don Paolo Squizzato – Commento al Vangelo del 17 Maggio 2020

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La separazione, quando riguarda persone tra cui non vi è alcun legame, si trasforma ben presto in oblio. Quando invece avviene tra amanti, fa in modo che il legame si rafforzi, e la lontananza diventa pretesto per pensarsi in modo più intenso ed essere ancora più uniti. Questo è il miracolo dell’amore: trasformare l’assenza in unione e la lontananza in prossimità.
I discepoli di Gesù hanno vissuto questo con il loro maestro. Quando Gesù è morto essi – in tempi anche lunghi – hanno cominciato a sentirlo più vivo e presente che mai, vivendo la sua parola e sul suo esempio. Quando la morte ha toccato Gesù, i discepoli hanno cominciato pian piano a farne esperienza come il risorto, ossia il vivente; più amavano, più erano attenti alla sua parola cercando di incarnarla, maggiormente lo percepivano come presente, attivo nel quotidiano, e in una modalità infinitamente più forte e reale di quando egli era effettivamente tra loro.

Ciò che Gesù ha vissuto coi suoi è un po’ ciò che avviene tra genitori e figli. Gli anni vissuti insieme, sono serviti a ridestare e far sbocciare energie profonde e insospettate nei figli, in modo che questi possano poi cominciare a vivere della loro forza e potenzialità, senza dover riferirsi continuamente ai genitori. Tutto ciò che un figlio farà e penserà sarà squisitamente proprio, ma al contempo impastato degli anni trascorsi insieme ai propri genitori.
Ciò che Dio desidera da noi, è che noi viviamo ‘da soli’, ossia portando a compimento tutta la nostra potenzialità, la nostra energia interiore, con tutto ciò che di più caro sta nella nostra individualità. Ogni cosa infatti in natura nasce e si sviluppa partendo sempre dal centro, per cui dovremmo imparare a diventare adulti da ciò che di più prezioso e grande ci portiamo dentro, senza il bisogno di riferirsi continuamente a modelli, norme e comandamenti esterni.
Gesù stesso è stato compagno di viaggio per i suoi per un periodo limitato di tempo; è stato un appoggio per il tempo necessario a diventare grandi, ma poi compie il distacco consapevole che dentro all’uomo è presente quel nucleo incandescente, lo Spirito, che si svilupperà, porterà a compimento l’umano, se solo gli si presterà attenzione e gli si permetterà di illuminare tutto l’essere.

Si racconta che quando il Gautama Buddha a Kusinagara si coricò per morire, i suoi discepoli lo circondarono piangenti. Ma lui deve aver detto al suo discepolo prediletto Ananda: «Perché piangi e sei triste, Ananda? Non è stato questo il mio insegnamento, non è stata questa la mia parola: tutto quello che è stato formato è destinato a dissolversi di nuovo. Voi siete lampade a voi stessi. Sforzatevi ininterrottamente».


AUTORE: don Paolo Squizzato
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