don Paolo Squizzato – Commento al Vangelo del 6 Dicembre 2020

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All’inizio del suo Vangelo, Marco ci presenta Giovanni il Battista intento a proclamare la conversione attraverso un atto di purificazione. In questa sua missione, il profeta ci viene presentato vestito di peli di cammello, con una cintura ai fianchi, e come un uomo che si nutre di cavallette e miele selvatico.

Peli di cammello(v. 6). Il cammello, si riteneva fosse l’unico animale in grado di attraversare il deserto – luogo tipologico di morte – senza disorientarsi e quindi morire. Marco ci invita qui a rivestirci di Cristo – colui che ha attraversato la morte -, di vivere la sua parola, la sua stessa logica ossia quella fondata sul bene, unico modo per attraversare il quotidiano segnato dalla morte potendo così vivere per sempre (cfr. Rm 13, 14).

Giovanni, ci informa ancora Marco, porta ai fianchi una cintura di pelle (v. 6b); nel cammino di esodo in vista della liberazione, il popolo ebraico fu chiamato a cingersi l’abito con una cintura (Es 12, 11), per poter camminare liberamente e speditamente, senza inciampare, in vista della Terra Promessa. Siamo donne e uomini costituiti per andare avanti, verso un orizzonte di compimento, per entrare nella pace del cuore, il proprio compimento, nostra terra promessa. Occorre non inciampare in distrazioni inutili che rallentano, distraggono o addirittura conducono da altre parti.

Il Battista si nutriva di cavallette (v. 6b); un’antica leggenda semitica racconta che nel deserto viveva un tipo di cavalletta in grado di mangiare addirittura un serpente, simbolo male.

Inoltre quest’uomo del deserto si nutre di miele selvatico (v. 6b). Il miele in tutta la Bibbia è simbolo della Parola di Dio. Ora, fuori di metafora, se nel deserto della nostra esistenza, dove tutto pare avere sapore di morte, di sconfitta, di male cominciamo a nutrirci della Parola di Dio, ossia del ‘fare esperienza’ dell’Amore, del bene in grado di vincere anche la morte, allora impareremo a distruggere quel ‘serpente’ che ha voluto da sempre inocularci la tremenda idea menzognera su Dio come padre-padrone, vendicativo e giudice così da incamminarci speditamente verso il suo abbraccio di misericordia e bontà, luogo pensato per noi da sempre, nostra Terra Promessa.

E là, nutriti da questo amore, consapevoli che siamo figli amati, rivestiti insomma dei medesimi sentimenti di Cristo (Fil 2, 5), possiamo oltrepassare il deserto – la morte stessa – perché finalmente in grado di amare.


AUTORE: don Paolo SquizzatoFONTECANALE YOUTUBE