don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 28 Febbraio 2021

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Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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2a Domenica di Quaresima

L’ascolto lungo la via è la via della bellezza

Mc 9,2-10

In quel tempo, 2 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4 E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6 Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7 Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». 8 E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9 Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10 Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Ho incontrato nella mia vita la bellezza? Esiste davvero o, anche se esiste, non è raggiungibile e devo accontentarmi di qualche suo sbiadito riflesso? E se l’ho incontrata, riesco a comunicarla o rimane un miraggio solo mio? La bellezza sembrerebbe essere luce che sta oltre noi; ora, la grande novità della vita cristiana è che questa luce che ti trascende a un certo punto diventa luce che ti porti dentro e che si riflette sulle cose che fai, rendendole «splendenti» come le vesti di Gesù.

La Trasfigurazione è per i discepoli vedere la luce della vita di Cristo, che è vita di Dio in un corpo umano come il nostro. Da qui la percezione che il mio corpo, reso grigio dal dolore e dall’inconsistenza dell’esistenza, è in grado di raccontare la storia del mio incontro con Cristo Luce e di conseguenza non rimane asservito al peccato. Non è possibile ricevere la luce di Gesù se non ci si lascia condurre da Lui «su un alto monte, in disparte». Salire sul monte, che nella tradizione biblica è il luogo della rivelazione di Dio, implica la necessità di distaccarsi dalla pianura, dal proprio modo di concepire e cercare la bellezza per farsi dire da Cristo cosa essa realmente sia. «Sei giorni» prima della scalata i seguaci del Maestro hanno mostrato di essere ancora legati ad un’idea trionfalistica di bellezza, che per loro non può in alcun modo essere rappresentata da un Messia dal volto sfigurato, poiché Pietro rifiuta la croce prospettata a Cesarea. Adesso essi stanno davanti a Gesù che si trasforma in fonte della luce, lo contemplano nella sua essenza divina, lo vedono come lo vede il Padre. Qual è il senso di questo evento? Cristo non sta cedendo alle aspettative di gloria mondana dei suoi discepoli, ma sa che se la promessa della vittoria pasquale non si rende visibile per un momento, non si avrà il coraggio di seguire il Maestro nella proposta di vita che Lui ha fatto sei giorni prima.

Elia e Mosè che parlano con Gesù sono la testimonianza perenne dei Profeti e della Legge che lo hanno annunciato e che trovano compimento in Lui, perché Egli è la meta del cammino di ricerca della bellezza che l’uomo fa nel corso della storia e che la Scrittura attesta nelle sue incertezze, cadute e riprese. Pietro vorrebbe costruire tre capanne per rendere permanente una tale situazione di gloria sulla terra, anticipando, senza passare per il Calvario, il tempo messianico nel quale i popoli si sarebbero radunati a Gerusalemme per la festa delle Capanne (Zc 14,16-19). Ancora una volta emerge nei discepoli la paura di affrontare il duro cammino della sequela. Ciò è un forte richiamo contro la possibile tentazione di usare la preghiera e la fede, luoghi della nostra trasfigurazione, come rifugio perché abbiamo il terrore di affrontare la vita. L’esperienza della luce divina è autentica se ci immette nuovamente là dove consumiamo la nostra vita, rendendoci capaci di riprodurre il volto di Gesù nei contesti esistenziali che talvolta sembrano aver estromesso Dio, analogamente a Gesù che riproduce il volto del Padre.

È proprio il Padre che pone il sigillo su questo evento, dandoci la chiave per entrare nel mistero della bellezza: l’ascolto del Figlio. L’ascolto lungo la via è la via della bellezza. L’ascolto del Padre, che il Figlio ha saputo costantemente mantenere, lo rende degno di ascolto presso gli uomini. Cristo ha ascoltato anche il grido dei poveri, dei malati e dei peccatori fino a farsi un tutt’uno con essi; la Parola è così diventata il grido degli uomini presso Dio. La capacità dunque di assumere il dramma della storia umana rende Gesù bello e luminoso anche agli occhi dell’uomo, che si sente accompagnato nell’ora della prova. Forti di questa presenza, anche noi cambiamo, e cambia il mondo intorno a noi. Senza l’ascolto di Lui, noi non avvertiremo il sussulto dell’anima che ci fa sperare, e nulla cambia intorno a noi, cosicché le vesti del mondo rimangono grigie.

Alla fine rimane solo Gesù con loro, perché è nel dialogo con Lui che si decide se seguirlo fino al paradosso della gloria della croce. Il silenzio che Cristo impone sull’accaduto, finalizzato ad evitare ogni fraintendimento sulla sua identità, diventa spazio di solitudine dentro il quale decidiamo se compiere la volontà del Padre fino alla fine.

Ci sono dei momenti nella vita in cui abbiamo l’impressione che Dio si riveli in modo più chiaro e definitivo. Sono quelle le nostre personali esperienze di trasfigurazione: approfittiamo di tale eccedenza di luce per farne memoria nelle ore buie e poter sempre agire come il Signore ci chiede.