Don Luciano Condina – Commento al Vangelo del 29 Maggio 2022

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Gesù ci porta alla pienezza della vita vera

Con l’ascensione di Gesù in cielo contempliamo che il punto di arrivo della missione di Cristo non è su questa terra, perché Egli ha assunto la carne umana per portarla alla sua pienezza; che non è qui, così come la nostra pienezza non è di questa terra. L’elevazione al cielo ci apre alla prospettiva della nostra verità.

La realtà è che noi stiamo qui in una fredda e confusa anticamera di un posto meraviglioso, di uno splendore infinito: ognuno di noi è troppo importante e imprescindibile per non essere legato all’eternità e alla bellezza. Gesù si è incarnato per mostrarci il punto di arrivo, che è il Padre.

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Pensiamo alla celebre frase di san Filippo Neri: «Preferisco il Paradiso»; significa che in ogni scelta io posso mettere il cielo come direzione e meta. Siamo fatti “di cielo” e se andiamo a scrutare il nostro cuore, questo «abisso» – così il cuore è definito nella Bibbia (Sal 73,7) – può essere colmato solo dal cielo.

Tante cose vanno relativizzate e dobbiamo sempre chiederci dove ci conduce ogni sì o no che dobbiamo pronunciare nella vita. La spiritualità cristiana descrive fondamentalmente il viaggio dall’uomo terrestre all’uomo celeste, dall’uomo nato dalla carne all’uomo che nasce dallo Spirito. Questo movimento ascensionale lo facciamo ogni volta che ci apriamo al bene e ci opponiamo al vizio, alla debolezza, allo sconforto.
Pensiamo alle mongolfiere che, per cominciare ad alzarsi, devono liberarsi dai sacchi di sabbia mentre la combustione del gas che scalda l’aria permette il distacco: com’è diversa la prospettiva dall’alto! Così è per noi: Dio ci chiede di togliere i sacchi di sabbia, di lasciarsi alimentare dal fuoco dello Spirito Santo – con la preghiera, la carità, il nutrimento dei sacramenti – così che la nostra anima, unita allo Spirito, diventi più leggera dell’anima pesante di questo mondo e possa ergersi e contemplare le vette dell’eternità, che ci attende e che, intimamente, percepiamo come “nostalgia di qualcosa” che abbiamo sempre in noi: la nostalgia del Padre, nostalgia di casa.

Non cerchiamo di comprendere tutto di questa vita: i conti torneranno solo in cielo. Nella nostra avventura terrena abbiamo la possibilità di imitare il Padre nelle sue due attività, che spettano solo a Lui ma che Egli ha voluto condividere con noi, suoi figli: l’essere creatore e l’essere redentore, tramite il Figlio. Sono le due vocazioni che riceviamo con il battesimo: essere co-creatori – generando nuove vite, nel luogo sacro del matrimonio – o essere co-redentori – salvando anime nel ministero ordinato o nella vita religiosa, professa o laica.

Contemplando il mistero dell’Ascensione di Gesù al cielo nei misteri gloriosi, ci apriamo alla sua opera in noi, alla sua signoria. Se la nostra vita è fatta di rivendicazioni, che cosa ci può interessare che Cristo sia asceso al cielo e sia il Signore? Se in fondo al nostro cuore quel che resta è che dobbiamo essere affermati, riconosciuti, stimati, e tutte le cose relative di questa vita, la preghiera ci scivolerà via di dosso perché cercheremo altri signori e altre potestà.

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Per la comunione con Cristo, che ha portato la carne nel cielo, il cielo entra nella carne e possiamo tirar fuori la nostra più grande verità. Seguire Cristo non è sfigurarsi, emaciarsi, rovinarsi, ma è perdere la vita piccola per scegliere la vita grande; perdere l’infimo per acquistare l’infinito.


Commento di don Luciano Condina

Fonte – Arcidiocesi di Vercelli

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