Esegesi e meditazione alle letture di domenica 8 Marzo 2020 – don Jesús GARCÍA Manuel

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Prima lettura: Genesi 12,1-4

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.

Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

 

Una richiesta di ascolto che si fa coraggiosa accoglienza è formulata anche nella prima lettura che narra la vocazione di Abramo.

La costruzione del brano segue lo schema: comando, promessa, esecuzione. Dio è il soggetto del primo verbo e rimane idealmente il soggetto di tutta la storia della salvezza che segue. Il discorso di Dio incomincia con un imperativo che esige da Abramo una radicale rottura con tutti i legami naturali, quello del paese, della parentela più larga e quello della famiglia. Abramo deve abbandonare ogni cosa e affidarsi esclusivamente alla guida di Dio. Deve ascoltare lui solo.

La richiesta di Dio è esigente ma non invita ad un salto nel vuoto. Nelle frasi che seguono ritorna non meno di cinque volte la radice «benedire». Se Dio esige molto; è pure capace di assicurare un benessere che investe la persona di Abramo e tutta la sua discendenza. Abramo appare fin dall’inizio il modello esemplare di tutti coloro che accolgono la parola divina. Egli sarà il capostipite del popolo ebraico che lo chiama «nostro padre», ma sarà additato come modello di fede anche ai cristiani (cf. Paolo in Rm 4). Anche il Corano, il libro sacro dell’islam, tributerà un grande onore al patriarca.

La frase finale «Abramo partì (letteralmente: si mise in viaggio)» è più efficace di qualsiasi descrizione psicologica e nella sua grandiosa semplicità ci rivela meglio di ogni altra cosa la portata di questo avvenimento. Abramo fa suo il progetto divino e si sottomette a quella parola dura ma capace di assicurare vita e prosperità. L’ascolto si fa obbedienza e l’obbedienza è premessa di ricca benedizione. 

Seconda lettura: 2Timoteo 1,8b-10

Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

L’ascolto va fatto a Dio (prima lettura e Vangelo) e a coloro che lo rappresentano. In questa lettera che costituisce quasi il suo testamento spirituale, Paolo non manca di dare preziose indicazioni al suo fedele collaboratore Timoteo.

Il minuscolo brano è composto da un’esortazione iniziale e da un mini trattato teologico che fonda e giustifica tale esortazione.

L’inizio raccomanda: «Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo». Senza mimetizzare il duro lavoro apostolico, Paolo parla apertamente della sofferenza procurata dall’annuncio del Vangelo. Le resistenze e le ostilità di vario genere non devono scoraggiare o bloccare Timoteo, corroborato sia dall’esempio di Paolo, sia, soprattutto, dalla forza che viene da Dio stesso.

Vale la pena di impegnarsi totalmente per il Vangelo perché esso è annuncio ed esperienza di salvezza. Lo dice tutto il resto del brano, presentando corpose linee teologiche. La salvezza viene da Dio, è suo dono e non nostro merito. Tale salvezza o grazia giunge a noi per mezzo di Cristo Gesù, chiamato «salvatore nostro». La sua opera consiste soprattutto nel mistero pasquale, richiamato nella frase finale.

Se Timoteo ascolta Paolo e lavora indefessamente per portare il Vangelo che è Cristo stesso, allora la salvezza si può impiantare nella vita degli uomini e determinare un nuovo corso della loro esistenza.

Vangelo: Matteo 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Esegesi

Dopo il brillante superamento della tentazione di domenica scorsa siamo immersi nella gloriosa scena di oggi. La trasfigurazione è un tripudio di luce durante il cammino verso la croce. La quaresima ci chiama a rinnovare il nostro impegno cristiano, assicurandoci la possibilità della vittoria e, di più ancora, della gloria. Condizione: seguire Gesù, come ci raccomanda, anzi comanda, la voce divina: «Ascoltatelo».

Il nostro episodio è collocato tra il primo e il secondo annuncio della passione-risurrezione di Gesù. Poiché Marco e Luca, al pari di Matteo seguono la stessa sequenza, si deve dedurre l’importanza e la necessità di questo ordine. La trasfigurazione di Gesù sul monte non è quindi un episodio isolato, ma prende significato nel contesto del mistero pasquale.

La scansione dell’episodio segue un chiaro tracciato. Si parte da una premessa storico-geografica (v. 1) e si passa poi al tentativo di esprimere con immagini qualcosa dell’evento (v. 2). La sua straordinarietà è anche affidata alla presenza di due autorevoli testimoni quali Mosè ed Elia (v. 3), alla frase maldestra di Pietro che non riesce a percepire bene il senso di quanto sta vivendo (v. 4) e alla nube luminosa, segno di un grande intervento di Dio. La sua voce sta come cuore e vertice di tutto il brano, indicando in Gesù colui che i discepoli devono seguire incondizionatamente (v. 5). Raggiunto l’apice con la parola divina, ecco la reazione umana fatta di prostrazione a terra e di timore reverenziale (v. 6), cui segue la parola rassicurante di Gesù (v. 7) e quindi il ritorno alla normalità (v. 8). Il comando di non divulgare l’accaduto prima della risurrezione di Gesù (v. 9) sta a indicare che l’episodio prende intelligibilità solo alla luce del mistero pasquale: un’ulteriore conferma che i due annunci di passione-risurrezione, incorniciando il brano, ne sono già una prima chiave interpretativa.

Il gruppo degli apostoli, normalmente compatto, conosce eccezionalmente una drastica riduzione nell’episodio odierno che mette in scena solo tre testimoni: Pietro, Giacomo e Giovanni. La scelta si radica nell’imperscrutabile volontà di Gesù. Si possono fare solo dei timidi tentativi per intuire qualcosa di quella volontà. La presenza di Pietro è scontata, data la sua nuova responsabilità (cf. poco prima in 16,13-19). Meno comprensibile la presenza dei due fratelli Giovanni e Giacomo, scelti forse, perché il primo è il discepolo prediletto e l’altro colui che testimonierà per primo la fedeltà a Cristo con il martirio nell’anno 44 (cf. At 12,1-2). In ogni caso, i tre sono gli stessi che qualche tempo più tardi saranno chiamati a condividere un’altra esperienza con Gesù, quella della sua agonia nell’orto degli Olivi. La presenza degli stessi testimoni crea una correlazione tra i due episodi, l’uno di gloria e l’altro di sofferenza.

La trasfigurazione

La trasfigurazione avviene in un contesto di lontananza dalla vita ordinaria. Il testo parla di Gesù che conduce i tre in disparte e su un alto monte. È un momento di astrazione dalla vita quotidiana per far tacere le voci rumorose dell’affannoso vivere per calarsi nel silenzio che favorisce l’incontro con Dio. Già il profeta Osea suggeriva questo fruttuoso ritiro: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

In generale, il monte è luogo abituale di incontro con Dio. Anche Mosè era salito sul monte per ascoltare la volontà divina, codificata nelle Dieci Parole (cf. Es 19,20). È sulla montagna che si incontra Dio. In tutte le religioni, le divinità hanno la loro abitazione sulla montagna che è il luogo dove cielo e terra s’incontrano.   

Il monte della trasfigurazione è stato identificato dal IV secolo – e forse già prima da Origene – con il Tabor, che in realtà non raggiunge i seicento metri sul livello del mare. La sua posizione nella grande pianura di Esdrelon lo rende, nella mappa geografica palestinese, «un alto monte». Inoltre «alto» ha più valore teologico che geografico: esprime allontanamento dal vivere abituale e lo sforzo di ascesa per raggiungere la vetta.

L’evento di cui essi furono privilegiati testimoni viene chiamato trasfigurazione. Con questo termine si vuole dire che Gesù si presenta diverso transfigurato, cioè al di là (trans) dell’aspetto abituale. È la presentazione del Gesù profondo, quello che normalmente non si conosce. Nell’impossibilità di esprimere a parole il fascio eterogeneo di fatti, sensazioni, emozioni e sentimenti di quanto accaduto, l’evangelista si rifugia nelle immagini: il volto di Gesù diventa splendente come il sole e le sue vesti candide come la luce. La luce, simbolo della presenza divina, investe sia il volto sia le vesti, cioè tutta la realtà di Gesù, dentro e fuori. Si vuol dire che ai tre è concesso di assistere a una manifestazione divina. Sul monte è già paradiso, sul monte è già eternità.

Mosè ed Elia

Tutto parla al superlativo, anche la presenza di due autorevoli personaggi quali Mosè ed Elia. La legge ebraica esigeva che un fatto fosse comprovato dall’attestazione di due testimoni (cf. Dt 19,15): ecco il primo significato della presenza dei due.  

Di più, essi sono visti come il simbolo dell’Antico Testamento, i rappresentanti della legge e dei profeti, i due precursori o testimoni dell’alleanza. Si aggiunga pure che di essi si attendeva il ritorno. Mosè aveva promesso al suo popolo: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto» (Dt 18,15). Di Elia aveva profetizzato Malachia: «Ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Mal 3,23). Il rabbino Jochanan ben Zaccai avrebbe detto: «Dio disse a Mosè: quando invierò il profeta Elia, voi due verrete insieme».

La loro presenza conferisce autorità all’uomo Gesù che, immerso nella luce divina, si qualifica agli occhi dei discepoli come una persona di eccezionale valore. I due testimoniano che la storia è giunta alla sua grande svolta, perché è arrivato il tempo promesso e da tanto atteso, il tempo del Messia.

L’intervento di Pietro

A questo punto Pietro è l’unico che riesce a verbalizzare i propri sentimenti ed esce con l’espressione: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Le sue parole portano il marchio della spontaneità, ma anche quello della istintività e della irriflessione.

È una reazione maldestra, inconsulta, tipica dell’uomo che sembra generoso nel pensare agli altri, ma che in realtà pensa egoisticamente a se stesso e al gruppetto. Pensa esclusivamente all’ora presente che intende trattenere in forma stabile ed esclusiva. Secondo il profeta Osea, l’abitazione sotto le tende è un segno della visita che Dio compie alla fine del tempo per abitare per sempre con il suo popolo (cf. Os 12,10). Pietro pensa che la fine del tempo sia lì, sul monte, e che conviene inaugurare il cielo sulla terra. Le sue sono le parole dell’uomo che vorrebbe eternare quell’attimo per goderlo per sempre.

Pietro esprime un sentimento umanamente condivisibile. Tutti vorrebbero dimenticare un passato gravato di difficoltà e ignorare un futuro carico di incognite, per assaporare unicamente un presente gratificante.

Anche se comprensibile e in parte giustificabile, il desiderio di Pietro rimane interiormente bacato, perché vorrebbe snaturare la finalità dell’esperienza. La sua rimane una risposta impropria perché non ha ancora ascoltato, volendo rispondere prima di capire il senso profondo dell’avvenimento. La trasfigurazione è un fatto divino e si comprende solo se Dio ne offre la chiave. Per questo occorre prima ascoltare Dio, e solo in seguito sarà possibile dare una risposta adeguata e corretta.

La testimonianza di Dio

La scena, già grandiosa, raggiunge il suo apice con la presenza e la parola di Dio. La nuvola luminosa è la forma sensibile con la quale Dio si rivela. Opaca e risplendente allo stesso tempo, essa manifesta Dio presente senza rivelarne il mistero. È la nube che guida il popolo nel deserto (cf Es 13,21), è dalla nube che Dio parla a Mosè (cf. Es 24,18), è ancora la nube che riempie il tempio al momento della sua consacrazione (cf. 1Re 8,10). Oltre a essere elemento della presenza di Dio, la nuvola coinvolge i tre discepoli che entrano quindi nel mistero di Dio, proprio come Maria, anch’essa partecipe del divino (cf. Lc 1,35).

Grazie a questo coinvolgimento, i tre discepoli sono in grado di ascoltare la voce divina: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». Già al momento del battesimo (cf 317) la voce divina era intervenuta a proclamare Gesù il «Figlio Prediletto». Ora, la sorprendente novità sta nell’imperativo «ascoltatelo» che designa Gesù soprattutto come il profeta che tutti dovevano ascoltare (cf. Dt 18,15).

Inserito nel contesto dei due annunci di passione-risurrezione e poco prima di iniziare il cammino verso Gerusalemme, questo «ascoltatelo» del Padre ha la forza propulsiva di un impegno che non può essere disatteso. È come se dicesse: «Ascoltate lui e solo lui». L’ascolto si fa obbedienza (come suggerisce anche la parola italiana ‘obbedienza’ da ob+audio=ascoltare) e quindi sequela. I discepoli sono sollecitati a riporre in Gesù una fiducia incondizionata e a seguirlo. L’ascolto-sequela deve portare i discepoli dove Gesù va, senza tentennamenti e senza resistenze.

Dopo l’ascolto di Dio, dovrebbe venire la risposta. Solo ora è legittima e fruttuosa. II cadere a terra bocconi e il timore reverenziale dei discepoli costituiscono una prima e ancora istintiva risposta: l’uomo davanti Dio si mette in adorazione. A questo punto Pietro e i suoi amici non sono chiamati a dare una risposta verbale, bensì una risposta esistenziale: smettere di voler modificare il programma messianico impedendo a Gesù la sofferenza (cf. 16,22) e riprendere il cammino, anche se duro, per stare insieme a quel Gesù che ora hanno contemplato per un attimo nel fulgore della sua divinità e soprattutto nella sua intima relazione con il Padre.

Poi tutto ritorna nella normalità. Spariscono Mosè ed Elia, non si vede più la nube luminosa, né si intende la voce di Dio. Rimane solo Gesù. Solo lui ora conta. Ricchi dell’esperienza avuta ed edotti dall’insegnamento divino, gli apostoli devono capire che la loro vera risposta sarà di seguire Cristo, ovunque egli vada, qualunque strada egli vorrà prendere, perché solo in lui si realizza l’Antico Testamento rappresentato da Mosè e Elia, solo lui è la piena e vivente espressione dell’amore del Padre. Stare con lui significa realizzare la storia, compiere il progetto divino, raggiungere la piena vittoria.

La consegna del silenzio

Può sembrare inopportuno il divieto impartito da Gesù agli apostoli di non fare parola della loro esaltante esperienza. Come è possibile non partecipare ad altri un’esperienza che ha permesso di abbracciare cielo e terra? Per quanto difficile a mantenersi, l’impegno al silenzio era saggio. Raccontare l’avvenimento della trasfigurazione, esponeva la persona di Gesù a pericolosi fraintendimenti. C’era poi da dubitare che gli altri sarebbero arrivati a percepire il mistero che si nascondeva dietro le apparenze di un uomo come gli altri.

La comprensione del Cristo trasfigurato si pone nella linea delle apparizioni del Risorto. Solo quando i discepoli saranno inviati al mondo a testimoniare la sua risurrezione, potranno parlare della trasfigurazione, divenuta allora una forza controllabile e comprensibile. Per il momento se ne devono servire in esclusiva, come un prezioso viatico che li accompagna nel tempo duro che li aspetta. È un momento di sovrabbondanza spirituale che dovrà alimentarli nei momenti di carestia, quando la tentazione, lo scoraggiamento e l’incognita sopravverranno per demolire la fiducia in Gesù e scoraggiarne la sequela.

Ecco perché l’episodio si colloca tra i due annunci di passione-risurrezione e la sua comunicazione è autorizzata solo dopo la Pasqua. Fuori da questo suo alveo teologico, resterebbe un miracolo difficilmente inquadrabile nella logica del Vangelo.

Meditazione

La storia di salvezza, che inizia con la vocazione di Abramo (I lettura), trova in Gesù il suo punto culminante, come attestano Mosè ed Elia sul monte della trasfigurazione (vangelo), e prosegue nei tempi della chiesa con la vocazione santa dischiusa dall’evangelo di Gesù Cristo (II lettura). L’ obbedienza di Abramo apre la via al compiersi della promessa di Dio di fare di lui una benedizione per tutte le genti (I lettura); alla trasfigurazione la voce divina chiede obbedienza a Gesù, il Figlio: «Ascoltate lui!» (vangelo); l’evento pasquale è grazia che chiede obbedienza al credente e lo rende testimone (II lettura).

Al cuore dell’episodio della trasfigurazione vi è la voce dalla nube che comanda l’ascolto di Gesù (Mt 17,5). La reazione dei discepoli alle parole celesti lega ascolto e timore: «all’udire ciò, i discepoli […] furono presi da grande timore» (Mt 17,6). Vi è qui l’eco del passo di Dt 4,32-33 che dice: «Dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra vi fu mai cosa grande come questa, che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco e sia rimasto vivo?». Oggi, l’espressione che parla di «ascolto della parola di Dio» è in bocca a tutti e rischia la banalizzazione: ascoltare la parola di Dio è esperienza temibile che non coincide con la lettura e l’ascolto di pagine bibliche e non può essere confusa con segni dei tempi individuati per via sociologica più che mediante discernimento spirituale. Ascoltare la parola di Dio significa scoprire la presenza di Dio e accoglierla in noi, ma si tratta di una presenza irriducibile all’ordine della rappresentazione, della percezione e della conoscenza. È una presenza altra, è luce. È la presenza luminosa che abita Gesù. E che raggiunge i discepoli grazie alla voce di Dio che, attraverso le Scritture, proclama l’identità messianica di Gesù («Questi è il mio figlio»: Sal 2,7), servo («In lui mi sono compiaciuto»: Is 42,1) e profeta («Ascoltatelo!»: Dt 18,15). L’ascolto della parola di Dio è temibile anche perché conduce al cambiamento, alla conversione, a mutare vita facendo della parola ascoltata il centro rinnovato e innovatore della propria esistenza. L’ascolto della parola di Dio è temibile perché provoca una crisi, un esodo (come avviene per Abramo: Gen 12,1-4), un uscire dalla casa delle certezze e delle abitudini per iniziare un cammino non sorretto da umane sicurezze.

L’esperienza della trasfigurazione di Gesù coinvolge anche i sensi dei discepoli: essi ascoltano, vedono, sono toccati da Gesù (Mt 17,7: «toccandoli», notazione solo di Matteo). Il corpo è il soggetto dell’esperienza spirituale e i sensi corporei intervengono in essa. Consentendoci di aprirci all’alterità, di metterci in contatto con il mondo, essi svolgono una funzione incoativamente spirituale. E la trasfigurazione ci suggerisce di ritrovare l’unità della spiritualità cristiana uscendo dai dualismi che spesso l’hanno segnata: interiore-esteriore, sensi-spirito, corpo-anima, sensibilità-interiorità… La separazione tra corpo e spirito o la loro confusione conducono alla morte dell’uno e dell’altro e soprattutto fanno sparire l’autentica esperienza spirituale, che è esperienza di tutto l’uomo. Il credente ordina i suoi sensi con la fede, li innesta in Cristo, li allena alla preghiera, li lascia guidare dallo Spirito santo e così la sua esperienza di Dio sarà integrale. Come lo fu per Agostino nell’incontro che cambiò la sua esistenza: «Mi chiamasti e il tuo grido lacerò la mia sordità; balenasti e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza e io respirai e anelo verso di te; gustai e ho fame e sete; mi toccasti e arsi dal desiderio della tua pace» (Confessioni X,27,38). Non siamo di fronte a esperienze mistiche riservate a pochi eletti, ma all’esperienza di fede ordinaria del credente che ascoltando la parola di Dio attraverso la Scrittura vede nella fede il volto di Cristo, tocca la sua presenza che gli si offre, gusta la consolazione dello Spirito, piange di compunzione, respira il respiro di Dio, ovvero, giunge a vivere la sua quotidiana esistenza, che è esistenza nel corpo, sotto la luce trasfigurante della grazia.

Commento a cura di don Jesús Manuel García