Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 15 Novembre 2020

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Il Vangelo di quest’oggi (Mt 25, 14-30) è l’immediato e sequenziale prosieguo di quello di domenica scorsa (Mt 25, 1-13).
L’esegesi con riguardo all’ “olio” che ci ha accompagnato sette giorni fa, ha tratto da questo elemento connessioni e legami espressivi che ci hanno rimandato alla “fatica” e al “peso”, ovvero alla loro “lieta accettazione” (cf. Presero anche l’OLIO).
E se l’estratto evangelico odierno, come appena detto, è l’esatta continuazione del passo scorso, con il commento che proponiamo possiamo rilevare come la prosecuzione non si limiti solamente alla forma, ma concerna anche la sostanza.
Riflettiamo assieme.

 

Rinomata e conosciutissima è la parabola odierna (la cosiddetta “Parabola dei talenti”), così come sono arci note le sue consuete interpretazioni.
Se domenica scorsa (nella cosiddetta “Parabola delle dieci vergini”) tutto ruotava attorno all’ “olio”, quest’oggi il vertice della narrazione fa perno su un altro sostantivo: TALENTI.

A tutti è sempre stato lasciato intendere comunemente, fin da piccoli al catechismo nonché nelle varie omelie e catechesi, come il termine «talenti» (presente, tanto al plurale come al singolare, per ben 11 volte in 17 versetti [piccola nota: un talento equivaleva a seimila denari, cioè al salario di seimila giornate lavorative]) possa e debba essere trasfuso nel suo “prossimo” sinonimo di «doti».
E non v’è motivo di screditare questa lettura (suggerita dalla semantica che appartiene al nostro linguaggio e al nostro costume), poiché anche adoperando tale accezione («talento» come «dote», ovvero come «spiccata abilità»), il senso della parabola in questione assume un valore emblematico e valido.

I «talenti», inoltre, rappresentano anche un «ricavo/guadagno», ovvero sono sinonimo di «beni (patrimoniali)».
E pure tale aspetto interpretativo è da accogliere fortemente, anche per il fatto che l’abbinamento «beni-talenti» è posto in atto esplicitamente dall’«uomo/padrone/signore» primo attore della parabola, ovvero da Gesù stesso, il quale è il protagonista sotteso del racconto, nonché il proclamatore diretto di queste righe. -Notiamo fugacemente, senza promuovere alcun approfondimento (lasciando al lettore spunti di deduzione), come in greco la parola «beni» (Mt 25, 14) sia tà upárchonta, che letteralmente vale «le cose che cominciano/che sono (árcho) – sotto (upó)». Potremmo azzardarci a tradurre anche con: «le fondamenta».
Che poi tanto tanto azzardata questa traduzione non è, dato che l’ «uomo/padrone/signore» sta «partendo per un viaggio» (in greco è apodemõn, ovvero letteralmente «lasciare casa» – Mt 25, 14); e dato che l’aggettivo possessivo «suoi [servi]» in greco è idíous (Mt 25, 14) ovvero «proprio/privato/personale» contrapposto a «pubblico», aggettivo che la traduzione CEI 1974, in alcuni casi, arriva a rendere proprio con «casa» («E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa [eis tà ídia]» – Gv 19, 27)

Nondimeno, se andiamo al testo originale greco, accanto alle valide accezioni “prossime” di «talenti» (di cui abbiamo appena fatto cenno), possiamo valutarne anche un’altra più profonda. -Spesso siamo a ricordare al fedele come sia importante, ma oseremmo dire necessario ed urgente, andare “oltre il versetto”, ovvero cogliere, ed accogliere, un “al di là del significato prossimo” del versetto. Poiché accontentandoci sempre e solo dei sensi “prossimi” (assolutamente validi, sia chiaro!), possiamo correre il rischio di divenire “approssimativi”, ovvero rendere “approssimativa” la nostra fede
Ebbene, la parola greca adoperata per «talenti» è tálanta.
Tecnicamente questo sostantivo, prima di arrivare a valere «talento/moneta», esprime il significato tecnico del «sopportare/pesare». Il «talento», invero, era una unità di peso, con la quale si procedeva a misurare, quindi valutare, dare un valore; quindi apprezzare, dare un prezzo.


Ora proviamo a tradurre con questo senso il versetto di Mt 25, 15:
«A uno diede cinque cose da sopportare/pesi, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; […]».

Interessante notare, a supporto della scia esegetica qui proposta, il termine «capacità» (in greco dúnamin, ovvero «capacità/forza»). Esso ci conduce, con estremo vigore, ad un altro passo della Parola di Dio, ovvero a 1Cor 10, 13:
«Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere».

Ecco, allora, come questi «talenti» possano assumere il valore profondo di «prove», ed anche di «tentazioni», le quali possono essere permesse dal Signore (precisando, sempre e comunque, come il Signore non sia un tentatore – cf. Gc 1, 13-14: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni [permesse dal Signore che ci ama visceralmente tanto da lasciarci la piena libertà], che lo attraggono e lo seducono»). –Come non fare riferimento alla tanto temuta frase: «…e non ci indurre in tentazione».
Certo che è bene aggiornare le traduzioni a seconda dei tempi e delle capacità storiche di comprensione: tuttavia la fede non può trovare il suo fondamento nelle (mai del tutto) corrette (poiché comunque sempre correggibili-perfettibili, ergo sempre “approssimative”) traduzioni (il “tradurre”, infatti, è sempre un “tradire”), poiché il cardine della fede sta, in primo luogo, nell’iniziazione e nella scrutatio della Parola di Dio (che comprende necessariamente, ma che non implica solamente, il consultare o il proporre la più adeguata, fedele e rispettosa traduzione possibile del testo).
Piccola sfumatura nascosta.

Nel “Padre nostro”, tanto secondo Matteo (Mt 6, 13) quanto secondo Luca (Lc 11, 4), il verbo greco adoperato in ambo i casi è sempre eisenegkés, che nel suo aspetto tecnico e letterale vale esattamente «indurre» [eisenegkés coniugazione di eisféro, ovvero eis = «verso» + féro = «portare»].

Perché, dunque, manipolare le parole uscite propriamente dalla bocca di Gesù? Il Figlio di Dio si è forse sbagliato a parlare?
Necessario, certo, è elaborare una esegesi di questo verbo (per un’ampia, profonda e piena comprensione del termine, del concetto e del messaggio): ma l’esegesi dovrebbe rimanere nel suo naturale alveo di deduzione e chiosa della Parola di Dio, e mai divenire essa stessa Parola di Dio. “Tradurre” e “fare esegesi”, invero, sono due operazioni necessarie ed interdipendenti, ma che debbono mantenere un loro limite distintivo, poiché grazie alla traduzione si deve salvaguardare l’impatto “immediato” (la denotazione) della Scrittura, mentre tramite l’esegesi si può riuscire a carpire il “mediato” (la connotazione), i quali (immediato e mediato), come ripetiamo continuamente, sono entrambi da recepire, senza alcuna prevaricazione di un versante sull’altro (cf. AGOSTINO D’IPPONA, Le Confessioni, cap. XII, 14.17, consultabile sul web all’indirizzo https://bit.ly/38ozBGS: «Mirabile profondità delle tue rivelazioni! Ecco, davanti a noi sta la loro superficie sorridente ai piccoli; ma ne è mirabile la profondità, Dio mio, mirabile la profondità»).
Data questa premessa, torniamo, quindi, alla piccola sfumatura nascosta.
Nel brano evangelico odierno, nel versetto di Mt 25, 20, il verbo «[ne] portò» («Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque») in greco è prosénegken (prós = «verso» + féro = «portare»), che è grammaticalmente lo stesso di eisenegkés («indurre»).

Ebbene, l’espressione «ne portò (prosénegken) altri» significa, secondo un ragionamento logico-grammaticale, che questi, dato che sono definiti «altri», sono “secondi ad altri uguali”, ovvero “si sommano ad altri uguali ma precedenti”. E se tanto i secondi come i primi sono della stessa qualità, ecco che se i secondi (talenti dei servi) furono «portati» (prosénegken ovvero «indotti»), «indotti» erano anche i primi (talenti del padrone).
Possiamo quindi rilevare un parallelismo di contenuto tra la vicenda narrata oggi nel Vangelo, e il senso racchiuso nel “Padre nostro”, sia grazie all’indagine esegetica che stiamo proponendo, sia in virtù di una scrupolosa analisi lessicale che evidenzia la citata corrispondenza di verbi (eisenegkés – prosénegken = «indurre»). Invero, così come l’ «uomo/padrone/signore» ha concesso che i «talenti» («cose da sopportare/pesi») fossero indotti ai suoi servi (ai quali era richiesto di “indurne” a loro volta altri [alla fine intenderemo il senso dell’ “indurre” che appartiene ai servi]), così il Padre (nostro) permette l’ «indure in tentazione».
Ecco, quindi, che se la traduzione tiene salvo, nel pieno rispetto ovvero senza manipolare artatamente, il “senso letterale”, e l’esegesi agisce nel suo andare, nel pieno rispetto ovvero senza divenire eis-egesi, “oltre il versetto”, nel momento in cui queste due autonomie si incontrano nel loro imprescindibile reciproco rapporto di interdipendenza e coessenzialità, la fede diviene accessibile, solida e piena (es. disastrosa sarebbe una traduzione che dicesse: «ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì Eucaristia e Battesimo» [Gv 19, 34], poiché Gesù è effettivamente morto in croce, e una lancia gli ha effettivamente trafitto il lato [la Sindone ne dà piena testimonianza]; così come disastroso sarebbe non riconoscere nel sangue e nell’acqua sgorgati dal costato di Gesù, immensi e profondissimi significati profetici e teologici [«Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare»] – Ez 47, 1)

A corollario di tutta questa analisi, di notevole interesse sono altri due verbi presenti nel Vangelo di oggi.

1 – «colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque» (Mt 25, 16).
L’espressione appena evidenziata, in greco è ergásato en autoīs.
Letteralmente si potrebbe tradurre con: «[andò a] lavorare in quegli stessi».
Ma non è forse vero che esercitare un lavoro su un qualcosa è un «mirare a rendere fruttuosa quella data cosa»?
Ecco, allora, come «impiegare i talenti» possa equivalere a «lavorare sulle prove/pesi/tentazioni», ovvero a «trarre frutto/insegnamento/momento di crescita da queste stesse prove/pesi/tentazioni».

2 – «colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque».
Il verbo appena evidenziato, in greco è kerdaíno.
Esso significa assolutamente «guadagnare»; nondimeno arriva ad incarnare pure un’altra accezione, ovvero «risparmiare/evitare».
Riflettiamo bene sul valore semantico di «risparmiare/evitare».
Tale accezione, come già appena suggerito, veicola il senso di un «eludere» (es.: «Mi sono risparmiato/evitato una fatica»).
Tuttavia, se evolviamo questo contenuto, è chiaro che «risparmiare/evitare» arriva ad esprimere propriamente un «fare a meno di una cosa o del suo uso», ovvero «usarne poca».
Ma non basta, poiché, seguendo questo indirizzo, «risparmiare/evitare» equivale ad un «fare in modo che una cosa non si abbia», ovvero «se ne abbia il meno possibile».
E se volessimo, quindi, racchiudere tutto questo tracciato, ecco che «risparmiare/evitare» si può esprimere in un unico verbo: «liberare» (es.: «Mi sono liberato da una fatica»).

Tentiamo, allora, di offrire un senso al versetto in questione (Mt 25, 16), ovvero, tramite esso, dare una portata più ampia all’intera pericope:
«colui che aveva ricevuto cinque pesi/tentazioni/prove andò a lavorare su questi stessi, e ne risparmiò altri cinque». -rileviamo come accogliendo questa lettura, colui che «aveva ricevuto un solo talento» non sia da considerare, come è consuetudine, quello più “sfortunato”, bensì il privilegiato dal padrone…

Ebbene: che il Signore “induca” i «pesi/tentazioni/prove», non solo è manifestazione del suo immenso amore, dato che permette alla nostra libertà (che concerne l’ambito della “scelta”) di essere assoluta e totale, ma può addirittura divenire strumento di redenzione.
Tuttavia la nostra redenzione potrà sorgere solo e soltanto se sceglieremo volutamente (liberamente) di fare la fatica di «lavorare sulle prove permesse», al fine di liberarcene e deciderci per la Libertà (che concerne l’ambito della “condizione/status” e che è una Persona: Gesù Cristo). -Ecco, dunque, l’ “indurre” dei servi.
Se l’ “indurre i talenti” del padrone ai servi è un “permettere”, l’ “indurre altri talenti” dei servi al padrone («Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque») si articola nello “scegliere volutamente (liberamente) di lavorare sui pesi/tentazioni/prove”, affinché, “liberi (e liberati) dalla zizzania”, abbia a germogliare la salvezza nella Libertà (cf. «[…] prendi parte alla gioia del tuo padrone» – Mt 25, 21-23; cf. anche la seguente sequenza posta all’inizio della liturgia eucaristica: «Benedetto sei tu Signore Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane/vino, frutto della terra/vite e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo/bevanda di vita eterna/salvezza»)

Il lettore domanderà: «Ma che dire, allora, del versetto di Mt 25, 28: “Toglietegli dunque il talento (peso/tentazione/prova), e datelo a chi ha i dieci talenti”? Che Dio è questo? Punisce i buoni e allevia i cattivi?».
Molto bene.
La spiegazione è già in seno al commento appena offerto: basta articolarla ed argomentarla. Tuttavia continuare a spiegare risulterebbe esageratamente tedioso e confusionario. Perciò ci è gradito raccontare un episodio che ha quale protagonista una Santa e Dottore della Chiesa (quindi degna di proporre esegesi ben più affidabili dello scrivente).
Santa Teresa d’Avila era in viaggio. Le condizioni meteorologiche, però, erano ostili ed avverse. Accadde, quindi che, a causa di tale situazione che sferzava la carrozza sulla quale la Santa viaggiava, essa assieme agli altri passeggeri fu rovesciata nell’acqua gelata del fossato della strada. Quando Santa Teresa uscì fuori da quel disastro, invasa e penetrata da un freddo intenso, non mancò di lamentarsi col Signore: «Io mi sono consacrata completamente ai tuoi interessi e tu mi lasci soffrire così? Mi tratti così?». «Teresa – le rispose il Signore – così tratto i miei amici!». «Ah, è per questo – soggiunse la Santa – che ne hai così pochi!».

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/