don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 20 Giugno 2021

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Potremmo dividere questo vangelo in tre parti. La prima è la decisione di Gesù comunicata ai discepoli di passare all’altra riva. La folla viene mandata via, viene congedata. I discepoli prendono Gesù sulla barca e partono. Il vangelo dà alcune sottolineature già a questo livello che sono interessanti. Ad esempio l’accenno alla sera che è il momento della stanchezza sia fisica che spirituale. I discepoli che congedano la folla. Il verbo indica sì un lasciare andare che però è anche un mandar via. Sappiamo che il rapporto dei discepoli con le folle è un rapporto delicato. Da un certo punto di vista c’è una dipendenza, dall’altro una preoccupazione.

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Si dice che Gesù “viene preso” dai discepoli. Sono loro che prendono l’iniziativa. Tra l’altro il verbo è un verbo forte. In italiano “prendere una persona”, prendere su una persona significa darle un passaggio. Qui invece c’è proprio un’intenzionalità, un entusiasmo nel fare questo. Tanto che si potrebbe pensare che già l’indicazione stessa di Gesù di andare all’altra riva in realtà potrebbe essere un’indicazione più complessa anche dal punto di vista spirituale. Perché non si specifica “riva” si dice semplicemente di “andare oltre”. Per andare oltre i discepoli decidono che hanno bisogno di Gesù. Il vangelo specifica poi che Gesù viene preso così come è. Ci verrebbe da dire – come vuoi che venisse preso? -. Ma proprio perché l’indicazione è inutile è un’indicazione importante. Vuole dire che certo Gesù si è rivelato potente. Però è anche un Gesù che si è rivelato uomo fragile. E la fatica comunque è quella di fare i conti sempre e comunque, anche per noi oggi, con Gesù così come è.

Viene preso nella barca. Si dice subito dopo che ci sono anche altre barche. Ed è interessante perché poi queste altre barche le perderemo di vista. La barca è una delle caratteristiche che tornano spesso nei vangeli, in particolare del vangelo di Marco. Ci sono tanti brani che raccontano di barche. Il primo parla di una barca da cui i discepoli devono essere portati via: è la barca del loro passato, del del loro lavoro, di quello che è stato. L’ultima barca che viene raccontata è la barca su cui c’è “un pane solo” e quel pane è Cristo. Quindi è una barca che diventa simbolo chiaramente del tavolo dell’ultima cena, del banchetto eucaristico. In quanto tale è una barca che diventa anche simbolo della chiesa, e siccome poi porta oltre, della croce. Ma per diventare questo c’è un percorso che non è un percorso semplice. È un percorso che conosce delle tempeste, nel vangelo di Marco se ne raccontano espressamente due. Il fatto che si parli di altre barche è un qualche cosa che forse è molto in linea con quanto è stato detto nelle parabole che abbiamo ascoltato domenica scorsa: di questo seme che diventa un cespuglione di sesamo. Che è un seme che dà frutto.

Perché questo non esclude il fatto che ci siano altri semi, altri cespuglioni e altre barche. Che sono comunque relazionate, perché sono altre barche “con lui”. Noi siamo un po’ monolitici nel nostro pensare, soprattutto da quando ci siamo detti che la barca è simbolo della chiesa. Però probabilmente potremmo essere anche un po più pluralisti.

La seconda scena è la tempesta. Una grande tempesta di vento. Grande come sarà grande poi la bonaccia. Si dice che le le onde si rovesciano sulla barca tanto che la barca è piena. Si ripete questa parola “barca” ben due volte. Di fronte a questa grande tempesta si potrebbe discutere. Il lago di Galilea, il lago di Tiberiade è un piccolo lago perché ci siano grandi tempeste. Però qualcuno dice che proprio per una conformazione del territorio può succedere. C’è chiaramente un insistenza su questa “grande” tempesta. Per contrapposizione risulta l’estrema tranquillità di Gesù. Gesù sta  a poppa sul cuscino e dorme. È interessante questo discorso del cuscino. I commentatori si sono anche interrogati, sbizzarriti.

La parola utilizzata indica un cuscino che serve come appoggio per la testa. Non è detto necessariamente che sia un cuscino come lo intendiamo noi, di stoffa riempita e morbida. Perché per esempio ancora oggi popoli dell’Africa conoscono i poggiatesta su cui ci si appoggia quando ci si riposa (sono mezzalune di legno con la base). Quindi potrebbe essere semplicemente una parte della barca che viene utilizzata in questo modo. Ci sfugge leggermente questo significato. C’è chi sostiene che c’è anche una simbologia sepolcrale. Certamente fa impressione il fatto che di fronte a una situazione di grande paura Gesù dorma. Quindi da una parte c’è questa tempesta, dall’altra c’è l’estrema tranquillità di Gesù. Lo svegliano, gli dicono – maestro non ti importa che siamo perduti? -. Si desta, minaccia il vento, dice al mare – taci, calmati -.

Il vento tace, c’è una grande bonaccia e probabilmente questo è un po’ il cuore di questo vangelo. Perché certamente Gesù è preoccupato del fatto che siamo perduti. È venuto del mondo esattamente per questo. Ma contemporaneamente non è preoccupato di fronte alla morte. Il racconto del vangelo lo dice con con chiarezza: Gesù non è preoccupato di morire. Di fronte alla estrema agitazione dei discepoli lui è assolutamente tranquillo. Per assurdo potremmo dire – ma se la barca fosse affondata e fossero morti in quel momento, che cosa sarebbe cambiato per la nostra salvezza? -.

Probabilmente per la nostra salvezza non sarebbe cambiato nulla. Forse sarebbe cambiato solo che ci saremmo risparmiati di macchiarci le mani del sangue di quel “crocifiggi!”. Gesù nel momento in cui è venuto nel mondo e ha dimostrato di non avere paura della morte, di non avere paura di una natura che diventa spirito impuro (lui tratta la tempesta come tratta gli spiriti impuri, la scaccia, la tranquillizza così come scaccia loro) mostra che è più potente. Se fossero affondati saremmo stati comunque salvi. – Non ti importa che siamo perduti? -. Certo che ti importa.

L’ultima scena è un dialogo. Gesù dice loro – perché avete paura, non avete ancora fede? -. Sembra quasi che Gesù faccia fatica ad accettare che i discepoli non abbiano ancora fede, che noi continuiamo a non avere fede. Qui si gioca anche sul termine “paura”. La lingua greca ne conosce vari (anche l’italiano in realtà). C’è una paura di fronte a cui Gesù rimane perplesso. È quella paura che blocca. In fin dei conti il lago di Galilea e abbastanza piccolo. Di fronte alla tempesta i discepoli potevano probabilmente aspettare perché conoscevano il lago, erano pescatori, vivevano lì. Oppure potevano avvicinarsi a riva. Invece hanno Gesù sulla barca e quindi sono sicuri che comunque tutto andrà bene. Di fronte alla tempesta l’unica reazione che hanno è svegliare Gesù e dirgli non – aiutaci! – ma – non ti importa che siamo perduti -. Che è un po’ uno di quei giochini psicologici in cui potrei chiedere una cosa direttamente invece la chiedo facendo un giro di parole, un giro largo. Ecco: una paura che blocca. Questo è quello che viene indicato come il contrario della fede.

Di fronte a questa domanda di Gesù dice il vangelo che furono presi da grande timore. C’è di nuovo il termine “paura” ma viene indicata una paura diversa, la paura che è la reazione di fronte a Gesù. Viene indicata dei vangeli in modo neutro. Non viene mai né giudicata né lodata. È un qualche cosa che è la normale reazione davanti a Gesù. Di fronte ad essa Gesù ci prende per mano.

C’è quindi una domanda finale – chi è dunque costui, che anche il vento il mare gli obbediscono? -. Che fa pensare. Perché i discepoli sono stati con Gesù già abbastanza. Non per un lunghissimo periodo ma hanno ascoltato le parabole, Gesù gliele ha spiegate. Hanno visto alcuni miracoli, con i prodigi. Hanno accettato di seguirlo e quindi comunque ne hanno stima. Eppure di fronte a tutto questo riconoscono che non lo conoscono, non lo conoscono abbastanza. Questo per noi è comunque molto bello, interessante. Perché credo che sia l’esperienza di ogni persona di fede quella del dire – mi rendo conto che così come non conosco gli altri veramente, devo imparare a conoscerli, allo stesso modo non conosco Gesù. Devo, voglio imparare a conoscerlo -. 
Buona domenica.

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