Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 3 Maggio 2020

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Non neghiamocelo: quante volte abbiamo considerato gli apostoli come persone «lente di cuore» (cf. Lc 24, 25); quante volte abbiamo reputato sconsiderati i discepoli di Gesù, ovvero coloro che ebbero la grazia di ascoltare direttamente la sua voce.
Come potevano non comprendere il dono della sua persona e della sua parola? – ci fossimo stati noi, invece: altro che quell’ottuso di Clèopa…
E come se non bastasse, ci si mette anche il Vangelo odierno ad infierire: «Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro» (Gv 10, 6).

Tuttavia, dato che lo scrivente non è certamente più acuto di Clèopa (beato quel lettore che: «– ci fossi stato io…»), mica è poi tutto così chiaro nelle parole odierne di Gesù.
Infatti, se leggiamo o ascoltiamo attentamente le righe del Vangelo di oggi, una domanda la faremmo anche noi al Maestro: «Ma tu sei il pastore o la porta?».

In effetti, sembra che Gesù faccia quasi apposta a confondere le idee.
Invero, nella prima parte della pericope (Gv 10, 1-5) Egli appare chiaramente come il pastore. Nondimeno, nei versetti seguenti (Gv 10, 7-10) Gesù stesso si definisce «la porta».

Da tutto ciò un ragionamento.
Se nelle prime righe è facilmente comprensibile che Gesù è il pastore, perché mai i suoi discepoli «non capirono di che cosa parlava loro»?
E se Gesù è il pastore, come mai, a seguito della richiesta di chiarimento della similitudine, Egli dice di sé stesso: «Io sono la porta»?
Piaceva forse a Gesù divertirsi coi giochi di parole? Oppure i discepoli sapevano che le pronunce del Maestro celavano sempre dei sensi taciuti, ragion per cui chiesero probabilmente spiegazioni al Maestro?

A seguito di quanto, sono da osservare due note.
È possibile che il versetto di Gv 10, 6 («Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro») possa essere un’interpolazione dell’Autore Sacro (cf. Gv 2, 21 «Ma egli parlava del tempio del suo corpo»); nondimeno, se continuassimo a leggere il capitolo 10 secondo Giovanni, nel versetto 11 Gesù si definisce proprio ed esattamente: «Io sono il buon pastore».
Ma allora: cos’è tutta questa confusione? Ovvero: siamo proprio certi che solo Clèopa fosse stolto?

Ebbene, lasciando al perito lettore la facoltà di scegliere tra «porta» e «pastore» (e se non ci fosse alcuna scelta da fare?), vogliamo, invece, cogliere qualche particolarità presente nel greco del Vangelo odierno.
Come abbiamo detto altre volte, una lingua può esprimere significati e veicolare concetti anche coi propri suoni (cf. COSPARSE DI PROFUMO).
Di ciò dato atto, nella pericope odierna ci sono alcuni vocaboli che sono perfettamente in rima tra loro:
«In verità […] recinto […] pastore […] voce […] pascolo […] vita».
Chiaramente in italiano non si capisce, ma nel greco originale del testo sono:
«amèn […] aulèn […] poimén […] fonèn […] nomèn […] zoèn».

Tecnicamente l’uso della rima indica una connessione, un legame tra più parole, concetti, espressioni. Ebbene, basterebbero questi termini per comprendere il senso pieno del Vangelo di oggi, dato che ne rappresentano puntualmente l’ossatura; ed è assai interessante rilevare come aulèn («recinto») tecnicamente non alluda ad una «prigionia», ma valga puntualmente «atrio», ovvero «ingresso/porta».

Ecco, allora, che «pastore» e «porta» non sono poi così diversi, poiché entrambi sono l’«ingresso» alla salvezza e la vita.

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Veduta del Lago di Galilea

Tuttavia lasciarsi corrompere dai termini sopra elencati è molto facile, e in tali sottigliezze si insinua il maligno: «Ma quale vita. Il pastore altro non è che un tiranno! – Ma quale salvezza. La porta è impedimento ad ogni liberta; è la fine! è la morte!».
A tal proposito, è rilevante approfondire ancora un po’ il testo evangelico e penetrare in altre particolarità.

In greco esiste un termine, ovvero poímnè.
Esso significa precisamente «gregge», tanto è vero che deriva esattamente proprio dal già citato poimén («pastore»).
Tuttavia, nella pericope di questa domenica il sostantivo poímnè («gregge»), che sarebbe stato perfettamente adatto per contesto, semantica e lessico, non viene mai usato (nel capitolo 10 secondo Giovanni lo si troverà una sola volta al versetto 16: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Cf. Sal 100); viene invece adoperato il termine próbaton, ovvero «pecora».

Come mai…

Ebbene, osserviamo una prima specificazione.
Il «gregge» è un gruppo di pecore sotto la custodia effettiva di un pastore.
Dire «pecora», invece, non implica necessariamente la presenza del pastore. Certo, la pecora cerca, ricerca, un pastore; è insita nella sua natura la necessità di un pastore, ma non è detto che ce l’abbia. Può, infatti, capitare che la pecora venga rubata; o che si allontani dal gregge e si smarrisca.

Data questa premessa, sono poi le stesse parole a dare dimostrazione di quanto appena detto.
Infatti, poímnè («gregge») è allacciato in tutto e per tutto a poimén («pastore»), tanto a livello semantico, quanto per il fatto che entrambi i termini sono esattamente composti dalle stesse lettere, le quali vanno quasi reciprocamente ad annodarsi, a confondersi e a incastrarsi, a mo’ di vicendevole abbraccio. In un certo senso, questo sembra quasi voler significare che tra gregge e pastore c’è profondissima simbiosi, c’è richiamo fortissimo, quasi che non possano non attrarsi; anche per il fatto che nell’uno c’è scritto esattamente l’altro.
Cosa accade, invece, per próbaton («pecora»)?
Tale termine non ha alcun legame con poímnè («gregge») e poimén («pastore»), né semasiologico, né grafico. Difatti il nome próbaton («pecora») deriva dal verbo probaíno che significa «andare-innanzi».
Cosa intende, quindi, próbaton?
Tale sostantivo significa e manifesta (al contrario del gregge, il quale ce lo ha il suo pastore) la fortissima urgenza di avere una guida.
Ebbene, se poímnè («gregge») e poimén («pastore») non possono far altro che attrarsi, data anche la loro simiglianza lessicale, a chi assomiglia, invece, próbaton («pecora»)? Ovvero, quale termine possiede quella prossimità tale da attrarre e richiamare próbaton («pecora»)?

Nel testo evangelico di oggi c’è un verbo…

Orbene, anche se il pastore smania per la pecora, e tiene per lei spalancata la porta di ingresso nel suo gregge, la próbaton («pecora»), invece, rischia fortemente di cadere attirata dal richiamo di un tranello.
A calamitarla, difatti, è un verbo, che rappresenta, al cospetto dell’urgenza della pecora, una letale guida.
E questo verbo la adesca proprio in virtù della reciproca e fortissima somiglianza: anabaínon («In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale (anabaínon) da un’altra parte, è un ladro e un brigante» (Gv 10, 1).
Infatti pro-baíno e ana-baínon sono esattamente lo stesso verbo (baíno), nel quale cambia solo la preposizione (sottile il demonio…).

Ecco, quindi, dove si gioca la partita della vita e della salvezza.
Il Signore, sa che siamo próbaton; conosce che in noi è forte l’urgenza di avere una guida; vede che siamo morbosamente e visceralmente attratti da anabaínon (e tutto ciò lo intende anche il maligno, il ladro-brigante, l’anabaínon per antonomasia), ma ci invita ad essere accorti; ci invita a non cadere nelle trappole scimmiottanti e nei sottili inganni del demonio; ci invita a non rigettare l’ingresso nel suo cortile di Libertà, preferendo i chiodi del vacuo libertinaggio; ci chiama alla conversione da pecora in gregge; ci chiama a non temere la porta del suo recinto, poiché la sua porta è la Salvezza, e il suo recinto è la Vita.

«Come può esserci libertà nel recinto?» sussurra infimo l’anabaínon alla próbaton.

Ma la Libertà, invero, non è nell’assenza di limiti, ma nella reciproca appartenenza (dove ognuno è libero grazie al limite di ciascuno); così come sciolti ma annodati sono poímnè («gregge») e poimén («pastore»).

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/


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