Don Luciano Condina – Commento al Vangelo del 10 Maggio 2020

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Cristo ci svela il volto del Padre

«La bontà è disarmante» si legge all’ingresso del Sermig a Torino. La comunità fondata da Ernesto Olivero negli anni Sessanta del secolo scorso è tutt’oggi una vera profezia contemporanea della carità evangelica. La bontà rimuove le intenzioni malvagie, ammorbidisce l’interlocutore belligerante, cura i mali dello spirito, lenisce le amarezze, guarisce le anime malate. Ricevere bontà, cioè ricevere una delle manifestazioni più evidenti dell’amore, spesso permette alle persone di cominciare un percorso di guarigione spirituale che ha del miracoloso: dove non riescono terapie, correzioni o punizioni varie, può arrivare l’amore in funzione di farmaco guaritore.

Questa realtà è immediatamente constatabile nei “baci magici” delle mamme verso le bue dei bambini: autentici drammi esistenziali risolti all’istante con un bacio strategicamente localizzato.

L’amore non ti ama per come dovresti essere ma così come sei. Un genitore non ama un figlio “a patto che…”. Tantissime persone, raccontando la testimonianza del loro incontro con Dio, riferiscono l’esperienza di un «amore incondizionato», ricevuto senza aver fatto nulla per meritarlo. Incontrare Dio significa sperimentare su di sé questo amore totale, limpido, cristallino e, sebbene sia simile a quello genitoriale, in realtà è infinitamente più grande, profondo, sconfinato.

Questa introduzione ci serve per comprendere le affermazioni, tra le più intense di tutta la Scrittura, presenti in questo vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (Gv 14,6-7).
Sono affermazioni di una portata enorme, sconvolgenti, realmente messianiche, ma talmente difficili da accettare che, subito dopo, l’apostolo Filippo chiede, forse anche un po’ seccato di sentir parlare di continuo del Padre per tre anni senza mai vederlo: e mostraci ’sto Padre così siamo a posto, no?! (cfr Gv 14,8). Gesù e il Padre sono una cosa sola e proprio sull’affermazione di questa realtà si fonderà l’accusa di bestemmia che sancirà la condanna a morte di Cristo.

Ora, un’interpretazione frequente, alquanto superficiale del passo evangelico su cui stiamo riflettendo è che, se non sei cristiano, sei tagliato fuori dalla salvezza: extra Ecclesiam nulla salus («al di fuori della Chiesa nessuna salvezza» scrive Cipriano nell’epistola 72 a papa Stefano, nel III secolo). Ma per capirne il senso più profondo è necessario porre la questione sul piano esperienziale.

Deus caritas est, Dio è amore, «dov’è carità e amore lì c’è Dio» si proclama in un canto liturgico: «venire al Padre» (cfr Gv 14,6) significa incontrare e conoscere Dio, incontrare l’Amore, quello perfetto, sommo, totale, con la “A” maiuscola. E sulla terra questo amore perfetto e totale di Dio l’ha portato una sola persona: Gesù Cristo, perché gli uomini, per amare, hanno bisogno di un volto e di un nome. E non c’è stato né ci sarà mai più sulla terra uomo in grado di incarnare questo amore in modo perfetto come Cristo, perché il suo sacrificio è la cifra del suo amore. E la portata del suo amore è la testimonianza della sua divinità (ricordiamocelo ogni volta che non riusciamo a perdonare il più piccolo sgarbo ricevuto).

Allora se vuoi incontrare Dio, quello vero, oltre il quale non c’è amore più grande, devi passare “per” Cristo, e non “da” Cristo. Il “per” Cristo implica la dimensione esperienziale dell’amore di Dio, mentre il “da” Cristo implica la dimensione legale della religiosità. Solo Dio può amare così come ci ha amati Cristo e il Dio vero non può che trovarsi in Lui, il cui volto è immagine del Padre. Per questo Cristo è via, verità e vita, che illumina tutto il nostro essere, il cui amore ci sommerge dandoci la dignità di figli di Dio e rivelandoci chi siamo realmente. «Solo chi ti ama può dirti chi sei e quanto vali!» (F. Rosini).

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