Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 27 Settembre 2020

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Domenica scorsa il Vangelo era tratto da Mt 20,1-16 (un padrone che chiama lavoratori per la sua vigna in varie ore del giorno, e alla fine dà a tutti lo stesso compenso – Cf. PENSARONO).
Quest’oggi la Liturgia ci presenta una pericope estratta da Mt 21,28-32.
Eppure, siamo al cospetto dello stesso identico episodio.

Affermazione troppo azzardata?
Verifichiamo.

In primo luogo, il fondale.
Si parla anche oggi, così come domenica scorsa, di lavoro presso la vigna* di un uomo (Cf. Mt 21, 28. Che poi questo «uomo» sia qualificato anche come «signore» e «padre» [Cf. Mt 21, 30-31] meriterebbe un altro approfondimento, che quest’oggi tralasciamo)

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In evidenza il «palo che sostiene la vite»

In secondo luogo, la settimana scorsa abbiamo trattato del termine nómos («legge»), e abbiamo enunciato la dinamica in cui questo termine è inserito in San Paolo, ovvero la relazione antitetica che tale nome ha nei confronti del movimento pístis/cháris («fede»/«Carità-Grazia») ⇒ dikaiosúne («giustizia/giustificazione»).
Ebbene, i versetti odierni di Mt 21, 31b-32, che potremmo definire la «seconda parte» della pericope» odierna, esprimono propriamente lo stesso andamento di cui parlavamo sette giorni fa, usando esattamente gli stessi termini appena sopra citati:
– «E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia (dikaiosúnes), e non gli avete creduto (episteúsate); i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto (epísteusan). Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli (pisteũsai)».
Invero i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, a cui Gesù si rivolge, sono brutalmente espressione di quel nómos («legge» ) che non salva; mentre i pubblicani e le prostitute rappresentano fortemente coloro che tendono la mano al Signore (pístis [«fede»]) dalle sabbie mobili del loro peccato, ricevendo da Costui la cháris («Grazia»), quindi meritare la dikaiosúne («Giustificazione»).

In terzo luogo, andiamo ad analizzare la «prima parte» dell’estratto evangelico odierno, ovvero Mt 21, 28-31a, e controlliamo se anche in tali righe può ritrovarsi equivalenza col racconto della settimana scorsa, il quale aveva per tema il «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20, 16). –Quando accanto ad un versetto viene scritto «a» o «b», tali lettere indicano la «prima metà» o la «seconda metà» del versetto medesimo
Per procedere con tale verifica, ci lasciamo condurre dal verbo metamélo, che ritroviamo nel versetto di Mt 21, 29:
– «Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì (metamélo) e vi andò».
Tale verbo è tradotto perfettamente, in quanto vale giustamente «pentirsi/avere rincrescimento».
Come ci accade spesso (sempre?), però, scavare nel profondo, ovvero ricercare la radice della parola, ci fa notare delle rilevanti sfumature.
Ebbene, il verbo metamélo è composto dalla preposizione metá e dal nucleo verbale vero e proprio ovvero mélo.
Scrutiamo attentamente tali elementi.
La preposizione metá ha molteplici sfaccettature semantiche, ma nel caso di specie essa intende il senso di «ordine, successione nello spazio e nel tempo», ovvero «dopo/appresso/dietro/poi».
Il verbo mélo esprime tecnicamente il significato di «sono oggetto di cura/ho pensiero di qualcosa»: in buona sostanza manifesta un egoistico «tutto ruota e gravita attorno a me».
Di ciò dato atto, è straordinario quindi come questo evangelico «pentirsi» sia profondamente non un semplice «rimorso, in valore del quale si è ben disposti anche ad accettare una pena», bensì un «vorticoso e viscerale rimescolamento delle cose, dei ruoli, delle gerarchie, delle priorità», in quanto metamélo, ad offrirne una traduzione letterale, intende un vigoroso e deciso «io vengo dopo», ovvero «le mie preoccupazioni e la cura verso me stesso (mélo) sono un poi (metá)», ovvero «non voglio (più) essere egoista».
Ma, mettere se stessi dopo/appresso/dietro/poi, non significa farsi «secondi», o ancor meglio farsi «ultimi»?
Ecco, allora, che possiamo riprendere e ritornare al Vangelo odierno, e notare la dinamica del «figlio che si pente» (Mt 21, 28-29):
– «[…] Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò».
Ebbene, aperto il guscio di quel «si pentì», ecco che viene alla luce il gheriglio del versetto, che altro non è se non il «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20, 16) di domenica scorsa.
Difatti quel figlio, ovvero il «primo» figlio, «si pentì», ovvero «la cura verso sé stesso/le sue priorità» divennero un «poi»: questo figlio era «primo», ma si è fatto «ultimo», si è fatto «poi», dietro all’uomo-signore-padre.
Da tutto questo è veramente molto molto forte la fine del versetto di Mt 21, 29, che se sciolta in senso letterale potrebbe rendersi così:
– «Ma poi (ústeron) fece di sé stesso un poi (metamélo) e vi andò».
Riusciamo a scovare un «poi» ridondante, ribadito, quasi a voler sottolineare, anche col lessico, come il figlio «primo» si sia fatto «poissimo».

 

Ma il figlio «secondo»?
Andiamo al Vangelo (Mt 21, 30):
– «Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore“. Ma non vi andò».
In tale riga, di notevole rilevanza è la risposta di questo figlio: «Sì, signore».
Nel greco originale del testo siamo specificamente in presenza di queste parole: egó, kúrie, che rese letteralmente andrebbero tradotte con: «Io, signore».
Certo, la traduzione che leggiamo e ascoltiamo non è sbagliata, in quanto la formula traslata egó, kúrie ha immancabilmente il significato di «Presente, signore» (quindi la resa con «Si, signore» è perfetta), ma la Parola di Dio non può fermarsi solo al suo senso superficiale, al suo senso base (che pur bastando, non basta).
Difatti, la resa letterale di quell’egó, kúrie con «Io, signore» non solo riempie efficacemente codesta risposta, che non è per nulla «obbedienza», bensì «ego-ismo» (e così siamo a spiegarci la dinamica di disubbidienza che ne consegue: «ego-ismo», infatti, è certamente un «si», tuttavia è un «si» a sé stessi, non all’altro), ma dà pienezza, completezza, compimento anche a quell’apparentemente insignificante ordinale di «secondo», che non è solo un criterio sequenziale per dare assetto al racconto (è anche questo, ma non solo questo), bensì espressione di partenza di un movimento che procede al contrario del figlio precedente, in quanto il figlio «secondo» è colui che da «ultimo» si è fatto «io», si è fatto «Io, signore», si è fatto «primo».

Un lettore, a questo punto, potrebbe rendere la seguente osservazione:
– «Gesù domenica scorsa disse: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi” – (Mt 20, 16), quindi il figlio “secondo” di quest’oggi ha compiuto correttamente la dinamica indicata dal Signore, poiché, se da primi dobbiamo farci ultimi, vale anche il contrario, ovvero da ultimi dobbiamo farci primi».
Rispondere a questa speculazione dicendo:
– «Solo il Signore può rendere primi»,
è risposta verissima, la più vera, l’unica vera, ma non esaustiva alla logica della domanda proposta, in quanto ci si potrebbe trovare dinanzi alla seguente replica:
– «Quindi, ultimi si diventa per nostra opera, ma anche per volontà del Signore, in quanto Egli, che fu il primo a svuotarsi, non disdegna di svuotare quelli che ama (Cf. Prima Lettura odierna [Fil 2,1-11]), mentre per diventare primi occorre attendere che sia esclusivamente il Signore ad operare? Se tanto io quanto il Signore siamo soggetti operanti nell’abbassamento, è corretto e logico che tanto il Signore quant’anche io interveniamo nell’innalzamento. Altrimenti significa che la fede si gira le frittate come gli pare…».
Ebbene, la risposta chiarificatrice viene sempre dal Vangelo:
– «Perciò chiunque si farà piccolo […], costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4) -L’espressione «si farà piccolo» in greco è tapeinósei (lo stesso della Prima Lettura di oggi [Fil 2, 8]: «umiliò (etapeínosen) se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce»), ma forse Gesù avrà usato la parola ebraica anawim, ovvero «abbassati/ affondati», quindi «ultimi». Cf. 2Cor 12, 10b: «infatti quando sono debole, è allora che sono forte».
La citazione evangelica appena riportata (Mt 18, 4) è il medesimo «rimbalzo di salvezza» presente nella Prima Lettura odierna, ovvero nel momento in cui v’è il raggiungimento del culmine della bassezza, ecco che esplode il vertice apicale dell’altezza: «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2, 8-9).
Interessante notare, poi, come in ebraico vi sia un termine molto particolare in tal senso: kavód, che pur venendo dalla radice kavéd che significa «peso/pesante», ha il significato di «gloria».
Infine, non è forse vero che la Croce, che è la morte più infima, (Cf. sempre la più volte citata Prima Lettura: «umiliò se stesso […] fino […] a una morte di croce»), in realtà è un «sollevarsi» da terra?
Di ciò dato atto, è da ammettere, quindi, che anche noi siamo parte operante nel processo e nella dinamica dell’innalzamento, del nostro innalzamento, ma la Parola di Dio è molto precisa: noi siamo fautori del nostro farci «primi», proprio ed esattamente nel momento in cui ci facciamo anawim, «tapini»; nel momento in cui ci facciamo «io vengo poi (metamélo)», ovvero «ultimi». Inoltre, il primeggiare ottenuto non è quello del e nel mondo (anche se il Signore può permettere anche questo), ma del e nel «regno dei cieli» (Cf. Mt 18, 4 in sinossi col Vangelo odierno [Mt 21, 31]).
Per farsi primi del e nel mondo, invece, non occorre tutto questo arrovellamento, tutti questi «rimbalzi illogici»: basta con la massima libertà e con tutta semplicità dire egó, kúrie («Io, signore»). –Ben diverso dall’«Ecco/Eccomi» (idoù) di Maria. Spesso nel greco (così come anche nel latino), quando il verbo è assente, di solito è sottinteso il verbo «essere». Ecco che questo egó, kúrie potrebbe quindi rendersi come «Io (sono), signore» (che in ebraico sarebbe da far valere precisamente con YHWH, Adonái ovvero i nomi propri di Dio). Invero metamélo, per usare una formula che ci fa leggere un immediato raffronto, si potrebbe anche traslare con sú, kúrie ovvero «(Non io, ma) Tu (sei), signore»

 

A noi scegliere in piena libertà la formula con cui caratterizzare la nostra vita (metamélo o egó, kúrie), ben sapendo, tuttavia, che la logica del primato del e nel mondo, primato che fa venire a tutti (chi può negarlo: solo i bigotti!) la bava alla bocca (Cf. Mc 9, 18.20; Lc 9, 39), va «dall’alba alla sera»; mentre l’illogicità del primato del e nel Signore, primato che appare stolto e scandaloso (Cf. 1Cor 1, 23), procede «da opsías genoménes («venuta la sera») a proΐ («all’alba»)» – Cf. PENSARONO.

*Il «palo che sostiene la vite» in latino è patibulum; molto interessante come con patibulum i Romani chiamassero anche il «palo trasversale caricato sulle spalle del cruciarius (“condannato a morte per crocifissione”)». Grazie anche a questo curioso(?) dettaglio, possiamo forse meglio capire i continui riferimenti che Gesù rimanda alla vigna (Cf. Gv 15, 1: «Io sono (egó) la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore»)

 

patibulum_cruciarius_deductio_via_crucis_sindone_vigna_vigneto
In evidenza il «patibulum»

 

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/