don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 10 Gennaio 2021

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Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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Battesimo del Signore

Il cielo si spalanca quando il cuore si apre

Giovanni annuncia la venuta di uno «più forte», che «battezzerà in Spirito Santo», e subito dopo accade che «Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni». Da un lato la parola del profeta si dimostra ancora una volta veritiera, perché l’Atteso giunge là dove è annunciata la sua presenza; dall’altro la promessa di Dio si estende oltre il compimento della profezia, perché Gesù non solo battezza, come attesterà il vangelo di Giovanni, ma si lascia battezzare. I Padri della Chiesa hanno letto il gesto dell’immersione nel Giordano come un atto di solidarietà di Colui che era senza peccato con tutti i peccatori, perché Cristo si mette in fila come uno di loro, ultimo tra gli ultimi; a partire da questo primo ‘abbassamento’, continuerà a chinarsi sull’uomo mediante una serie di azioni che non competono a Colui che è dotato di una natura divina: dal lasciarsi tentare subito dopo dal diavolo, al lasciarsi accusare da scribi e farisei, fino al lasciarsi consumare dalla morte in croce, quanto di più distante dalla realtà di Dio esista!

Mentre Gesù esce dall’acqua, dopo che a livello simbolico si è anticipata la sua immersione nella morte dell’uomo, in obbedienza alla volontà del Padre, si assiste alla risposta del cielo a tale obbedienza, ossia la visione e la voce che lo consacrano Servo del Padre e dei fratelli. L’immagine dei cieli che si squarciano richiama l’invocazione di Is 63,19: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!», come pure l’inizio delle visioni di Ezechiele. Anche il velo del tempio si squarcerà alla morte di Cristo, perché col dono della sua vita la separazione tra cielo e terra, sacro e profano è superata. Il Padre, da questo cielo ormai aperto, manda lo Spirito, che nel racconto assume la forma della colomba. Oltre al noto simbolismo dello Spirito che aleggiava sulle acque nella creazione e della pace tra il cielo e la terra nel diluvio universale, la colomba è una metafora che designa l’amata nel Cantico dei Cantici.

L’Amore/Spirito che scende su Gesù ha voce, non è afono, ed enuncia anzitutto un’identità: «Tu sei il Figlio mio, l’amato». Gesù è in una relazione unica col Padre, unica nella generazione e nell’appartenenza. La promessa fatta a Davide, «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2Sam 7,14), si compie nell’uomo Gesù, affinché in Lui ogni figlio di questo mondo impari a considerarsi figlio del Padre, e non figlio di nessuno. Il possessivo ‘mio’ sigilla questo legame insolubile. Tale senso di appartenenza risulta quanto mai urgente da riscoprire nel tempo odierno, in cui tanti ragazzi vivono una paternità debole o ferita. Il dramma di non avere il padre che avresti sempre desiderato, che ti ha insegnato a nuotare e andare in bici, che ti ha introdotto in luoghi inesplorati e nei segreti della vita, si può superare soltanto se percepisci un amore divino che sceglie, cerca, accompagna proprio te.

La certezza di sapersi generati ogni giorno dall’amore dal Padre porta con sé non solo la gioia di sentirsi, come Gesù, servi di questo Amore dalla estensione universale, sul modello del Servo di Yhwh: «Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni» (Is 42,1), ma anche la bellezza di poter diventare padri per tanti figli. Tutti desideriamo essere generativi, lasciare un segno di noi e soprattutto di ciò in cui crediamo: la relazione filiale con Dio ci permette di testimoniare la gioia di vivere da figli suoi; in questo siamo veramente padri, insegnando a vivere da figli, e solo richiamando la paternità di Dio evitiamo il rischio di essere possessivi e gelosi con i fratelli nel cui cuore vogliamo dimorare.

La voce dell’Amore aggiunge un’altra sfumatura al rapporto Padre-Figlio: «In te ho posto il mio compiacimento». È il Padre che, mentre comunica tutto l’amore al Figlio, non si stanca di ‘pensare bene’ di Lui, come suggerisce l’etimologia del verbo greco, fino a perdersi e ritrovarsi in Lui. L’amore richiede una perdita, una consegna totale del proprio essere a qualcun altro; tanti non hanno il coraggio di farlo e forse per questo, più che per congiunture economiche sfavorevoli, si ingrossano le file dei tanti ‘parcheggiati’ che non hanno preso una direzione nella vita. Solo l’amore, che esige il coraggio di donarsi lasciando tutto, orienta l’esistenza verso un fine che scongiura il senso di incompiutezza.

Quando il battesimo di Gesù nella morte per amore diventa anche il nostro battesimo? Per noi i cieli si schiudono nel momento in cui decidiamo di aprire il cuore all’Amore, ascoltandone la voce.

 

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