don Ezechiele Pasotti commenta il Vangelo del 3 maggio 2015

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don Ezechiele Pasotti commenta il Vangelo del 19 aprile 2015

Nella quinta domenica di Pasqua, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù dice:

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

Su questo brano evangelico, ascoltiamo il commento di don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:

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Il Vangelo di oggi è preso dai discorsi di Gesù ai suoi discepoli durante l’ultima cena. L’immagine della vigna è presente in diverse pagine dell’AT: questa vigna, prima ancora che opera della mano del vignaiuolo è opera del suo cuore. Vi ha messo tutta la sua arte, la sua creatività, la sua tenerezza. Ha con essa un rapporto filiale. L’immagine rivela il rapporto d’amore che il Padre ha con il suo popolo, il progetto d’amore che ha animato l’opera creatrice di Dio verso l’uomo. Ha pensato e voluto la sua creatura in un rapporto d’amore filiale – ancora più profondo ed intimo – nuziale – con essa. L’ha voluta così per poter effondere su di essa, con un’abbondanza degna di Dio, tutti i suoi tesori. Ma perché questo sia possibile il tralcio deve restare unito alla vite: non per una dipendenza capricciosa, non per umiliare l’altro, più debole. Ma per un’esplosione di gioiosa comunione d’amore. “Chi rimane in me, ed io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. “Se rimanete in me…”. Nelle parole dell’apostolo Giovanni – che ha avuto la sorte di porre il suo capo sul petto del Signore – giunge a noi un’eco del rapporto d’amore tra il Padre e il Figlio, che Gesù è venuto a ricreare nella comunità dei fratelli, grazie al dono dello Spirito Santo; rimanere nel suo amore, significa anche rimanere radicati nella comunità dei fratelli. Per questo siamo stati creati, per questo è venuto a noi il Figlio unigenito del Padre, per questo abbiamo celebrato la Pasqua. Oggi siamo chiamati nell’Eucaristia a gustare, a celebrare questo essere discepoli del Signore nel frutto della comunione fraterna, e trasformare questa gioia in missione, in buona notizia per il mondo.

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