don Paolo Squizzato – Commento al Vangelo del 19 Luglio 2020

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O diventiamo ‘integrali’, o saremo sempre ‘integralisti’. Tertium non datur.
Scoprirsi integrali significa abbracciare il mondo che ci abita, nella sua interezza: il bene e il male, la luce e la tenebra, il bianco e il nero. Non c’è alcun bisogno di mutilarci e di ferirci per superare la nostra ombra. Sarebbe solo follia. Siamo unitotalità. La zizzania, l’erba cattiva e infestante è parte integrante di noi.

La domanda sottesa a questo brano è: “ma se tu – Signore – sei il Bene, perché il male, e soprattutto il mio male?’.
Gesù nel Vangelo non spende una parola sull’origine del male, ma soprattutto non ha mai fatto apologetica per giustificare la divinità. Piuttosto lascia preziose indicazioni su come trattare il male. E spiazzandoci non poco, ci suggerisce di non estirparlo. Noi pensiamo che essere discepoli significhi intraprendere un lento cammino di pulizia nel proprio campo interiore e soprattutto nell’ambiente in cui viviamo, in modo tale che alla fine rimanga un bel prato inglese, privo della più piccola erba infestante. Strappare la zizzania, distruggere il male dentro e fuori di noi, significa decuplicarlo, significa perpetrare altra violenza, altro odio. Si vince il male solo investendo sul bene facendolo.
«Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene» (1Pt 3, 9).

Dal vangelo si evince che Dio ha in qualche modo necessità del mio mondo malato, del mio peccato perché si manifesti il suo essere vita e salvezza: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». (Gv 11, 4). Le nostre, e altrui, malattie esistenziali, non devono diventare occasioni di morte ma luogo dove l’amore e quindi la vita vi si possano manifestare. Paolo ha cercato per una vita di distruggere la spina nella sua carne (cfr. 2Cor 12, 7ss), ma Dio gli ha rivelato: «lasciala stare in te, lasciala crescere in te, non toglierla perché quella è lì per farti memoria di chi sono io: potenza nella debolezza, bene nel male, salvezza dove tutto parla di distruzione». E l’apostolo ha percepito finalmente la vita salvata: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12, 9b).

Il male non può far fallire il progetto di bene di Dio su di me e sul mondo, ma piuttosto accelerarlo e compierlo.
Allora da qui una domanda: ci interessa di più scoprirci splendidi campi disinfestati, puliti, ‘santi’, o piuttosto storie che per quanto sporche e insulse hanno la possibilità di fare esperienza di un Amore che viene a farci visita rivelando la sua e la nostra verità? Il cristianesimo non è l’esperienza di coloro che ce la fanno, ma di un amore che viene a cercarci. Entrassimo in questa logica evangelica guariremmo da inutili e sensi di colpa. Cesseremo di piangere sul latte versato per cominciare a farlo per aver sperimentato l’amore di una madre che ci abbraccio dopo averlo fatto.

Alla fine la mietitura comunque avverrà e il giudizio di Dio si compirà. E cosa accadrà in quel momento? La zizzania sarà distrutta, consumata, bruciata. Ma attenzione, solo il male che è presente nell’uomo e non l’uomo che ha fatto il male. Nel nostro brano non viene rimproverato l’uomo che si è trovato della zizzania nel suo campo. Lui non ne può nulla. E la zizzania viene bruciata. Il male che abbiamo compiuto, la nostra mancanza di misericordia, il nostro non essere riusciti a configurarci con l’amore del Padre, verrà distrutto dall’amore di Dio, che tutto salva (cfr. 1Cor 3, 11ss.).

«Bisogna accettare tutto, ogni cosa, senza eccezione alcuna, in sé e fuori di sé, in tutto l’universo, con lo stesso grado di amore; ma il male in quanto male, il bene in quanto bene». (S. Weil, Cahiers, II)


AUTORE: don Paolo Squizzato
FONTE
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