don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo di domenica 28 Febbraio 2021

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Nel vangelo di questa seconda domenica del tempo di quaresima sono come spesso capita più le domande che abbiamo che le risposte. A iniziare dalla prima che riguarda il tempo: si parla di “sei giorni dopo”. Il pensiero va a una creazione – il riferimento al “6” -. A qualche cosa di grande ma che richiede ancora un completamento. “Sei giorni dopo” cosa? Sei giorni prima Gesù aveva chiesto ai discepoli “voi chi dite che io sia”? Conosciamo la risposta di Pietro. Conosciamo anche quello che succede dopo. Gesù inizia a insegnare che deve patire, morire, risorgere e Pietro interviene a gamba tesa. “Signore non fare questi discorsi”. E Gesù “va dietro di me satana” lo rimette nel suo posto di discepolo. Dopodiché si dice che chi vuole essere discepolo di Gesù deve prendere la croce, accettare di perdere, di donare la vita. Non può tenerla stretta, perché se la tiene stretta, se ragiona in termini di conservazione e potere, perde tutto.

Poi si specifica che questo però ha che fare con l’oggi. “Ci sono alcuni presenti che non moriranno senza avere visto l’avvento del regno”. A questo punto, sei giorni dopo, Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono tre discepoli che rientrano altre due volte nel racconto del vangelo proprio come formazione particolare. Nel racconto della guarigione della fanciulla “talità kum”, la fanciulla dodicenne che la malattia strappa alla vita e all’amore e che Gesù restituisce a questa dimensione. In quel caso Pietro, Giacomo e Giovanni sono un po’ testimoni. Testimoni di un incontro affettuoso. Quella fanciulla diventa simbolo di colei che è sposa, della chiesa. Poi li rincontreremo nel Getsemani. Gesù si allontana dal gruppo dei discepoli ma chiama loro perché condividono con lui questo momento di fragilità. Di nuovo è molto bello pensare ai discepoli, alla chiesa, come coloro che sono vicini a Dio, a Cristo Dio fatto uomo nella sua fragilità. C’è una celebre poesia-preghiera di Bonhoeffer “cristiani e pagani” che proprio in questo senso ci viene facilmente in mente. È molto bella. Certamente qui c’è già un problema: perché gli altri no? Eppure la logica del fatto che non tutto deve essere fatto da tutti, per quanto discutibile però è realistica.

Si dice che salgono su un alto monte. La tradizione vuole che sia il Tabor ma in realtà se fosse così non sarebbe stato un  problema dirlo. Quindi comunque il luogo della trasfigurazione e il racconto conseguente passa dalla dimensione storica a quella anche simbolica, profetica. Diventa quasi una parabola. Si specifica che sono loro “soli” quindi questa cosa comunque ha un importanza all’interno del racconto. Dopodiché si dice che Gesù è “trasfigurato”. Non sappiamo cosa significhi però si capisce che non è qualche cosa che ha a che fare con la percezione. Spesso quando la parola di Dio parla di “apparizioni” (in realtà sono nella maggior parte “audizioni”, cioè si incontra una parola) si dice che il profeta, il patriarca “vede Dio” e sente una voce che gli parla (escluso alcune piccole eccezioni). In questo caso non è così. In questo caso si specifica che è Gesù che si mostra in un modo radicalmente nuovo.

Il modo con cui questo viene specificato è dicendo che le vesti sono bianchissime. Considerate che il bianco in natura è un colore che non esiste. Nel senso che esiste la luce. La luce chiara, luminosa. Ma nel momento in cui si parla di abiti, vestiti ciò che al massimo si può ottenere senza l’ausilio della tecnologia odierna è un giallino chiaro chiaro. E quindi qui si parla di qualcosa che non ha a che fare con la realtà degli uomini ma con quella di Dio. Del Dio che crea la luce e del Dio che veste di luce, di bianco gli angeli. Incontreremo la mattina di Pasqua l’angelo che dà l’annuncio vestito di bianco. È interessante anche sapere che nell’Antico Testamento ad esempio si dice che è “bianco e vermiglio” l’amato. Perché siamo comunque sempre dentro questa logica sponsale.

A questo punto appaiono Mosè ed Elia che nel vangelo sono in riferimento alla legge. La legge di Mosè ritorna spesso. Ma anche l’attesa messianica. Elia è colui che comunque rientra costantemente nel momento in cui si parla di accogliere il messia che viene. Tra l’altro Elia e Mosè hanno una caratteristica in comune. Entrambi hanno incontrato Dio, ma entrambi non l’hanno potuto vedere faccia a faccia. Perché secondo la logica del primo testamento chi vede Dio faccia a faccia vuol dire che è morto, che muore.

Invece in questo momento stanno con lui e conversano con lui. Quindi vuol dire che si è aperta una fase nuova, diversa. È una nuova creazione in cui quella vecchia regola non esiste più. Esistono regole nuove. Di fronte a questa scena c’è una doppia reazione di cui Pietro è protagonista, per lo meno per la prima parte. Nel senso che Pietro dice a Gesù: è bello stare stare qui, facciamo tre capanne. Ma si specifica immediatamente dopo che non sa cosa stava dicendo. Non è un gran complimento. Perché erano “spaventati”. Quindi c’è qualcosa di bello, di meraviglioso. Il “bello” secondo la lingua greca è un bello che è buono. È un bello moralmente attraente. Ma anche che può spaventare. E questo ci sta. Capiamo tutti quanti, si intuisce, che c’è qualcosa di grande in ballo. E questo qualcosa di grande da una parte affascina dall’altra terrorizza. Il riferimento alle tre tende c’è chi dice che forse è un riferimento anche a una delle celebrazioni tipiche, una festività per gli ebrei. Era la Festa delle Capanne in cui si si festeggiava, si celebrava il ricordo dell’esodo. Quindi di nuovo c’è una presenza forte di questa memoria di un esodo.

Tant’è che subito dopo si parla di una nube che li copre, che è un altro dei segni tipici dell’Esodo. E una voce: “questo il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo”. È la seconda volta che si sente questa voce. La prima volta si è sentita nel momento in cui Gesù esce dall’acqua, nel battesimo. Ecco mi piace sottolineare questo termine “l’amato” perché forse lo diamo per scontato. Il Padre che parla del Figlio, il “suo” amato… Ma non si specifica. L’amato è con l’articolo determinativo. È proprio un personaggio della Bibbia, l’amato. Di nuovo il riferimento va al Cantico dei Cantici. In cui troviamo l’amato, l’amato del mio cuore, lo sposo. E quindi forse non è soltanto o non tanto amato dal Padre. Ma quello sposo che è venuto per salvare e rendere bella la sposa, la chiesa, la comunità degli uomini. 

A questo punto c’è uno stacco. Improvvisamente si guardano attorno, non vedono più nessuno, ma vedono “soltanto Gesù”. Vedono “Gesù solo” con loro. Questo alla fine è secondo me, non so se si possa, dire la parte centrale di questo vangelo. Ma se avete in mente, nel capitolo subito precedente, prima di chiedere “chi dite che io sia” Gesù s’è trovato in barca con i discepoli che non hanno pane, hanno “un pane solo”. Si dice proprio così. un pane solo. Gesù è perplesso per la loro poca fede perché non si rendono conto che quel pane solo a loro deve bastare. Non capiscono che quel pane solo nella logica del vangelo è Gesù. Qui si dice che i discepoli vedono “Gesù solo”. Sembra una cosa banale ma in realtà nel vangelo non si dice spesso che gli apostoli vedono Gesù. Perché sono nostri fratelli, perché Gesù è con noi ma noi non lo vediamo spesso. Non lo vediamo, non lo cerchiamo. Lo diamo per scontato perché siamo presi dai milioni di altre cose. Da tutte le altre cose che vediamo. Il fatto che qui i discepoli “vedono Gesù solo”, “con loro”. Solo con loro. Una frase di una certa pregnanza. Anche di una grande dolcezza, che potrebbe alimentare la nostra contemplazione. “Lui solo” ma “solo con loro”.

Scendono dal monte. Gesù gli dice di non raccontare. Qui siamo all’interno della logica che torna continuamente nel vangelo, nel senso che questo per poter essere capito ha bisogno della resurrezione. È bello vedere che discepoli obbediscono. Vi ricordate domenica scorsa il lebbroso guarito che non obbedisce. Invece i discepoli obbediscono. Si dice anche che si chiedono che cosa vuole dire “risorgere dai morti”. Anche qui ci vuole tanta attenzione perché sei giorni prima di fronte all’affermazione di Gesù che doveva patire, morire e risorgere, Pietro ha detto: “Gesù no, non si dicono queste cose”. Vuol dire che in un certo qual modo Pietro ha iniziato un cammino. In verità Pietro quel cammino l’ha iniziato molto tempo prima. Però da sei giorni prima ad oggi, al giorno della trasfigurazione, grazie forse anche a questo evento, è cambiato qualcosa. Di fronte a questa prospettiva della resurrezione sei giorni prima si era beccato un “va’ dietro di me satana”. Oggi si chiede che cosa sia questa resurrezione. Ne parla con gli altri. Certo manca ancora qualcosa. Manca ancora il fatto che lo chieda a Gesù. Ci arriveremo, e ci arriveremo insieme. 

Per cui auguro a tutti una santa quaresima, una santa seconda domenica di quaresima. Lasciando che la gioia che traspare, questa forza, viva in noi. Sapete che il motivo per cui questo brano tradizionalmente è scelto per questa domenica di quaresima è perché l’interpretazione classica ci dice che è adesso, in questo momento che Gesù dà ai suoi discepoli e a noi la forza di affrontare il cammino. La forza di affrontare lo scandalo della croce. Ecco certamente facciamo nostre le parole di Pietro: “è bello per noi stare qui”. Facciamo nostri i sentimenti dei discepoli, della paura che prende a volte anche noi riguardo ciò che Signore vuole. E la vita nuova bella in lui. Ma soprattutto facciamo nostra la dolcezza del sapere che Gesù solo è con noi. 

Solo lui è con noi. 

Buona domenica

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