Don Luciano Condina – Commento al Vangelo del 17 Maggio 2020

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Ricambiamo l’amore di Dio

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Questa affermazione sembra voler dettare le norme per dimostrare l’amore a Cristo; un po’ come quando in una coppia uno dei due dice: se mi ami, fa’ questo e non quest’altro; le famigerate “prove d’amore”, più o meno sensate, più o meno egoistiche. Ebbene Dio è amore, e l’amore non sottostà a questi ricatti: con Cristo, infatti, le cose non funzionano così.

Il primo punto da sottolineare è l’ordine non casuale delle proposizioni, perché invertendo le due frasi – «se osservate i miei comandamenti, mi amerete» – le parole assumono un significato profondamente diverso. Posta così, la frase include l’atto di amare nell’osservanza dei comandamenti e l’approccio è quello tipico della “religione da seguire”, con le sue regole insindacabili: è scritto così e quindi si deve fare così. L’integralismo religioso non conosce altre dimensioni che questa, in quanto Dio è un’entità da servire e saziare di sacrifici in funzione di qualcosa da ottenere. In fondo, che i sacrifici a Dio siano umani (come ad esempio nelle civiltà precolombiane), che siano animali (come nell’ebraismo prima della distruzione del tempio di Gerusalemme) o che siano “fioretti” per far piacere al Signore, la dimensione spirituale è sempre la stessa: Dio è qualcuno da accontentare; Dio diventa l’ennesima tassa da pagare in questo sistema che ci tartassa sempre di più, come se non bastasse la pressione fiscale al 70% per i possessori di partita iva.

Ebbene, l’osservanza dei comandamenti non è la condizione per amare Cristo, ma è la conseguenza dell’amore per Lui, cioè i frutti che l’amore per Lui genera. Quando si ama qualcuno, per lui o lei si fanno cose che non si fanno per altri.

Ecco un esempio simpatico: tutti sappiamo che è buona norma imparare fin da piccoli a curare l’igiene personale, come lavarsi i denti dopo ogni pasto e fronteggiare con determinazione gli odori del corpo; ma nell’adolescenza (spesso maschile) capita che queste norme non vengano molto prese in considerazione (ancora rabbrividisco ricordando alcuni olezzi che aleggiavano nelle camerate maschili ai campi estivi). Ci si accorge, invece, che un adolescente si è innamorato quando, all’improvviso, comincia a lavarsi in modo sospetto e profumarsi lasciando dietro di sé scie di eaux de toilette; d’un tratto, lavarsi diventa un «dolce giogo» (per citare Mt 11,30). Quando si è innamorati non pesa più seguire le regole, ma la loro osservanza diventa dolce conseguenza del sentimento che si prova.

Non amiamo tutti quelli per cui nutriamo rispetto, ma rispettiamo tutti coloro che amiamo, ovviamente. In questo passo evangelico è come se Gesù dicesse: “chi mi ama, mi rispetta”, che è ben diverso dal dire “chi mi rispetta, mi ama”.

Chi dice: «lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, «è bugiardo e la verità non è in lui» (1 Gv 2,4). Se diciamo di amare qualcuno ma i nostri atti tradiscono il sentimento proclamato, è ovvio che stiamo mentendo, anche se a volte non ce ne accorgiamo neppure.

Allora, se per amare Cristo non si comincia dall’osservare i suoi comandamenti – che sono la conseguenza dell’amore per lui – da dove si comincia?

Dal primo: «Io sono il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù»; Dio ricorda al suo popolo ciò che ha compiuto, ed è talmente enorme che Egli solo poteva farlo.

Allora da dove comincia l’amore per Cristo? Dal riconoscere ciò che Gesù, nel Padre, ha fatto per noi: ci ha amati letteralmente “da morire”. L’amore comincia dalla riconoscenza, che diventa gratitudine; per gratitudine nasce spontaneo osservare i comandamenti, e, a quel punto, ci si accorgerà che sarà sempre troppo poco quello che potremo fare noi per Gesù.

Dio non ha bisogno di nulla da noi, siamo noi che abbiamo bisogno di ricambiare l’amore che ci dona.

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