Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 29 Dicembre 2019

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Il Natale ha un solo sinonimo: la gioia.
Il Natale ha un solo sapore: la dolcezza.
Questo è tutto quello a cui gli “eroi” (“Erode” significa esattamente “eroe”) del nostro tempo riducono il Natale; questo è tutto quello a cui “coloro che ispirano le masse” (“Archelao” significa esattamente “capo_della_folla”) rimandano il Natale.
Se va bene così, non si prosegua nella lettura: si corra subito a far festa, tra le luminarie e il tintinnio dei campanellini.
Rimasto certamente abbandonato, data anche questa provocazione antipatica (o, come si suol dire oggi nei confronti di coloro che vogliono “ritirarsi” da un certo mondo, “politicamente scorretta”), allo scrittore non resta che ammazzare la sua solitudine scrivendo.
Sia, comunque, bene intesa una cosa.
Il Natale non solo è gioia: è il tripudio della gioia!
Il Natale non solo è dolcezza: è la più fragrante delle dolcezze!
Ma se non riconosciamo che è il Signore Gesù il Tripudio; se non riconosciamo che è il Cristo la Fragranza, altro non resta che acclamare ai “capi popolo”; altro non resta che osannare agli “eroi”.

Lo Spirito Santo sia guida per lo scrivente, per il lettore, e per tutte le famiglie nelle quali il nome del Signore Gesù Cristo è lodato ed esaltato.

Dispiace allo scrivente rammaricare il lettore con quanto seguirà, soprattutto in questo periodo in cui piena è la felicità e la serenità. Tuttavia l’analisi attenta della pericope odierna vuole condurci anche ad intravvedere la vicenda storica che si cela attorno alla “magia” del Natale.
La fuga in Egitto è presentata, giustamente, come un atto necessario di salvezza e di sopravvivenza per la Santa Famiglia, ma capita spesso, in alcuni approcci e commenti, che tale passaggio venga edulcorato da un’aura celestiale, conferendo fiabesco misticismo là dove si cela un crudo episodio.
Certamente non sfugge la chiara asprezza che scaturisce dai feroci re di Giudea (talis pater [Erode], talis filius [Archelao]), ma nelle viscere del testo evangelico di oggi si cela anche un’altra sofferenza, intima, recondita, inconfessata: un “pianto nascosto”.

(A margine di tutto ciò, una nota curiosa: pur se Archelao sembra in totale sintonia con il padre Erode, tanto da ereditarne anche la capacità di incutere timore [cfr. v. 22], non era certamente un privilegio far parte della prole del re di Giudea. Questo cruento sovrano, infatti, dispensava magnanimamente la sua disumanità a tutti, senza distinzione alcuna. Giocando su una forte assonanza tra due vocaboli, la storia ci ricorda una battuta attribuita ad Augusto, nella quale l’imperatore di Roma, parlando di Erode, affermava che era meglio essere un suo “maiale” [ùs], piuttosto che essere suo “figlio” [uiòs])

Ebbene, volendo, quindi, incominciare la nostra esposizione, riportiamo immediatamente la parola su cui vogliamo porre interesse: SI_RIFUGIÒ.
Questo verbo, nel greco originale, è reso con il termine “anakhorèo”, ed è presente non solo al versetto 14 (“Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò [anekhòresen] in Egitto”), ma altre due volte: al versetto 13 (I “Magi erano appena partiti” [anakhoresànton]) e al versetto 22 (“Avvertito poi in sogno, si ritirò [anekhòresen] nella regione della Galilea”).
Cerchiamo di procedere schematicamente nel ragionamento.
1 – Tale verbo è composto dalla preposizione “anà” che significa “sopra” e dal verbo “khorèo” che significa propriamente “far_posto”.
2 – Se andiamo ad approfondire il nucleo verbale in senso stretto, ovvero “khorèo”, esso rappresenta l’espressione del sostantivo “khòra” che vale precisamente “spazio_di_terra”.
3 – La radice che sta alla base del verbo “khorèo” e del sostantivo “khòra” esprime “assenza”, tanto è vero che dallo stesso seme è il sostantivo “khètos” che significa puntualmente “mancanza/desolazione”.
Vediamo di fare un breve punto della situazione.
Chi “si_rifugia/si_ritira” (anakhorèo) è colui che va a “ritagliarsi_un_posto” (khorèo), ovvero va a prendersi un proprio “spazio_di_terra” (khòra). Ma costui, in tale maniera, si riduce a vivere in “assenza”, ovvero è nella “mancanza” di ciò da cui ha preso le distanze (khètos).
Cerchiamo, adesso, di andare ancor più in profondità.
4 – Sempre dalla stessa radice che appartiene ai tre punti sopracitati (ovvero il concetto di “assenza”), sorge il sostantivo “khèros”, che significa “deserto”.
Tale quarto punto ci porta ad una prima riflessione.
Il “deserto” sarà il protagonista dei successivi due capitoli a seguire (oggi stiamo leggendo il capitolo 2 del Vangelo secondo Matteo, e i capitoli 3 e 4 descrivono rispettivamente la missione di Giovanni Battista, colui che “predicava nel deserto, colui che era “Voce di uno che grida nel deserto” [cfr. Mt 3, 1.3]; nonché le tentazioni che il diavolo avvicinò a Gesù, dopo che Egli, battezzato da Giovanni, “fu condotto dallo Spirito nel deserto” [cfr. Mt 4, 1]).
Ecco, allora, che questo “si_rifugiò”, che coinvolge Gesù, Maria e Giuseppe in puntuali e specifici episodi della loro vicenda, è già prefigurazione degli eventi che avrebbero caratterizzato il prosieguo della Missione, ammiccando ed alludendo molto sottilmente al destino e al cammino di quel Bambino.
Da ciò, è necessario fare un ulteriore passo in avanti, ed andare a scovare quel “pianto nascosto” a cui facevamo cenno sopra.
5 – Ancora legato alla stessa catena radicale di tutti i termini in precedenza citati (sempre il concetto di “assenza”), sovviene il nome “khèra” (del quale abbiamo già parlato tempo fa) che significa “vedova”.
Ebbene, non è necessario che lo scrivente solleciti più di tanto il ragionamento del lettore, al fine di fargli individuare chi possa essere questa “vedova”.

porta_santa_maria_maggiore_roma
Porta Santa (Santa Maria Maggiore, Roma)

Ecco, quindi, a chi appartiene il flebile, ma accorato, pianto che geme nella pericope odierna: è il singulto di Maria, Vergine e Vedova, la quale si è dovuta “rifugiare” dapprima dal cinismo della legge (cfr. Mt 1, 18-25. Si rammenti anche il commento della settimana scorsa); la quale si è dovuta “rifugiare” da tutto e da tutti, a cagione della superbia del mondo (rappresentato da Erode e Archelao (cfr. vv. 14 e 22); la quale ha dovuto sopportare il “ritirarsi” anche di coloro che avevano prestato somma adorazione nei confronti del suo Bambino [cfr. v. 13]; la quale ha dovuto pure accettare il “ritirarsi” del suo sposo, dopo che costui aveva custodito lei ed il Figlio, fino a condurli a raggiungere la sicurezza in quella città della Galilea “chiamata Nazaret” (cfr. v. 22).
Precisiamo che della morte di Giuseppe non è scritto nei Vangeli, ma partecipando ad una esegesi attenta della pericope che la Liturgia ci propone nell’occasione odierna, possiamo certamente accogliere e celebrare la sua dipartita (anche perché da adesso [ovvero dal cap. 3 in poi] Giuseppe scompare come soggetto “agente”), nonché il pianto della Vedova, Colei che avrà ancora da piangere, poiché dovrà sperimentare anche il “deserto” di quel sabato, nel quale il “ritirarsi” pure del suo Figlio, le provocherà una “assenza” devastante.
Ma il Natale è il tripudio della gioia!
Il Natale è la dolcezza più fragrante!
Ecco, allora, che come il Pane risorgerà al Terzo Giorno, facendo germogliare (“Nazaret” ha in sé la radice ebraica “nètser” che significa “germoglio” [in arabo “Nazaret” è “Annàsira” ovvero “fiorita”]) il deserto che aveva “desolato” la madre, è certo che anche Giuseppe, nonostante la sua “assenza” (che allo scrivente piace di più chiamare “silenzio”) non ha mai lasciato sola la Vergine durante tutto il suo cammino, continuando sempre a custodirla.
Ma questa certezza in merito a Giuseppe, non è solo una nota poetica ed emozionale dello scrivente.
Se il lettore avrà letto, o ascoltato, bene la pericope proposta oggi, accanto alle tre volte in cui abbiamo trovato declinato “anakhorèo” (vv. 13, 14, 22), per ben quattro volte è ripetuto “egerthèis” (v. 13 [Àlzati]; v. 14 [si alzò]; v. 23 [Àlzati], v. 21 [si alzò]), ed è sempre riferito a Giuseppe.
E oramai ci è arcinoto che “egerthèis” è la declinazione del verbo “egèiro”, ovvero “Risorgere”!

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/


Letture della
SANTA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE – ANNO A – Festa
Colore liturgico: BIANCO

Prima Lettura

Chi teme il Signore onora i genitori.

Dal libro del Siràcide
Sir 3,3-7.14-17a

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli

e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.

Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà

e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.

Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.

Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli

e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.

Chi glorifica il padre vivrà a lungo,

chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.

Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,

non contristarlo durante la sua vita.

Sii indulgente, anche se perde il senno,

e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.

L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,

otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

Parola di Dio

Salmo Responsoriale

Dal Sal 127

R. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Beato chi teme il Signore

e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai,

sarai felice e avrai ogni bene. R.

 

La tua sposa come vite feconda

nell’intimità della tua casa;

i tuoi figli come virgulti d’ulivo

intorno alla tua mensa. R.

 

Ecco com’è benedetto

l’uomo che teme il Signore.

Ti benedica il Signore da Sion.

Possa tu vedere il bene di Gerusalemme

tutti i giorni della tua vita! R.

Seconda Lettura

Vita familiare cristiana, secondo il comandamento dell’amore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Col 3,12-21 

Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.

Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!

La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Parola di Dio

Vangelo

Prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,13-15.19-23

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».

Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».

Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Parola del Signore

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