tinta particolare che lo scrivente vuole cogliere (quale verbo migliore, dato che parliamo di fichi) è che Zaccheo, ovvero il “sico_fante” che “defraudava e calunniava” il popolo (suko_fantèo) nell’esercizio del proprio potere, per vedere Gesù, salì su un “sicomoro” (v. 4).
In greco “sico_moro” è “suko_morèa” (cfr. GELSO) ovvero “albero/moro/gelso_dei_fichi”.
Lo scrivente propone solamente una insufficiente intuizione, lasciando come al solito che il lettore sia “dominus” del proprio panorama meditativo, aiutato, come è doveroso che sia, dalle riflessioni che il sacerdote proporrà nella sede dovuta.
Ebbene, per il “sicofante” (“colui_che_mostra_i_fichi”), ovvero per colui che esercita l’azione espressa dal verbo “sukofantèo” (“mostrare_i_fichi”), il “sicomoro” (albero_dei_fichi) altro non è che la fonte della sua ricchezza, ovvero in senso lato per il fraudolento, cioè per colui che esercita il defraudare, la frode è la fonte del suo benessere.
Il fatto che il “sicofante” Zaccheo (il quale pratica l’azione del “sukofantèo” [v.8]) cerchi di vedere Gesù salendo sul “sicomoro” (v. 4), può condurre a due sfumature di senso: la prima è quella che indica la frode quale sola via a cui ricorrere per la soddisfazione di ogni desiderio; la seconda, più profonda, è quella che appartiene in maniera particolare a tutti noi “superuomini” del nostro tempo, ovvero quella di credere che, siccome nel mondo sappiamo adoperare in maniera proficua l’inganno, utilizzandolo con profitto a soddisfazione delle bramosie scelte dalla nostra libera volontà, possiamo impiegare tale tecnica anche con il Signore (salire sul sicomoro non è, infatti, “darsi una statura che non si ha” al cospetto del Signore? Addirittura millantando una superiorità che induca il Signore a “guardarci dal basso in alto”? Ci basti…).
Ma la cosa sconcertante è che noi, saliti sull’albero dei fichi, non potremo mai cogliere il “Fico” per eccellenza, poiché Egli si trova in basso, nel punto più basso del mondo; ed inoltre non saremo mai noi a coglierlo, ma sarà Lui a volerci cogliere (“volerci cogliere”, non “coglierci”), così come Gesù ha fatto con Zaccheo, il quale ci insegna solo in secondo luogo il “pentimento attivo” (ovvero il riconoscersi peccatore e pagare il prezzo delle proprie colpe [v. 8]), poiché in prima istanza ci sollecita a “farci cogliere”, a “scendere subito e in fretta” (v. 6) dal sicomoro del peccato, della superbia e dell’ambizione, per aggrapparci senza indugio e con profonda umiltà al “Fico della Salvezza”.

(Interessante anche un altro parallelismo tra “sicofante [Zaccheo]”, “sicomoro” ed “esukofàntesa [ho_rubato]”: il sicofante che “scende” dal sicomoro, ha la stessa valenza del sicofante che “restituisce” quanto rubato)

E che a Gesù possa essere ricondotta la figura del “fico”, lo possiamo carpire da vari elementi. Ci bastino i seguenti:
– la “scrutatio” delle Scritture, da parte dei dottori e degli studiosi della Torah, era finalizzata a cercare di comprendere quando e quale fosse il tempo maturo per la venuta del Messia, e tale studio di solito si svolgeva sotto un fico (cfr. Natanaele in Gv 1, 48);
– il fico è emblema della terra d’Israele, in quanto da tale (falso) frutto sgorgano “latte e miele”, e Gesù è l’ “Israelita” per eccellenza (il nome “Israele”, nonostante abbia una origine etimologica discussa, reca in sé il senso di “forte_con_Dio” [cfr. Gn 32, 29; Os 12, 4-5], ma potrebbe provenire anche da “vedere_Dio”: chi se non nostro Signore Gesù Cristo è il “Forte con Dio”, Egli che vede Dio poiché è Dio), e l’ “Ebreo” per eccellenza (il termine “ebreo”, in ebraico “ivrì”, viene dal verbo “avar” che significa “passare/oltrepassare”: chi se non nostro Signore Gesù Cristo è colui che passa continuamente [cfr. il versetto 4 della pericope odierna, nonché numerose altre citazioni, tra le quali riportiamo come degno di nota Lc 18, 37], ovvero è il Signore del Passaggio [Pasqua]);
– infine, del fico si mangia tutto, così come il Figlio di Dio, Pane di Vita, si è offerto totalmente, si è fatto (e si fa) completamente “mangiare”, avendo donato (e donando) il suo Corpo e il suo Sangue, Egli che fin dalla nascita fu deposto e messo a giacere in una mangiatoia (cfr. Lc 2, 7; 12; 16).
Come accennato la scorsa settimana, quando a render discorso era stato l’ulivo, per ascoltare nostro Signore Gesù Cristo basterebbe reclinarsi anche presso un fico, e lasciare che questo parli.

Fonte

A cura di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/

Letture della
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Prima Lettura

Hai compassione di tutti, perché ami tutte le cose che esistono.

Dal libro della Sapienza
Sap 11,22 – 12,2

 
Signore, tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia,
come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
 
Hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini,
aspettando il loro pentimento.
 
Tu infatti ami tutte le cose che esistono
e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato;
se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
 
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
 
Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,
Signore, amante della vita.
Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
 
Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano
e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato,
perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.
Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Sal 144 (145)
R. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre. R.
 
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R.
 
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza. R.
 
Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto. R.
 

Seconda Lettura

Sia glorificato il nome di Cristo in voi, e voi in lui.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
2 Ts 1,11 – 2,2

 
Fratelli,  preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
 
Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.

Parola di Dio

Vangelo

Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 19,1-10

 
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
 
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
 
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
 
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Parola del Signore