don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 19 Giugno 2022

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Siamo corpo di Cristo

Mi ha fatto riflettere vedere Papa Francesco parlare con molta serenità dei problemi fisici che lo ultimamente accompagnano in modo sempre più evidente. A causa del dolore al ginocchio non solo lo vediamo spostarsi in carrozzina, ma ha dovuto rinunciare ad un atteso viaggio apostolico in Africa.

Per chi come me ha qualche anno in più, non può che venire in mente la parabola fisica di Giovanni Paolo II, che il giorno della sua elezione a Pontefice nel 1978 si presentava al mondo in tutta la sua prestanza fisica di 50enne e che dopo 27 anni, gli ultimi giorni della sua vita si era mostrava alla finestra del suo studio su Piazza San Pietro incapace persino di parlare. E ha fatto notizia in questi giorni qui a Brescia la conferenza stampa del Vescovo Tremolada che è costretto a sospende per almeno sei mesi ogni attività per doversi curare al midollo.

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La Chiesa ha davvero un corpo, un corpo fragile e segnato dal limite. E ovviamente quando penso al corpo della Chiesa non mi riferisco solo ai suoi vertici istituzionali come lo sono il papa e i vescovi, ma ad ogni fratello e sorella che per il battesimo fanno la Chiesa.
La Chiesa è fatta di tutti i corpi dei cristiani, quelli anziani e quelli giovani, quelli ammalati e fragili e anche quelli pieni di salute. Nella Bibbia il corpo dell’uomo e della donna non indica solo la loro dimensione materiale con i singoli organi, ma tutta l’esperienza umana. Il mio corpo è quello che sono, che penso, che progetto, le mie relazioni, i miei sbagli e fragilità, il tutto inserito e vissuto dentro la mia dimensione fisica, storica e materiale. Non sono un angelo che fluttua per aria in una dimensione diversa da quella degli altri, e non lo è stato nemmeno Gesù. Gesù è Dio che ha preso la dimensione corporea perché dentro questa dimensione di tutti ha mostrato la via del cielo.

La Chiesa per celebrare la solennità del Corpus Domini, il Corpo e Sangue del Signore, sceglie come racconto evangelico quello della moltiplicazione dei pani e pesci. È un racconto presente in tutti e quattro i vangeli, e anche in questo racconto di Luca, è chiaro il riferimento all’Eucarestia, alla celebrazione che le prime comunità cristiane hanno iniziato a fare per ricordare la presenza di Gesù.

Nella Messa noi come cristiani crediamo che Gesù è presente con il suo corpo, fatto di carne e sangue, ma non solo. Nella celebrazione della Messa Gesù si rende presente in tutta la sua dimensione concreta fatta di relazione, insegnamento, cura e amore. Gesù è vivo concretamente anche nel corpo dei cristiani che si radunano come Chiesa. La Chiesa infatti è il primo “corpo di Cristo” come insegna San Paolo.

Nel racconto della moltiplicazione Luca evidenzia come la logica degli apostoli, anche se improntata al buon senso, non è quella di Gesù. Quando verso sera, al termine della predicazione, la gente ha fame, i discepoli dicono giustamente che ognuno si deve arrangiare (“Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”). Ma è qui che Gesù fa la differenza, e invita a prendersi cura anche del corpo della folla, del corpo concreto e fragile, segnato dalla necessità di nutrirsi. I discepoli se vogliono seguire davvero il loro Maestro devono prendersi cura di tutta la vita del prossimo, anche dal punto di vista fisico.

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Questo è quello che ha fatto Gesù e questo è quello che fa il suo discepolo. Celebrare la Messa per i cristiani non è dunque “uscire” dalla vita e “ritagliarsi un pezzo di paradiso” lontano dalla concretezza della terra. Celebrare il Corpo e Sangue del Signore significa prendersi cura del corpo del prossimo, specialmente se fragile e bisognoso. Celebrare il Corpo e Sangue del Signore è riconoscersi corpo di Gesù sulla terra, anche e soprattutto per le nostre fragilità e limiti propri della vita, quella che è di tutti gli uomini e donne della terra.

Abbiamo un corpo, siamo un corpo, e dentro questo nostro corpo abita Gesù.
Il pane eucaristico proprio per la sua piccolezza materiale e fragilità è un richiamo fortissimo a non lasciare nessuno da solo quando ha fame, ma è un invito ad accogliere le parole di Gesù: “Voi stessi date loro da mangiare”.

Giovanni don

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)

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