don Marino Gobbin – Commento alle Letture di domenica 30 Dicembre 2018

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1. PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA

La prima parte annuncia la nascita di Samuele, il significato del suo nome e la promessa di Anna, sua madre. Samuele, di per sé, significa: “Il nome di Dio”, ma secondo l’interpretazione data da Anna vuol dire: “Dal Signore l’ho impetrato”.
La seconda parte rileva la fedeltà di Anna al voto fatto. Dopo aver nutrito e cresciuto il figlio per circa due anni, lo riporta al tempio: il Signore le ha accordato un figlio ed essa sente il dovere di restituirglielo. Offre un sacrificio e poi incontra Eli, che era stato presente alla sua preghiera (1,9-18). Il passo termina con l’espressione: “Egli è ceduto al Signore”. Seguirà il “Cantico di Anna”, sintesi del comportamento paradossale di Dio nella storia della salvezza e singolare anticipazione del “Magnificat”.

SALMO

Fa parte dei “cantici di Sion”, che esaltano Gerusalemme e il suo tempio. Il legame con la prima lettura è evidente. Anche Gesù, a Maria e a Giuseppe, ancora sconcertati per la sua misteriosa scomparsa, rivela che la sua vera dimora è la casa del Padre.

SECONDA LETTURA

Il capitolo dal quale è tratto questo passo può essere definito il capitolo della morale pa¬squale, descritta nella prima parte (3,1-15) con una serie di antitesi, mentre nella seconda (3,16-24) si ha una sintesi degli aspetti positivi. Nei vv. 1-2 Giovanni considera il cristiano nella sua realtà concreta di persona in comunione con il Padre e il Figlio, e ne indica il motivo nel fatto che egli è già ora realmente Figlio di Dio e oggetto dell’amore del Padre. È una realtà ancora nascosta, che sarà totalmente rivelata quando Gesù si manifesterà. Nei vv. 21-24 è indicato il criterio per sapere se davvero l’amore di Dio è in lui: se, come Cristo, anche lui dà la vita per i fratelli (v. 16), cioè se ama i fratelli non a parole, ma con i fatti e nella verità (v. 18); in una parola, se osserva i comandamenti (vv. 23-24). La Santa Famiglia si allarga dunque nella più vasta famiglia divina, nella quale Dio è il padre, e il Figlio è il primogenito di una moltitudine di fratelli radunati dallo Spirito nella fede e nella carità.

VANGELO

È, in Luca, l’ultimo dei racconti dell’infanzia, quasi un’aggiunta un po’ sorprendente. Da una parte si trova racchiuso tra due sintesi molto simili sulla vita a Nazaret. Dall’altra parte, i racconti precedenti, che ci mostrano nella nascita di Gesù il compimento della speranza di Israele, terminano in forma abbastanza logica con la Presentazione al tempio. Secondo la profezia di Malachia (3,1), “Il Signore che cercate entra nel suo santuario”, e Simeone può morire, perché ha visto la gloria invisibile di Dio.
Tuttavia, la salita a Gerusalemme non è un aneddoto familiare interpolato. Senza dubbio vi si può legittimamente vedere un quadretto di vita familiare animata dalla fede: sottomissione alla Legge (Dt 16,16), partecipazione ai grandi incontri religiosi, accettazione da parte dei genitori del fatto di non poter imporre né comprendere perfettamente il destino spirituale del loro figliolo. Tuttavia, questo nuovo episodio nel tempio completa il primo recandovi una sua luce specifica.
La scena avviene nuovamente a Gerusalemme, luogo dove si consumerà la “consacrazione al Signore” fatta il quarantesimo giorno.
Gesù aderisce liberamente a questo moto di offerta e di salita a Gerusalemme che struttura l’intero Vangelo.
Lo fa in mezzo al popolo e con esso. Il popolo però non è consapevole della sua presenza. Egli lo fa con i genitori che l’accompagnano, ma che chiaramente non capiscono il significato del cammino che stanno facendo per un atto di fedeltà.
La profezia di Simeone comincia a compiersi per Maria, che viene colta dall’angoscia e dall’oscurità, come avverrà al momento della Passione.
Gesù viene ritrovato il terzo giorno, come per la sua risurrezione, e il “perché mi cercavate?” troverà un’eco nelle parole dell’angelo alle sante donne. Gesù intanto si rivela colmo dell’intelligenza delle cose di Dio, più che i Dottori.
Infine, l’unica parola di Gesù prima del suo lungo silenzio: “Io devo occuparmi delle cose del Padre mio” ci insegna che il suo soggiorno naturale è dove sta la gloria di Dio. Più tardi (Lc 19,46) chiamerà il tempio “la mia casa” e vi si comporterà come padrone.
L’episodio termina col ritorno (la discesa) a Nazaret. Gesù ritorna alla vita di silenzio e di sottomissione. Ma noi capiamo meglio che la vita nascosta non è una semplice attesa, è invece un primo modo di vivere il Mistero pasquale.

2. PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Per affrontare la crisi della famiglia
Si parla spesso di questa crisi, che è una realtà. Viene spiegata in modi diversi: divario tra le generazioni, cambiamento nei rapporti genitori-figli, da una parte come dall’altra, paura della vita che oggi offre meno sicurezza.

Sarebbe troppo facile vedere nell’episodio di Gesù al tempio il comportamento tipico dell’adolescente contestatore. Si tratta di un fatto unico nella sua vita: prima e dopo egli è cresciuto, s’è sviluppato in seno alla famiglia come tutti i ragazzi e gli adolescenti del suo tempo e del suo paese.

Giuseppe e Maria appaiono preoccupati di iniziare Gesù alla fede (il suo primo pellegrinaggio) e insieme rispettosi dell’autonomia del giovane adolescente. Come è naturale, sperimentano inquietudine e angoscia quando si mettono a cercarlo, e, quando lo ritrovano, “non capiscono”. In realtà, come tutti i genitori vengono a trovarsi di fronte al mistero della persona del loro figlio. Tutti i genitori sono chiamati a vivere un mistero che li supera totalmente: essi devono aiutare l’adolescente a conoscersi nella sua realtà evitando nello stesso tempo di frenare con la loro autorità il risveglio d’una personalità. Non serve a niente spiegare a un giovane ciò che dovrà diventare: vale di più aiutarlo pazientemente a sentire lo Spirito che parla in lui, lasciandogli scoprire il suo rapporto tutto singolare con Dio e con gli altri, guidandolo perché si metta al servizio di questo doppio rapporto.
Nei drammi dell’adolescenza è in germe la nascita della persona, come nell’episodio del tempio è in germe tutto il mistero di Gesù adulto.

Oggi la famiglia è ancora una comunità?
La comunità è necessaria alla vita, alla maturazione, al perfezionamento delle persone. La famiglia è questa comunità? Mentre molti sono alla ricerca di comunità fraterne per reazione contro l’anonimato dei grandi complessi, la famiglia attraversa una crisi.
Per lunghi anni Gesù s’è sottomesso alla vita familiare: in questo ambiente ha raggiunto la pienezza della vita adulta, come pure si è preparato a fondare la comunità delle comunità. Si può supporre che la comunità costituita da Gesù con gli apostoli sia tributaria della sua esperienza familiare e ci illumini sulla vita comunitaria di Nazaret.
È doveroso anche ricordare che, nell’insegnamento tradizionale della Chiesa, la famiglia è sempre stata vista come la cellula base della società umana.


Oggi tuttavia assistiamo a una frantumazione della comunità familiare, alla sua contestazione, talvolta radicale.
Come dare una risposta positiva a questa contestazione spesso generalizzata? Innegabilmente non è più possibile respirare in una famiglia troppo ripiegata su se stessa: si deve cercare di aprirla sempre di più alla società. Nello stesso tempo, essa deve rimanere il luogo primo dell’educazione spirituale e libera. Qui sta tutta la difficoltà: quando il dovere diventa costrizione, non c’è più posto per la libertà; quando ogni dovere viene trascurato, non ci si può più aspettare di vedere camminare verso una maturazione personale.
La famiglia, come ogni comunità, è composta di persone; vive in forza e per il perfezionamento di ognuna delle persone che la compongono.

Fonte

Tratto da “Omelie per un anno 1 e 2 – Anno C” – a cura di M. Gobbin – LDC

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