don Paolo Squizzato – Commento al Vangelo del 2 Agosto 2020

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L’uomo è essenzialmente un viandante, ‘homo viator’.
Non nasciamo uomini, lo diventiamo. Diventiamo noi stessi intraprendendo quel viaggio che consiste nel passare dal non essere all’essere. Dalla fuga verso l’esterno di noi, all’interno di noi stessi. In fondo questo è l’unico viaggio in grado di compierci. «In te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» diceva Agostino. «Rientra dentro di te, è nella profondità di te stesso che abita la verità».

Siamo costantemente proiettati a cercare all’esterno, quella presenza in grado di dirci chi siamo. E c’inganniamo di trovarla nel frastuono, nel correre, nell’agitazione, nelle forti emozioni… Ma la presenza non sta né nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nel fuoco dice la Scrittura, essa è celata nel sussurro di una brezza leggera, in una ‘voce di silenzio’ dentro di noi (cfr. 1Re 19, 11s.).

Il brano di Vangelo odierno ci parla di folle che lasciano la città per recarsi in un luogo desertico (v. 13). Apparentemente pare compiersi un passaggio da un luogo di vita ad un luogo di morte. Invece è proprio vero il contrario. È nel deserto che si compie quell’esodo esistenziale in grado di farci passare dalla morte alla vita. È nel deserto che si può ascoltare la voce di silenzio che ci suggerisce la nostra vera natura, di cosa siamo fatti, e per cosa siamo fatti.
Il Mahatma Gandhi amava dire: «Non ho bisogno di andare lontano a cercare la grotta sacra, la porto dentro di me».

È questo il viaggio, il pellegrinaggio più lungo, faticoso che possiamo intraprendere, quello verso il nostro spazio interiore. Quel deserto dove tutto cade, perde consistenza, dove ormai non rimane più nulla, ma proprio per questo è possibile scorgervi l’Unico e l’essenziale. Quando crolla tutto ciò che è superfluo, rimane il necessario.
È in questo deserto interiore, che scoprirò anzitutto che vivo di ciò che ricevo e non tanto di ciò che faccio e che do, perché in fondo, ciò che ci fa vivere è sempre qualcosa che ha a che fare con la grazia, con un dono ricevuto, e non opera di conquista: l’aria che respiro, l’acqua che fa vivere, l’amore che nutre il cuore non li si produce, ma soltanto li si accoglie, come un miracolo.

Ed è proprio qui che comprenderemo di essere guariti dalla nostra più terribile malattia, ovvero che occorra ‘comprare’ sempre qualcosa per poter vivere: «Congeda la folla perché vada a comprarsi da mangiare» (v. 15b).

La vita non è solo commercio. Si può vivere anche condividendo. E quando avremo fatto nostra questa logica del ricevere e condividere, potremo finalmente, noi stanchi pellegrini del tempo e col cuore appesantito, sederci sull’erba (v. 18), simbolo del giardino ‘paradisiaco’. E faremo festa, perché compresa la logica del cuore: donando noi stessi potremo trasformare le nostre città, i nostri rapporti quotidiani – fondati sul fratricidio e sul potere – in luoghi di pace e riconciliazione. Sperimenteremo ciò che è in grado di saziare la vita (v. 20) e saremo colmi di gioia perché di questo cibo che sazia ce ne sarà per tutti e per sempre: «portarono via dodici ceste piene» (v. 21).


AUTORE: don Paolo Squizzato
FONTE
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