don Fabio Rosini – Commento al Vangelo di domenica 12 Luglio 2020

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Il biblista don Fabio Rosini commenta il Vangelo di domenica 12 Luglio 2020, da Radio Vaticana (per il file audio) e dalle pagine di Famiglia Cristiana.

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ACCOGLIERE LA PAROLA SENZA RESISTENZE

Questa domenica ascoltiamo la principessa di tutte le parabole, come dice Gesù altrove: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole?» (Mc 4,13). È la storia di uno stesso seme che produce risultati differenti. Compaiono sei esiti diversi, di cui tre negativi e tre positivi secondo diverse gradualità. Il seme può cadere sul sentiero, sul terreno roccioso o in mezzo alle spine, oppure dare frutto del trenta, del sessanta o del cento per uno.

Alle folle Gesù non dice altro, chi ha orecchi intenda. Ma nessuno intende, eccezion fatta per i discepoli che chiedono il perché di questa comunicazione apparentemente semplice ma in realtà criptica.

A loro, dopo una austera citazione del profeta Isaia e una considerazione sulla loro fortunata ventura, arriva finalmente la chiave, e allora comprendono. La parabola, infatti, è una comunicazione che va decodificata, ma per farlo bisogna avvicinarsi al maestro che l’ha consegnata.

È qui il fuoco del discorso: nessuno capisce la parabola tranne chi stabilisce una relazione con Gesù. Allora si illumina il fatto che se il Signore manda una parola – che può anche essere nascosta negli eventi della nostra vita, che celano un disegno provvidenziale – c’è da superare dei filtri, perché la si ascolti veramente.

La parola può trovare una strada battuta e impenetrabile, che è la realtà di chi non capisce e continua ad andare per la sua strada. Sorpresa: il fatto di non capire non autorizza a rifiutare. Molte volte Dio ci deve dire cose che non capiamo, e dobbiamo lasciarci portare in quel che non capiamo, per poter arrivare alla meta e non restare mediocri quanto il nostro cervello. Maria ad esempio custodiva nel cuore le parole che non capiva (cfr. Lc 2,50-51).  […]

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Desiderare anche senza poter vedere

«Beati i vostri occhi perché vedono… In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro!».

Istintivamente si pensa che tale frase significhi: “A voi è andata meglio che a loro!” — ma a che serve dirlo?

Eppure l’espressione: «In verità io vi dico» segnala una rivelazione importante.

Profeti e giusti hanno desiderato vedere quel che voi vedete: voi vedete quel che loro hanno desiderato.

Se non lo avessero desiderato, voi non lo vedreste.

Ogni generazione deve desiderare qualcosa che non deve vedere, perché spetta alla generazione successiva. Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere la Chiesa del Vaticano II, e noi la stiamo vedendo perché loro lo hanno desiderato. Il nostro possesso è frutto della loro aspirazione.

È la storia dei Padri che videro i beni promessi e li salutarono solo da lontano (cfr. Eb 11, 13), come Mosé che vide la terra promessa ma non vi entrò, perché spettava a Giosuè — che in Ebraico è lo stesso nome di Gesù.

È nota essenziale della paternità il preparare il meglio per i propri figli e non esaurire tutto nella propria vita.

Non si può vivere sbranando all’osso l’esistenza, perché c’è una vita che è più importante della propria: quella dei figli, quella della generazione a venire. Se lavoro per il presente, senza mettere da parte per quel che verrà, sono uno stolto che non ha capito la grandezza delle cose.

È bello fare qualcosa di grande ma è ancor più bello vedere i propri figli, nella carne o nella fede, diventare grandi e fare quello a cui noi non possiamo e non dobbiamo arrivare.

Si può vivere solo per sé stessi, ma è una vita stolida, da superficiali.

Siamo così estemporanei!… Prima di arrivare al Padre, vale la pena di desiderare fino al dolore a favore della prossima generazione.

Ci sono anziani che vivono come se tutto finisse con loro.

E ci sono quelli che pongono le basi, fanno da fondamento, sperano contro ogni speranza e desiderano cose grandi. I loro figli vedranno il Messia.

Fonte: l’Osservatore Romano