don Marino Gobbin – Commento alle Letture di domenica 6 gennaio 2019

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La Chiesa ha fallito nella sua missione universalista?

È fatta perché tutti i popoli si sentano in essa come a casa loro. Ora, dopo ventun secoli di storia, la troviamo legata al mondo culturale dell’uomo bianco. Ai popoli dell’Asia e dell’Africa, il cristianesimo appare come la religione del continente europeo (e delle estensioni europee nelle Americhe). Le minoranze cristiane asiatiche ed africane trasmettono la loro fede attraverso categorie mentali ed un apparato istituzionale che portano lo stampo dell’Occidente.

A coloro che, di fronte ad un simile risultato, contestano alla Chiesa la sua aspirazione universalista, il cristiano deve essere in grado di rispondere con piena lucidità. Deve poter spiegare perché il progetto di cattolicità che anima la Chiesa non abbia dato apparentemente frutti maggiori.

È necessario ribadire che l’apertura universalista è uno dei caratteri essenziali del cristianesimo: tutte le nazioni sono chiamate ad entrare nel Regno inaugurato in Gesù Cristo, e il dovere missionario è assolutamente primo nella Chiesa.

Cristo, luce delle nazioni

È nella prospettiva del disegno universalista di Dio che Gesù inaugura il Regno tanto atteso. Un Regno aperto a tutti. Gli interdetti cultuali sono aboliti: ciechi, zoppi, lebbrosi, sono invitati al banchetto. Gesù frequenta i pubblicani ed i peccatori; è venuto per essi. Le nazioni stesse sono tutte convocate.

Gesù concentra il suo ministero sul popolo eletto, poiché di questo popolo egli vorrebbe fare lo strumento missionario del Regno. Mentre il popolo eletto è continuamente tentato a considerare l’elezione pienamente gratuita di Dio come un privilegio, Gesù tenta di fargli capire che l’elezione divina è innanzitutto fonte di responsabilità.

Tuttavia, molto presto, non è più possibile avere dubbi: il popolo eletto non accetta di entrare nelle vedute di Dio. Questo rifiuto accentua in qualche modo la mira universalista di Gesù. Preparato per gli eredi, il Regno sarà loro tolto e dato alle nazioni. Gli episodi evangelici che riferiscono i contatti di Gesù coi pagani sottolineano a che punto il Messia è colpito dalla loro fede e dalla loro accoglienza senza riserve della Buona Novella.

Mentre si afferma questa apertura universalista, si rivela nello stesso tempo con chiarezza la natura propria del Regno. Aperto a tutti i popoli, il Regno non è di questo mondo; è disceso fra gli uomini, ma sfugge totalmente al loro potere. L’accesso alla Famiglia del Padre deriva dalla gratuità totale di Dio. In una simile prospettiva, tutti i privilegi sono aboliti.

Di questo Regno universale, Gesù è il perno. È nella sua Persona che il Regno è costituito nella sua realtà trascendente ed immanente insieme. Respinto dal suo popolo, Gesù fa il dono della sua vita a vantaggio di tutti. Nella luce del mistero pasquale, il particolarismo giudaico è definitivamente superato.

La Chiesa dei Quattro-Venti

La prima generazione cristiana prende a poco a poco consapevolezza di ciò che significa concretamente l’abolizione dei privilegi giudaici. Ci vorrà molto tempo perché la Gerusalemme terrestre ceda veramente il posto a quella celeste e perché i cristiani nati nel paganesimo ottengano pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa della Pentecoste. È progressivamente che si scorgono tutte le conseguenze dell’universalismo del cristianesimo. Eppure era essenziale che avvenisse questa presa di coscienza. S. Paolo vi ha contribuito molto: secondo lui, la croce di Cristo è realmente la definitiva eliminazione dei muri di separazione fra i Giudei e le nazioni.
Sul piano dottrinale, avviene un approfondimento parallelo. In S. Paolo, bisogna aspettare le epistole della prigionia perché la Chiesa appaia pienamente svincolata dai suoi legami troppo terrestri con la Chiesa-madre di Gerusalemme e perché si presenti come quella che è salita con Cristo presso il Padre.

L’universalismo della Chiesa comporta una duplice esigenza. La Chiesa non si addiziona coi popoli della terra: individui, popoli e culture sono tutti chiamati ad occupare il loro posto nella Chiesa. Ma la Chiesa è una realtà storica: per realizzare la sua missione, essa mutua costantemente dalle «ricchezze» delle nazioni, e prende il volto concreto dei popoli in cui s’incarna. Per tutti i mondi culturali, essa fa ciò che Gesù ha fatto per Israele: pone le sue radici nel dinamismo spirituale di questi mondi, ma lo fa in modo tale che la sua incarnazione sia essa stessa rivelatrice della sua trascendenza propria. Dappertutto dove la Chiesa si localizza, ha la missione di apparire in quel luogo come la Chiesa aperta a tutti.

Non bisogna illudersi. Un processo di degradazione minaccia la Chiesa in ogni sua conquista. I cristiani rischiano sempre di confondere la Chiesa universale col volto storico che ha assunto presso di essi. Ogni volta, l’universalismo vero si trova in pericolo. Invece, l’estensione spaziale della Chiesa e l’accoglienza nell’unità della Chiesa di una larghissima diversità costituiscono la garanzia di un universalismo autentico.

La convocazione universale alla salvezza

L’universalismo della Chiesa sbocca necessariamente nella missione. Alle origini della Chiesa, la presa di coscienza della necessità e dell’urgenza della missione ha seguito passo per passo la percezione delle condizioni del vero universalismo. All’inizio, sono gli avvenimenti che provocano l’«uscita» da Gerusalemme; ma, quando sarà fondata la Chiesa di Antiochia, è la stessa comunità radunata a mandare in missione Barnaba e Paolo. A partire da quel momento, la missione sorge come un’esigenza interna.

La Chiesa è essenzialmente missionaria perché la relazione col mondo non cristiano è costitutiva del suo essere. Essa ha l’incarico di stabilirsi dovunque sia necessario affinché la convocazione divina alla salvezza in Gesù Cristo raggiunga effettivamente tutti gli uomini, qualunque sia la loro identità spirituale o socio-culturale. Per questo fine, essa si dà continuamente un volto nuovo, inventa continuamente nuovi modi di aggiornamento, attingendo nel tesoro della sua tradizione viva e stando in ascolto della grazia che è in atto nel mondo non cristiano e che deve logicamente fruttificare nella Chiesa.

Non tutti i membri del Corpo di Cristo hanno lo stesso ruolo da compiere nell’opera missionaria che riguarda tutti. Certuni sono chiamati a compiere un ruolo che si può considerare come missionario in senso stretto, perché la situazione che occupano, oppure dove sono stati mandati, li invita a portare nel loro cuore e nella loro carne una vera appartenenza alla Chiesa. Attraverso questa via difficile della duplice appartenenza, il mistero di Cristo si trasmette attivamente al popolo da evangelizzare. Anche se non tutti sono missionari in senso stretto, la funzione missionaria della Chiesa deve essere, per tutti, il principio regolatore dei loro comportamenti quotidiani. Nella Chiesa, la funzione missionaria non è una funzione accanto ad altre: è la chiave di volta di tutto l’organismo.

La storia della Chiesa ci manifesta ampiamente che, ogni volta che il mondo noto dei cristiani si è allargato od un ordine nuovo si è sostituito ad uno antico, sono sorti degli uomini per prendere a loro carico il dovere missionario che si imponeva. Però, affinché potessero riuscire nella loro impresa, sarebbe stato necessario, ogni volta, che il corpo dei cristiani entrasse nel loro solco…

Un compito missionario nuovo si presenta ad ogni generazione cristiana. Quello che si offre oggi è difficile, perché i mondi culturali si trovano impegnati in un raffronto inevitabile. Ed è proprio in questo che bisogna rivelare che Gesù Cristo ha demolito con la sua croce (che è pure quella della Chiesa) tutti i muri di separazione fra gli uomini. In questa prospettiva, i missionari di domani non dovranno essere innanzitutto i servi dell’intercomunione a servizio di un’unica missione universale?

L’Eucaristia, mistero di cattolicità

L’ambizione di ogni celebrazione dell’Eucaristia è un’ambizione di universalismo. L’equazione fra l’Eucaristia e la Chiesa appartiene ad una tradizione costante. Celebrare in qualche parte l’Eucaristia significa far nascere la Chiesa, consolidare il mistero della convocazione universale alla salvezza in Gesù Cristo. Tutti coloro che si trovano nel campo di questa convocazione sono invitati al banchetto, qualunque sia la loro diversità, qualunque cosa li possa separare. In breve, è lo stesso progetto di cattolicità della Chiesa che prende consistenza nella celebrazione eucaristica.

È importante che questo dinamismo «cattolico» dell’Eucaristia si verifichi nello stile delle celebrazioni, e più largamente, in tutto l’organismo delle istituzioni ecclesiali. Troppi raduni eucaristici portano esclusivamente il segno sociologico di coloro che vi partecipano. Aperti in teoria a tutti, non sono poi così di fatto: gli «abituati» vi si sentono a casa loro, ma gli altri hanno l’impressione di essere degli estranei. La storia spiega perché le nostre celebrazioni eucaristiche sono in generale così poco l’espressione della cattolicità della Chiesa. Ma, oggi, si tratta dell’avvenire della missione: occorre che il segno distintivo dell’Eucaristia, cioè la sua cattolicità, appaia in tutta la sua ampiezza. Quando i cristiani si radunano per partecipare insieme alla Parola ed al Pane, bisogna che sappiano che la comunione offerta loro include l’insieme dell’umanità.

Fonte

Tratto da “Omelie per un anno 1 e 2 – Anno C” – a cura di M. Gobbin – LDC

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Leggi il brano del Vangelo

Mt 2, 1-12
Dal Vangelo secondo Matteo

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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