don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 19 Settembre 2021

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Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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25a Domenica del Tempo Ordinario

Se ti fai bambino, sei già tra le braccia del Padre

«Avevano timore di interrogarlo». Spesso le parole degli uomini sono degli artifici per manipolare la realtà, approfittando di uditori meno dotati verbalmente che vengono schiacciati dall’abilità di chi vuole raggiungere a tutti i costi il proprio scopo a scapito della verità. Accade però che anche il più efficace degli oratori rimanga senza parole dinanzi all’evidenza disarmante di una posizione che ti invita semplicemente ad una scelta, accoglierla o meno. In questi casi, quando non tutto è ancora chiaro – come per i discepoli, ma si comprende bene che il Maestro stia proclamando la verità più grande – cala il silenzio, che da una parte dice l’impotenza dinanzi al mistero, ma dall’altra diventa uno spazio interiore in cui si può decidere se lasciarsi abbracciare da esso.

Gesù per la seconda volta annuncia la sua Pasqua, che in base ad una logica mondana contiene il fallimento totale del divino, l’essere ridotto alla stregua degli uomini, anzi dei perdenti, incapaci di difendere se stessi e ciò che volevano costruire. Ciascuno di noi forse ha subito la privazione di un oggetto, di un incontro desiderato, di un sogno accarezzato, ma qui c’è di più: Cristo sta parlando di una vita strappata senza motivo e con una cattiveria senza precedenti, perché sarà «consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Se proviamo ad interpretare con sapienza tale evento, cogliamo subito come esso sia troppo dirompente per non implicare un ruolo decisivo di Dio, poiché un Padre non può starsene a guardare mentre il Figlio viene assassinato ingiustamente. Lo scandalo per molti è proprio il non agire di Dio a vantaggio di Gesù, ma il passivo divino che viene impiegato dall’evangelista rivela che la morte rientra nel piano trinitario. A che titolo? Se subito dopo è annunciata la risurrezione, cioè il trionfo dell’amore, possiamo cogliere come la morte, accettata e offerta da Cristo per amore degli uomini, sia l’abbattimento di ciò che soffoca l’amore, la vittoria del bene nonostante tutto il male che vorrebbe eliminarlo.

Tuttavia i discepoli sono lontani da questa prospettiva, così come noi che spesso non riusciamo ad alzare lo sguardo e preferiamo ripiegarlo su questioni entro cui ci muoviamo meglio e che pensiamo di controllare più agevolmente. Mentre Gesù, annunciando la sua Pasqua, implicitamente ha invitato tutti a lasciar andare ogni stoltezza in cui si perde l’animo umano, essi antepongono il proprio ‘io’ a Dio, discutendo «tra loro chi fosse più grande». Come si può? È come se uno avesse dinanzi agli occhi la medicina per guarire e invece di prenderla ingerisse il cibo più nocivo alla salute, la superbia, il desiderio di sopraffare il fratello. Gli uomini a volte scelgono di autodistruggersi pur di fare da sé; preferiscono fare a meno di Dio e degli altri pur di non rinunciare al bisogno di emergere.

Cristo però non si rassegna e, partendo da tale desiderio di primeggiare, ne sposta l’orientamento verso un oggetto nuovo per tanti, il servizio verso l’inetto e bisognoso di tutto, come era il bambino a quei tempi. Un infante, immagine concreta dell’impotenza e della debolezza; un abbraccio, segno della tenerezza e attenzione che muove il cuore del Signore. Perché Dio non sta nell’indifferenza, ma nella dedizione, nella concretezza dei piccoli gesti. Non è vero che per essere grandi bisogna ergersi al di sopra degli altri, col rischio di usarli da piedistallo su cui salire per sentirsi migliori. Infatti ciò che davvero ha importanza, molto spesso sta sotto, ai piedi.

Ci hanno sempre insegnato che per costruire una casa si parte dalle fondamenta. Infatti puoi avere un appartamento bellissimo, con pareti affrescate e mobili preziosi che farebbero invidia a chiunque, ma se alla base di tutto non stanno delle solide fondamenta, quello che oggi vedi domani sarà inevitabilmente distrutto e perso per sempre. Certo, le fondamenta nessuno le scorge e quasi tutti si dimenticano della loro presenza, ma è grazie al loro servizio che il resto continua a stare in piedi. Alla base vi è la piccolezza.

Scorgo tale attitudine in tanti anziani che potrebbero vantare la loro esperienza di vita o recriminare perché trascurati dai figli; tuttavia si fanno bambini, non nel senso che diventano capricciosi, ma docili, si lasciano prendere per mano, fanno della debolezza dell’età lo spazio in cui si manifesta la forza dell’abbandono confidente in Dio. Il bambino, in forza dell’appartenenza a suo padre, è immagine della giusta relazione col Padre celeste. Se ti fai bambino, sei già tra le braccia del Padre!

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