Prima lettura: Ezechiele 18,25-28

Così dice il Signore: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore a punto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». 

Questi versetti sono presi dal capitolo più tipico di Ezechiele sulla responsabilità personale. Egli parla ai deportati a Babilonia, consapevoli dei peccati del popolo d’Israele e ormai rassegnati che i figli debbano pagare le colpe dei padri. Essi vanno ripetendo: «I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). Ma il profeta, a nome di Dio, li contraddice: «Voi non ripeterete più questo proverbio… chi pecca morirà» (Ez 18,3-4). In questo capitolo lo fa in quattro riprese, articolate tutte allo stesso modo: un’obiezione degli israeliti, la confutazione del profeta e la sua istruzione sull’argomento. È il genere letterario del responso sacerdotale o Tôrah. Il brano liturgico presenta la risposta alla terza obiezione, molto simile alla seconda che precede (Ez 18,19) e alla quarta che segue (Ez 18,29). Applica gli insegnamenti della lunga risposta data alla prima, con i casi specifici del nonno buono, del figlio malvagio e del nipote ancora buono (Ez 18,2).

C’è una botta e risposta iniziale (v. 25). Gli interlocutori del profeta obiettano che non è retto il comportamento del Signore, se adesso non fa più scontare ai figli le iniquità dei padri, ed egli subito ribatte con l’interrogativo se piuttosto il loro comportamento non sia retto, non approfondendo i motivi profondi del problema.

Poi c’è la spiegazione dettagliata (vv. 26-28). Ezechiele ribadisce quanto ha già detto e ripetuto. Al di là degli aspetti legali di colpa e pena, egli fa considerare l’ordine delle cose in se stesse, nel quale c’è un rapporto stretto fra iniquità e morte e fra giustizia e vita. Nel dire questo, allarga di molto le visuali. Alla morte dà lo stesso significato di disfacimento dell’essere umano, quale conseguenza della colpa dei progenitori (Gen 2,17), e alla vita quello della crescita piena prevista originariamente, nell’armonia con Dio (Gen 1,28). L’iniquità e la giustizia inoltre le intende in base alla Torâh, della quale appena prima ha ripetuto per tre volte una sintesi (Ez 18,5-9.10-13,15-17), sulla quale regolare la responsabilità personale, e in riferimento alla quale già il Deuteronomio proclamava: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (Dt 30.15).

Nel Pentateuco però l’orizzonte rimane terreno e certamente anche Ezechiele lo ha, guardando alla fine della deportazione, al ritorno in patria e alla ricostruzione. Ma questo non basta per le singole persone, malvagie o giuste. Per esse le insistenze del profeta pongono una promessa allo sviluppo della rivelazione sulla retribuzione ultraterrena. Solo in vista di essa, infatti, vale per tutti lo stretto rapporto fra iniquità e morte e fra giustizia e vita. Del resto lo esige anche l’affermazione all’inizio di questo capitolo: «Tutte le vite sono mie» (Ez 18,4), fatta da colui che si è proclamato «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,15), proclamazione che comprova la risurrezione dei morti, secondo Gesù (cf. Mt 22,33). 

Seconda lettura: Filippesi 2,1-11

 

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Filippi è la prima Chiesa che Paolo ha fondato in Europa, durante il secondo viaggio missionario (ca. 50-53 d.C.), dalla quale ha accettato più volte aiuti anche materiali, con molta riconoscenza ma tenendoci anche a non lasciarsi condizionare dai doni, nel proporre gli impegni del vangelo. Lo dice con tanta intensità alla fine della lettera (Fil 4,10-21). Alla luce di quelle espressioni si capisce il triplice e appassionato «se» rivolto ai suoi benefattori, che apre questo brano: «se c’è qualche conforto… se c’è qualche comunione di spirito… se ci sono sentimenti di amore e di compassione…». Se tutto questo c’è verso Paolo, ci sia anche fra di loro, con l’unione degli spiriti e con le prestazioni della collaborazione in tutta umiltà e non per spirito di rivalità o per vanagloria. Al riguardo ha da dire dell’altro e lo fa nel resto del capitolo. Ma prima richiama loro il modello supremo di Cristo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Un richiamo sempre necessario, specialmente nel nostro tempo, nel quale si vorrebbe che Cristo avesse i nostri sentimenti…

L’inno cristologico molto più probabilmente Paolo lo ha preso dalla liturgia delle prime comunità cristiane e lo ha inserito qui perché fondamentale per il suo messaggio. Sintetizza infatti il mistero pasquale negli aspetti del dono totale di sé, per i quali Cristo ha avuto il massimo della esaltazione. Si sviluppa in due strofe parallele e antitetiche.

La prima strofa è discendente per una serie di gradini, segnati dalla kènosi o svuotamento e dalla obbedienza di Cristo. Dalle perfezioni della natura divina egli ha svuotato se stesso, assumendo la forma umana e la condizione di servo. Il servizio dell’obbedienza, che ha scelto, lo ha realizzato fino alla morte, cioè totalmente, e alla morte di croce, cioè nel modo più infamante del supplizio riservato agli schiavi e ai peggiori delinquenti, per raggiungere col suo esempio e la sua grazia anche le situazioni estreme.

La seconda strofa è ascendente per un’altra serie di gradini, contrapposti ai precedenti ma frutto di essi e segnati dalla esaltazione di Cristo e dalla obbedienza di tutti gli esseri sottoposti a lui. Perché si è «svuotato» della natura divina, Dio gli ha dato un «nome», cioè una dignità e un potere, al di sopra di ogni altro nome. Perché si è fatto obbediente fino ai livelli infimi. Dio destina ogni ginocchio a piegarsi, cioè ogni essere a sottomettersi a lui, in cielo, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua o cultura, umana e angelica, a proclamarlo Signore, Kyrios, lo stesso nome dato a Dio tradotto in greco l’ebraico Adonaj. La sua gloria sarà nuova gloria per il Padre, dal quale ha avuto origine tutta la vicenda: è abbozzato qui il ritornello che scandisce l’inno trinitario all’inizio della lettera agli Efesini.

Vangelo: Matteo 21,28-32 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 

Esegesi

La parabola dei due figli mandati a lavorare nella vigna è riportata dal solo Matteo, dopo che i membri del Sinedrio, sommi sacerdoti e anziani del popolo, hanno chiesto a Gesù con quale autorità compie gesti clamorosi e non autorizzati, quali l’ingresso messianico a Gerusalemme, la cacciata dei venditori dal tempio e l’insegnamento all’interno di esso. A rincararne la dose aggiunge subito quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-45). In precedenza, sullo stesso argomento ha raccontato quella dei chiamati al lavoro in diverse ore del giorno (Mt 20,1-16).

  1. Il significato è chiarissimo. Il lavoro nella vigna è il paragone classico con il quale i profeti parlano dell’opera di Dio per educare il suo popolo (cf. specialmente Is 5.1-7). Sulla corrispondenza a tale opera Gesù prende posizioni molto dure, nel suo ultimo ministero a Gerusalemme. In questa parabola pone i casi di un consenso a parole e rifiuto nei fatti e di un rifiuto a parole e consenso nei fatti. Con una domanda all’inizio e una alla fine, chiede ai suoi avversari la valutazione dei due comportamenti. Essi danno quella più ovvia e, lontani dall’immaginare le intenzioni del loro interlocutore, pronunciano così la propria condanna.
  2. L’applicazione di Gesù. Essa, è rivolta proprio a loro. Nella volontà del padre della parabola egli intende quella che Dio manifesta al suo popolo, mediante i suoi inviati. Ma non rimane sul generico. Va al caso specifico della predicazione del Battista, che ultimamente ha indicato anche ai membri del Sinedrio la «via della giustizia» cioè della corrispondenza alla effettiva volontà di Dio in questo tempo di grazia.

Di fronte ad essa, era un no in partenza la condotta delle prostitute e dei pubblicani, ma poi hanno creduto e si sono convertiti. I pubblicani, esattori delle tasse, erano considerati pubblici peccatori perché imbroglioni e perché sacrileghi, in quanto versavano i tributi all’invasore pagano. Era invece un sì in partenza il compito dei sommi sacerdoti e degli anziani, in quanto servizio voluto da Dio per il suo popolo, ma in pratica essi non hanno avuto nemmeno un cenno di pentimento delle proprie infedeltà e non hanno creduto al Battista. La parabola è stata così in primo luogo un puntuale atto di accusa nei loro riguardi.

Quando Matteo l’ha messa in iscritto, dopo il concilio di Gerusalemme (49 d.C.), era già applicabile all’altro contesto, preannunciato da Gesù, della defezione di tanti giudei convertiti, mentre i pagani accoglievano in massa il vangelo: «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori» (Mt 8,11-12). E da allora rimane sempre aperto un terzo contesto: quello delle successive letture in ogni tempo e luogo. Adesso è aperto il nostro contesto da interpretare.

In questo modo le parabole sono uno degli strumenti più forti della predicazione di Gesù. Egli non racconta storielle per bambini, ma affronta con esse i responsabili della cosa pubblica, civile e religiosa, e provoca prese di coscienza e scelte precise, alla maniera dei profeti, in particolare di Natan di fronte a David (2Sam 12). Le parabole stanno alla frontiera della evangelizzazione, usava dire il compianto monsignor Vittorio Fusco.

Meditazione

Prima lettura e vangelo propongono un messaggio sul pentimento. L’uomo ingiusto può desistere dalla sua ingiustizia e agire con rettitudine (Ezechiele); il figlio che in un primo tempo si è rifiutato di andare a lavorare nella vigna del padre, dopo decide di andarvi (vangelo).

L’unità delle due letture può anche essere espressa con le categorie della conversione e della responsabilità.

Il pentimento è attestazione di libertà. Anche il malvagio può cambiare. Questa possibilità di conversione dice che il peccato non è una potenza metafisica che schiaccia l’uomo e che ha su di lui l’ultima parola. Nel pentimento l’uomo ritrova la retta via e «torna» a se stesso e a Dio allo stesso tempo.

Atto di libertà, il pentimento è anche atto di liberazione. Il malvagio che cambia condotta «fa vivere se stesso» (Ez 18,27), da vita alla sua esistenza, mostrando di non essere schiavo dei precedenti comportamenti.

Che cosa porta il malvagio a cambiare condotta? Com’è possibile evocare il pentimento, questo evento in cui è in gioco il mistero della persona e la coscienza della contraddizione fra sé e sé che conduce al dolore e alla lacerazione interiori? Ezechiele evoca il cammino interiore che conduce al pentimento con le parole: «ha visto» (Ez 18,28, letteralmente; Vulgata: considerans). Che cosa ha visto? In Ez 18,14 si parla del «vedere i peccati del padre» da parte del figlio, che pure non fa della visione dei peccati paterni un alibi per il proprio peccare, anzi, non si lascia generare al peccato dal padre peccatore. Quella visione indica allora la presa di coscienza dei propri peccati, è la dolorosa visione di sé nella non-unificazione, nella divisione profonda. Nel pentimento noi vediamo noi stessi nella contraddizione con noi stessi. E sappiamo di poterci rivolgere a Dio proprio in quella condizione di chi ha il cuore contrito.

Nell’odierna parabola evangelica (Mt 21,28-31), il figlio che ha risposto «no» all’invito del padre e poi, «pentitosi», «avendo provato rimorso», ha fatto la volontà del padre, rivela che il credere passa a volte anche attraverso un ricredersi. L’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio passa a volte attraverso uno smentire la propria parola e la propria volontà. La fede non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato.

In quel «ricredersi» c’è il dialogo interiore, c’è la presa di coscienza della realtà, c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, preliminare essenziale per l’agire responsabile. Insomma, c’è l’inizio del movimento verso la responsabilità, della decisione di passare dall’irresponsabilità alla responsabilità. In questo senso, lungi dall’essere un segno di debolezza, il pentimento è segno di coraggio e di forza. Per quanto sia raro e impopolare, anche nella chiesa, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al vangelo e muta la propria posizione cercando di essere più fedele al vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale.

Nel cristianesimo il pentimento è la via maestra per accedere alla volontà di Dio. «Noi cristiani abbiamo il privilegio di disporre di un metodo altro, rispetto alla mondanità, per avvicinarci alla verità: il pentimento» (Christos Yannaras).

I due figli della parabola sono entrambi in contraddizione tra il dire e il fare. Ma con una differenza essenziale. Il figlio che dice «no» si espone a un conflitto con il padre, con una persona esterna a lui, e questo lo conduce a prendere coscienza del suo conflitto interiore e a mutare opinione. Cosa che non avviene in chi risponde «sì» e che compiace l’altro, si adagia sull’altro, non si espone conflittualmente all’altro e può evitare di guardare alla tentazione della disobbedienza che abita pure in lui. Per Matteo è evidente che coloro che vivono nel «sì» sono i religiosi (sacerdoti e anziani del popolo: Mt 21,23) che possono non sentirsi bisognosi di conversione perché già «a posto», a differenza di coloro che invece vivono nel «no», pubblicani e prostitute, e che possono fare spazio all’evangelo ed entrare nel Regno.

Commento a cura di don Jesús Manuel García