don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 30 Maggio 2021

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Sono tra quelli che non sentono il bisogno di celebrare questa solennità della Santissima Trinità. Non sono un rivoluzionario, non lo sono mai stato, ma mi viene da dire che ogni qualvolta ci poniamo davanti al nostro Dio, il Dio dei cristiani, dovremmo celebrare la festa della Santissima Trinità. Non è scontato e nella fede di molti di noi non è chiara questa cosa del Padre, del Figlio e dello Spirito. Capisco che da più di mille anni ci sia questa richiesta. Mi fa un po’ sorridere il fatto che la risposta dei primi papi a cui fu chiesto fu la stessa che darei io. Cioè che appunto non ce n’è bisogno. Però poi la chiesa da quasi ottocento anni ha deciso di celebrarla. È collocata nella domenica successiva alla Pentecoste. Quasi a dire che se riusciamo a celebrare la Pentecoste, cioè se riusciamo a fare spazio anche allo Spirito Santo illustre sconosciuto, possiamo e dobbiamo porci di fronte a Dio Padre, Figlio e Spirito.

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Accogliamo questo invito soprattutto non come la necessità di una riflessione teologica, che pure è sempre importante, ma come un rendimento di grazie. Un momento di contemplazione delle grandi opere di Dio, della natura di Dio. Un Dio che si rivela Padre, Figlio e Spirito Santo. Ecco: nel vangelo di oggi che è il brano finale del vangelo di Matteo troviamo i discepoli che si manifestano ubbidienti. Gesù risorto ha detto a loro, alle donne che dicessero a loro di andare in Galilea e loro vanno. Si specifica: sul monte che Gesù aveva loro indicato. Questa intanto è una sorpresa perché non c’è scritto nel vangelo che Gesù avesse indicato un monte e quale monte. È lecito così, vista l’indeterminazione, fare riferimento ai vari monti che il vangelo di Matteo ha descritto. Il monte delle beatitudini al capitolo quinto da cui Gesù proclama una nuova legge che ha la misericordia e il perdono, l’amore dei nemici, tra i suoi caposaldi. La capacità di cercare la volontà di Dio prima di qualsiasi altra cosa.

C’è un secondo monte ed è il monte su cui Gesù si prende cura dei poveri. È il monte su cui Gesù nel vangelo di Matteo compie per la seconda volta il gesto della moltiplicazione dei pani. Nella logica del vangelo spesso il numero due è il numero della definitività e quindi ci dice che Gesù si prende cura definitivamente di noi. E chiama i discepoli a fare altrettanto. Allora se il primo è il monte della nuova legge, il secondo il monte della della condivisione. Il terzo monte di cui si parla il vangelo è quello che noi chiamiamo monte Tabor. È il monte su cui Gesù si trasfigura. È il monte della contemplazione. È interessante allora che il risorto nel vangelo spedisca i discepoli a riprendere questo cammino. C’è una bella canzone in Jesus Christ Superstar: “Could we start again please” (potremmo riniziare?). È un po questa la logica, cioè dobbiamo ripartire. Però ci sono tanti modi di ripartire. C’è il modo di chi riparte sempre rimanendo sullo stesso punto. Non è questo il caso del vangelo. Proprio perché non specifica quale monte sia, possiamo pensare che c’è un quarto monte. C’è un monte nuovo: è il monte della nostra vita. È il monte su cui siamo chiamati a salire ogni mattina quando ci alziamo. Ed è il monte su cui possiamo salire perché il Signore ci ha portato sopra gli altri. E perché continua a portarci, a indicarci questo.

Gesù si si manifesta. I discepoli vedendolo si prostrano e questo va bene, ci sta. Però c’è la sorpresa – che non è una gran sorpresa perché l’abbiamo già detto tante volte – nel momento in cui si prostrano, vedendolo dubitano. Questo in parte ci fa dire che è un racconto vero. Perché è imbarazzante e se non fosse vero non ce l’avrebbero raccontato. Ma è vero anche nel senso che la nostra vita è complessa. Non c’è mai un azione unica. Quindi nel momento in cui noi ci relazioniamo, nel momento in cui amiamo una persona dubitiamo anche dell’amore. Se la amiamo veramente. Se non siamo monomaniacali e vediamo solo quello che vogliamo. Quindi io credo che sia assolutamente normale, sano, il fatto che nel momento in cui si incontra il Signore però esiste anche il dubbio. Così nei discepoli, e allo stesso modo anche per noi oggi. Sapete come la penso a riguardo ai dubbi, credo che siano santi. Il problema è quando non li condividiamo, non cerchiamo la risposta. E va bene: sono segno di verità.

È bello a questo punto che Gesù si avvicini. La risposta al dubbio è la vicinanza. Non è una lezione di teologia. Poi ci sono anche quelle, la teologia è bellissima. Ma è il fatto che Gesù si fa vicino. La frase finale “a me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” ci richiede la fede. Nel senso che se Gesù è una presenza credibile nella nostra vita allora dobbiamo dargli credito. Ed è confortante sapere che non è un credito limitato. È illimitato perché a lui ogni potere è dato.

Il risorto, Gesù dice ai discepoli: “andate e fate discepoli tutti i popoli”. Questo gruppo sul monte deve fare i conti, recuperare ciò che Gesù ha insegnato, lasciare che Gesù si prenda cura, imparare a prendersi cura. Questo gruppo deve essere capace di contemplare, facendo i conti con la propria pochezza, i propri dubbi. Viene spedito, viene mandato a condividere. Non succede mai che prima uno è sicuro al cento per cento e poi condivide. E non serve a niente avere un dono se non lo si condivide. La meta, il traguardo sono tutti i popoli. Tutti i popoli devono essere fatti discepoli. È bello pensare che sono i popoli, non sono le singole persone. Quindi sono le diverse culture, le diverse esperienze che devono essere messe in relazione col vangelo. Tutti i popoli devono essere battezzati del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Insegnando loro a osservare “tutto” ciò che Gesù ha comandato ai discepoli. Dicevamo già domenica scorsa che se leggiamo quel “battezzare” come il gesto sacramentale, meraviglioso, probabilmente da un certo punto di vista lo riduciamo. Possiamo dire: – beh ci siamo già riusciti -. Nel senso che da tempo i missionari sono andati in tutte le parti del mondo.

Ma probabilmente quel “battezzare” possiamo leggerlo anche in senso più estensivo. Cioè possiamo leggerlo come quell’immersione e quell’uscita dall’acqua che è un segno di rinascita. Gesù vuole che i discepoli annuncino questa verità: che tutti i popoli possono vivere una vita nuova nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito. Quindi abbiamo qualcuno che si prende cura di noi – il Padre – qualcuno che ha misericordia che ha una casa accogliente. Abbiamo un fratello, qualcuno che ci accompagna – il Figlio – che ci ha chiamato amici. E riconosciamo che la forza dell’amore è in tutte le cose. Che lo Spirito è presente sempre in mezzo a noi. È il Paraclito che continuamente ci avvicina e prega di fronte al Padre. L’ultima notazione è: insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. È bello questo “tutto” perché credo che chiunque voglia vivere non solo nella fede, anche nelle relazioni, nelle amicizie, nella relazione di coppia, una delle cose verso le quali fa fatica è il fatto che ci concentrano sempre solo su qualcosa. Se vi ricordate domenica scorsa si diceva che lo Spirito ci conduce alla verità tutta intera. Noi invece siamo settoriali: ci innamoriamo di una cosa e dimentichiamo le altre. Questo a volte è un problema. 

“Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” e noi di fronte a questo ti ringraziamo Signore. Ti ringraziamo perché non ci dici che sei con noi “per sempre”. Cioè non è una cambiale in bianco. Ci dici che ogni mattina della nostra vita nel momento in cui ci alziamo, nel momento in cui siamo chiamati all’esistenza, non siamo soli. Perché tu sei con noi.
Buona domenica. 
Buona festa della Trinità

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