don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 14 Febbraio 2021

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foto di don Antonino Sgrò

Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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6a Domenica del Tempo Ordinario

La vera guarigione è la relazione con Gesù

Mc 1,40-45
In quel tempo, 40 venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42 E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43 E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44 e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45 Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

La gente spesso pronuncia espressioni che lasciano intendere una certa comprensione del mistero di Cristo, come ‘abbi pietà di me’, ‘sia fatta la tua volontà’. In questo racconto la pietà e la volontà di Gesù sono mosse da un lebbroso che, lontano da ogni sguardo d’amore e possibilità di comunicare, trova finalmente la forza di gridare il suo dolore. Quanta disumana sofferenza ha dovuto sopportare prima che il pensiero di una rinascita si facesse spazio in quella vita rosicchiata dalla morte! Secondo il libro del Levitico coloro che manifestavano malattie della pelle erano considerati morti civilmente e religiosamente, poiché il loro stato era visto come conseguenza di qualche peccato; non potevano risiedere nei centri abitati o entrare in sinagoga ma dovevano stare in luoghi separati e, se incontravano qualcuno, erano tenuti a segnalare la loro presenza perché chi aveva un contatto con loro diventava impuro a sua volta. La solita deriva della legge che aveva finito col sacrificare l’uomo!

L’incontro col lebbroso si impone al Maestro e al lettore con la forza persuasiva della sua necessità e della supplica che ne deriva, come accade quando un bisognoso bussa improvvisamente alla tua porta e non sei pronto ad esaudire la sua richiesta. Frequentemente ci indispettiamo o sfuggiamo, ma per grazia di Dio il più delle volte ci muoviamo a compassione e ci arrendiamo al fratello. Il malato esordisce in modo inedito: «Se vuoi, puoi». Non ha dubbi sul potere taumaturgico di Gesù, ma non sa se Egli intende intervenire. È come se capisse che l’opera di Cristo non è automatica, dovuta, ma implica l’esercizio di una libertà divina dinanzi alla quale la fede dell’uomo sta tutta nella capacità di attesa, non di pretesa. Uno spazio di attesa infinitesimale e infinito insieme, come tutte le cose importanti della vita, che si decidono in un attimo, ma dentro quell’istante riversi tutta l’amarezza del passato e la speranza per il futuro. E poi la sentenza non di condanna ma di rinascita: «Lo voglio, sii purificato!». Per Gesù la malattia è spazio di incontro, non causa di separazione, come insegnavano le autorità religiose del tempo, da cui il Maestro prende radicalmente le distanze (questo spiegherebbe perché alcuni manoscritti per descrivere la sua reazione riportano ‘adiratosi’, invece che ‘mosso a compassione’). Egli stende la mano, evocando in tal modo la mano di Dio che compie prodigi nell’esodo liberando il popolo; tocca il lebbroso, stabilendo un contatto tra medico e malato; esprime l’assenso della sua volontà. E accade la guarigione. L’uomo, per lungo tempo convinto a causa del suo isolamento di non essere amato da nessuno, insieme alla guarigione ha cercato e trovato una relazione con Cristo.

A questo punto, stranamente, Gesù ‘sbuffando, mandò via’ l’uomo. Non rimprovera lui, ma ancora una volta la mentalità religiosa nella quale egli era incappato e dalla quale adesso viene definitivamente liberato; tale visione faceva di Dio uno che predilige i perfetti e respinge gli impuri, ma Gesù dimostrerà il contrario lungo il suo ministero.

Il lebbroso guarito è invitato a sottoporsi a quanto prevedeva la legge anche per la constatazione della guarigione e deve andare a presentarsi ai sacerdoti come testimonianza per tutti, una sorta di denuncia per la società. Gesù insegna che non puoi far finta di non vedere il male; non assumerne il peso significa mostrare di non conoscere quel Dio che lo ha assunto su di sé. D’ora in poi di nessuno potremo dire: ‘Non merita neppure che io lo sfiori e non mi deve neanche toccare’. L’uomo guarito proclama a tutti la notizia del beneficio ricevuto, annuncia il suo vangelo e questo pone Cristo nel disagio di avvicinarsi ai centri abitati a causa della ressa che si crea per la sua fama. Ed ecco la conclusione del racconto, che vede il lebbroso reintegrato e Gesù che si fa lebbroso, perché è Lui che adesso sta ai margini. Un Dio che si compromette col male fino a sostituirsi all’uomo, sia che tu lo sappia, sia che tu lo tenga ai margini della tua vita.

«Venivano a lui da ogni parte». Certo, lo facevano per essere sanati, ma Gesù inviterà sempre ad aspirare alla guarigione dalla lebbra più grave, quella dell’egoismo. Come sconfiggerla? La permanenza nei «luoghi deserti» che Cristo sceglie è un’indicazione anche per noi: solo chi fa dei deserti dell’anima, dovuti alle più varie tribolazioni, spazi di silenzio per ascoltare Dio, comprenderà i passi giusti da compiere per acquisire il dono della vera pace, segno della salvezza che ha toccato il cuore umano.

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