don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 19 Aprile 2020

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Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

La liturgia di questa seconda domenica di Pasqua, detta anche domenica della Divina Misericordia, ci offre, nel brano evangelico, il racconto di due apparizioni di Gesù, una al tramonto del giorno di Pasqua e l’altra otto giorni dopo. Il Risorto nelle sue manifestazioni saluta i discepoli riuniti dicendo sempre: «Pace a voi». Non soltanto viene augurata la pace, ma viene donata. La pace, nel significato ricchissimo che aveva per gli ebrei, è il dono pasquale di Gesù. Essa toglie dubbi e incomprensioni, essa dà la pienezza dei beni messianici e così apre il cuore ad accogliere lo Spirito Santo che viene effuso per la remissione dei peccati.

Il Risorto, annota l’evangelista, «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi”». Oltre a donare loro la «pace», Gesù invita i discepoli ad una precisa responsabilità: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi», ossia: «Come io ho narrato il Padre, ora spetta a voi narrare me». Infine il Risorto, scrive l’evangelista: «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».

A questo meraviglioso evento Tommaso, «chiamato Dìdimo», non era presente. La sua assenza era dovuta, forse, alla delusione per i tristi avvenimenti di quei giorni e, pertanto, si era allontanato dagli altri discepoli. Quando fece ritorno nel luogo dove si trovavano gli altri discepoli gli fu detto: «Abbiamo visto il Signore!». Questo annuncio viene considerato da Tommaso una follia, «un vaneggiamento» (cf Lc 24, 11). Non crede alle parole dei suoi fratelli e non si fida di loro: egli vuole un rapporto diretto con il Signore, vuole una prova tangibile della sua risurrezione: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Gesù aspetta e, scrive Giovanni, soltanto «otto giorni dopo», quando il gruppo è riunito ed è presente anche Tommaso, appare nuovamente il Risorto, il Vivente, e si fa riconoscere dicendo loro: «Pace a voi!». Poi rivolgendosi a Tommaso disse: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

È da notare che Tommaso ha bisogno di vedere ma non di toccare le ferite di Cristo: quando infatti il Risorto lo precede e smaschera con misericordia la sua debolezza, egli, vistosi amato persino nella sua incredulità, fa cadere le sue difese e formula una straordinaria confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». E a lui Gesù riserva la sua ultima beatitudine, di cui anche noi siamo destinatari: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Da questa pericope evangelica possiamo cogliere due insegnamenti importanti. Innanzitutto, abitualmente l’esperienza di fede si vive nella comunità ecclesiale, nella chiesa. Inoltre il momento centrale di questa esperienza di fede è all’ottavo giorno (la domenica) quando la comunità cristiana, riunita nel giorno del Signore e in ascolto della parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture – Parola di cui il vangelo è il centro, Parola che è Gesù Cristo -, spezza il pane, celebrando l’Eucaristia.

Chiediamo al Signore Gesù affinché nella sua grande misericordia accresca in noi la fede perché pur senza averlo visto crediamo in lui.

don lucio d'abbraccioDon Lucio D’Abbraccio

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