Don Luciano Condina – Commento al Vangelo del 15 Marzo 2020

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Fidiamoci di Dio, nostra speranza

Il vangelo che ascolteremo durante la messa di questa domenica – che noi sacerdoti celebreremo ancora a porte chiuse – è quello celeberrimo della samaritana. La sua memoria come “S. Fotina” è stata presente nel martirologio romano fino alla revisione del 1585, attestando che la reliquia della sua testa si trovasse a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura; poi, nel nuovo martirologio, la memoria è scomparsa.

La samaritana è una donna che ha avuto cinque mariti, dunque una vita avventurosa e travagliata; certamente è una persona affettivamente complicata, e anche il marito che attualmente ha non è suo marito vero. Alla fine, averne diversi equivale a non averne nessuno: è la storia di tanti, che disperdono se stessi in varie affettività – persone, progetti, cose, situazioni… – perdendo ciò per cui siamo nati realmente: l’amore vero, simboleggiato in questo brano dall’acqua; infatti, la sete del Dio vero è la sete di amore vero.

Spesso Dio, per interagire con noi, si mostra bisognoso: in questo caso Gesù chiede da bere alla donna, mostrandosi assetato. Un paradigma importantissimo: quando il Signore sembra chiederci qualcosa, in realtà è in procinto di darci molto più, perché Egli non toglie mai, al contrario aggiunge sempre! A noi sembra di fare qualcosa per Lui mentre è Dio che farà qualcosa per noi.

Quante volte abbiamo avuto sete – ossia sperimentato la mancanza di qualcosa di vitale o che ritenevamo tale – e siamo rimasti centrati sul nostro bisogno, obnubilati dal nostro appetito, ossessionati dalla nostra necessità. Quello invece è il momento in cui provare a fidarci, ad aprirci a Dio, per sperimentare l’esatto contrario, cioè che la necessità diventa l’occasione per un salto di qualità.

Questo periodo surreale di quarantena ci chiama a vivere in tal modo, cioè a fidarci del fatto che in Dio ogni difficoltà, ogni disgrazia porta sempre una grazia da cogliere o da scovare. Più cinicamente lo sanno bene certi imprenditori che, nei momenti di crisi, trovano i modi più impensati di fare business. Certamente riscopriremo il valore autentico di tante cose che ormai davamo per scontate, come il poter circolare liberamente o la partecipazione alla messa.

«Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10) dice Gesù alla samaritana. I problemi maggiori della nostra poca fede nascono dal fatto che non sappiamo chi sia Dio e dalle idee sbagliate che abbiamo su di lui (a tale proposito, suggerisco la lettura di un testo che spiega questo concetto fondamentale in modo approfondito: Karl Frieligsdorf, …Ma Dio non è così, Edizioni Sanpaolo, 1995). Non conoscere Dio significa non conoscerne i doni. È interessante notare come il pozzo presso cui si trovano Gesù e la samaritana è il quello che Giacobbe donò a suo figlio Giuseppe: un regalo inestimabile nel deserto.

E qual è il luogo in cui incontrare il Dio vero e sperimentare i suoi doni? La sorpresa è che il Dio vero si incontra e si adora in una forma nuova: «in Spirito e verità» (Gv 4,24); si incontra secondo una relazione che non è un luogo geografico ma è l’interiorità, è una qualità. Interessante che il termine «adorare» – affermò Benedetto XVI a Colonia, durante la Giornata mondiale della gioventù – in fondo significa «portare alla bocca» (dal latino plurale ad ora), per mangiare, per baciare; e qui si parla di un marito. Il vero sposo, colui che è da baciare, da adorare, da mangiare per quanto lo ami – come faresti con un neonato – è Dio.

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