Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 25 Aprile 2021

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Ma che aspetto aveva Gesù?

Nessuna fonte ci descrive come fosse la fisionomia di Gesù a livello fisico: se fosse alto o basso, magro o corpulento, robusto o gracile.
Se i Vangeli non hanno badato a dar rilievo a questi dettagli, evidentemente non erano necessari.
E se ciò è stato taciuto anche dalle altre fonti storiografiche non cristiane che fanno riferimento a Gesù (es. Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche; Tacito, Annali), probabilmente l’aspetto del Rabbi di Nazaret era non dissimile a quello che apparteneva comunemente agli uomini della terra in cui visse.
Oppure no?

Ad onor del vero, non è bene né corretto asserire descrizioni sull’aspetto fisico di Gesù, dato che da nessuna parte v’è alcuna esplicitazione di ciò. -Anche se questa affermazione, secondo lo scrivente, non è corretta: secondo noi, infatti, la Sindone è da considerarsi vero e proprio documento storico su Gesù di Nazaret, che rappresenta, descrive, “disegna” (cf. Gal 3, 1) propriamente il suo aspetto fisico

sindone
Sindone

Nondimeno il Vangelo di oggi, ovvero Gesù stesso, riferisce una vera e propria nota estetica.

L’aggettivo «buon», infatti, riferito a «pastore», nel greco originario del testo è esattamente kalós, che significa senza alcun dubbio «bello».

Ma allora perché la traduzione rende questo lemma con «buono»?

Tecnicamente l’aggettivo kalós può significare anche «buono».
Inoltre per il mondo greco kalós è spesso, per non dire sempre, associato ad un altro aggettivo, ovvero agathós («buono»), in quanto ciò che è bello è di conseguenza buono, e ciò che buono è di conseguenza bello. Difatti il termine kalós per la concezione greca si riferisce non solo a ciò che è «bello fisicamente», ma anche a quella bellezza connessa al «buon comportamento morale».

Quindi possiamo affermare come il termine kalós sia aggettivo a “doppio senso”.
E tale prassi del “doppio senso” era propria anche dell’esegesi ebraica.
La tecnica del cosiddetto tartéi mashmá, ovvero «doppio significato», infatti, apparteneva ai metodi di interpretazione, e di insegnamento, della Scrittura adoperati dai rabbi. -Cf. il passo di Gv 3, 8 in cui Gesù è a colloquio con Nicodemo, esattamente un maestro d’Israele: «Il vento (pneũma che intende sia «vento» sia «spirito») soffia dove vuole»

Quindi Gesù era certamente «buono», ma anche «bello»?
Ebbene, se nel Vangelo è scritto kalós, e se kalós esprime i significati appena riferiti, perché affermare il contrario o tacere circa il fatto che Gesù Cristo fosse anche gradevole di aspetto (cf. Sal 45, 3)?
Inoltre è Gesù stesso che si definisce o poimèn o kalós («il pastore il bello»), quindi come non credere alle sue proprie parole? -Molto curioso come in alcune iscrizioni acclamatorie su reperti greci (es. Frammento di coppa presso il Museo civico archeologico di Pitigliano) sia precisamente scritto lykos kalos («lupo bello»), mentre nel Vangelo colui che è kalós è il pastore, ovvero proprio l’avversario del lupo (cf. Gv 10, 11-13)

Il Buon Pastore, Catacombe di Priscilla, Roma, III secolo
Il Buon Pastore, Catacombe di Priscilla, Roma, III secolo

Vogliamo, inoltre, notare come in un altro passo del Vangelo secondo Giovanni si presenti questo “doppio senso” di kalós:
«[…] Tutti mettono in tavola il vino buono (kalòn) all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono (elásso). Tu invece hai tenuto da parte il vino buono (kalòn) finora» (Gv 2, 10 – episodio delle Nozze di Cana).
Certamente la traduzione più appropriata è «buono», eppure non è forse vero che il vino si valuta anche per il suo aspetto esteriore ed estetico?
Inoltre per la concezione ebraica, il vino era considerato “il sangue della vite”: e certamente il sangue soggiace propriamente a valutazioni visive (bello), non certo di gusto (buono).
Oppure no («Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6, 55)?

Ma oltre a ciò, abbiamo sopra evidenziato il termine greco elásso, che non significa assolutamente «meno buono» (la traduzione rende così, ma solo a rigor di logica e comprensione), poiché andrebbe tradotto come «inferiore».
Ecco, allora, come kalós possa rendersi principalmente con «bello»; certamente con «buono», ma anche con «superiore»: non è forse vero che il vino migliore (più buono e più bello) viene espressamente definito “superiore”?

Ebbene, ecco allora come Gesù sia pienamente “Buon” Pastore: ecco come questo o poimèn o kalós («il pastore il bello»” – Gv 10, 11.14) debba essere preso in considerazione per ogni suo aspetto descrittivo, che va dalla logica di senso di «buono», passa per il rispetto letterale di «bello», finanche ad arrivare definitivamente al concetto compiuto di «superiore» -Cf. Gv 5, 36: «Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato». Da notare, infine, come in Es 25, 21 si dica espressamente: «Porrai il propiziatorio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò», e Paolo, studioso e maestro delle Scritture, riferisca come questo «propiziatorio sulla parte superiore» sia proprio Gesù Cristo: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione [il «propiziatorio», appunto], per mezzo della fede, nel suo sangue [ovvero «vino»…], a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati»

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/


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