don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 5 Settembre 2021

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Corpo a corpo

Occorre uscire ancora dalla regione di Tiro, come ha fatto Gesù duemila anni fa, attraversare Sidone e poi tornare verso il mare. Occorre un giro lungo e apparentemente inutile, andare per tornare al punto di partenza. Andare e avere l’impressione di spenderci tutta la vita in un giro come quello, inutile e senza senso, come spesso appare la vita. Occorre arare i deserti dei pagani, sentirsi stranieri in terra straniera, che poi è il destino di ognuno.

Occorre andare per tornare al punto di partenza non migliori ma confusi, non perfetti ma scarnificati, perché in quei chilometri di smarrimento senza senso, in quel perdersi lento e inesorabile, in quella curva assurda fatta di terra e di niente c’è il segreto profondo della fede.

Bisogna andare oltre Tiro e masticare la sabbia di Sidone e poi tornare, sfatti da un giro che concede una cosa, una soltanto, eppure fondamentale: abbandonare la fede. Bisogna uscire per abbandonare la fede, questa è la condizione per non morire di illusioni. E che la vita spinga spesso per farci smarrire, se siamo onesti, ce ne siamo accorti tutti. Che si opponga resistenza per illudersi di non soffrire, anche.

Perdersi. E non è ammiccante concessione da predicatore furbo, non è l’ennesima parola da ammucchiare alla banalità postmoderna insieme a resilienza, fragilità, tenerezza, debolezza e ogni sorta di comoda parola buona per non mettersi mai davvero in discussione. Che sono parole serie, ci mancherebbe, ma svilite, umiliate, svuotate dall’arroganza di attori poco credibili. Di gente che non sa quel che dice perché non è stata sul punto di morire di disperazione.

Qui Gesù cammina in terra pagana, in una terra dove non sei nessuno, dove la grammatica è saltata, dove per farti comprendere, almeno per non farti ammazzare, devi adeguarti a riti e abitudini a cui non sei abituato. Bisogna essere umili davvero per smarrirsi sinceramente, bisogna rinunciare a tutto.

Perdersi, che poi vuol dire morire, e vi giuro qui non sto dando voce a enfatiche parole di predicatori alla moda, qui vi direi nome e cognome delle persone che conosco e che stanno camminando tra le strade di una vita che non riconoscono più. Donne dilaniate dalla malattia e dalla sofferenza, madri che vedono morire i figli, mogli che si ritrovano sole e smarrite, gente che vorrebbe non essere smarrita, fragile, uomini e donne che non sopportano più la retorica della bontà di Dio per il semplice fatto che non la sperimentano più. Questo è un brano di Vangelo ottimo per chi ha perso la fede. O per dirla meglio, brano ottimo per quelli che hanno perso quello che fino a ieri consideravano fede. Quella che gli hanno insegnato.

Si cammina fuori da ogni grammatica religiosa, come Gesù e con Gesù, cioè lontani da quelle parole che davano consolazione, ognuna di loro è come svuotata, collassata, accartocciata dagli eventi. Gioia, bontà, speranza, ogni cosa che dava gioia è irriconoscibile; la morte, la depressione, il fallimento, anche solo il tempo che passa si sono prese tutto, hanno succhiato il sangue dalle arterie della vita. Questo è perdersi, che è peggio di morire. Questo è essere fragili, giocare con la fragilità altrui è un crimine. Bisognerebbe aver sperato di voler morire prima di usare questi termini.

Gesù non decide di andare oltre Tiro passando per Sidone per convertire i pagani ma per essere vicino a noi poveri cristi, a noi quando non abbiamo più niente, quando continuare a vivere assume i contorni di una condanna. E questo è speranza, questa è l’unica speranza che io conosca e a cui creda, che nella zona pagana della mia storia io possa scoprire un volto inedito e credibile dell’Amore.  E non sarà consolante ma, Dio mio, quando è vero!

Fuori dal territorio dove ogni cosa è a posto, dove tutto è in ordine, dove si può pregare un Dio che si è convinti intervenga sempre in nostro favore, dove si è riconosciuti e stimati, fuori da un mondo dove la liturgia è pulita, la carità indolore e la sessualità immacolata, dove non si sbaglia davvero mai, fuori da un mondo dove per ripartire basta credere all’assoluzione mediata da un prete qualsiasi, fuori dal mondo infantile e asfittico c’è lo scandalo della vita che non promette più se stessa. In quello scandalo Gesù osa camminare. E se non fosse lì io, giuro, non crederei proprio a niente. E che Lui si faccia trovare lì è forse l’unico motivo per cui oso ancora dire di credere. Perché unica condizione per credere è smettere di frequentare le nostre sicurezze. La fede è un dono fatto agli insicuri.

In quello spazio di non religioso, in quello spazio scoperto, Cristo trova la nostra umanità sorda e muta, che siamo noi quando le parole umane annoiano e la Parola di Dio sembra sempre retorica. Siamo noi sordi, quando non riusciamo più credere alle promesse, quando ogni cosa sembra negare la gioia. Siamo noi dopo che troppe parole ci hanno deluso. Gesù cammina esattamente dove non sappiamo più credere alla Parola, Cristo è presente nel silenzio svuotato della nostra miseria.

Solo che è dura arrivare lì. Bisogna sconfiggere tanti falsi profeti di stupide consolazioni, tanti trafficanti del Vangelo, tanti sorrisi estenuanti, bisogna avere il coraggio di rinunciare a ciò che avevamo capito bene, a certa morale e a certe tradizioni, bisogna arrivare a dirsi che non si sente più nulla, che forse non ci crediamo più. Che forse Dio non esiste. Bisogna arrivare lì, costi quel che costi, a farsi strappare via i paramenti liturgici della consolazione.

Lì dove balbettiamo parole disarticolate perché siamo muti. E Dio benedica la nostra fede muta di quando davanti al mistero delle persone, davanti al loro enorme dolore o alla loro enorme gioia abbiamo saputo dire: niente. Dio benedica i nostri silenzi e il nostro balbettare, quando non abbiamo preteso di spiegare perché la vita non si spiega. Siamo tutti sordomuti.

Al massimo si accompagna la vita, nella terra della morte di Dio, si accompagna e si prega, come fanno gli amici del sordomuto. Si balbettano richieste di aiuto. Si confessa che non ce la si fa. Si spera che ci sia una conclusione diversa allo scandalo di stare al mondo. E comunque gli amici rimangono lontani. Il dolore e lo smarrimento rimangono personali, per credere bisogna essere soli e fare i conti con se stessi, E al diavolo la retorica infinita del gruppo e dell’amicizia. L’amicizia vera è quella che accompagna alla soglia dell’incontro con il Divino e poi si ritrae, sparisce. Dio solo sa chi sono stati i nostri veri amici e che triste sopportare il ritorno degli opportunisti.

Poi è grammatica fisica, è il corpo, unico vocabolario universale. Non è un sacerdote Gesù in quel momento, è un uomo che affonda nel corpo di un altro uomo. Così le parole diventano dure e appuntite, rigide e solide, e non emettono suono, sono dita che penetrano e fecondano l’ascolto. Non c’è niente da capire, è il dolore della perforazione. È simbolo maschile e fecondo.

E poi, prendendo a prestito riti e magie e consuetudini del tempo, è saliva che si crede magica, è una specie di bacio, è un affondo intimo intorno a labbra sigillate. Non c’è niente da capire, è un corpo a corpo, è l’unico linguaggio sacro, è fuori dai confini del religioso, è al riparo dal perbenismo delle chiese, è libero dal bigottismo, è il corpo che ama e guarisce, e non c’è niente di più divino.

E forse basta questo. Perché chiedersi ancora come riformare le parrocchie? Perché voler riportare i giovani nei nostri oratori? Perché non lasciare liberi di camminare in terreni vergini, magari non religiosi, ma consegnando loro l’unica cosa che serve: Parola per orecchi penetrati dall’amore, Parole per labbra balbuzienti e vuote senza Scrittura Sacra. E così, solo così, ci si apre. E basta davvero questo. Effatà.

Effatà, in luogo straniero, Effatà quando non si sente niente e non si trovano le parole, Effatà quando la vita sfugge e sembra tradire ogni aspettativa, Effatà quando si ha paura di non credere più, Effatà quando si è sicuri di non credere più a certe tradizioni religiose: Effatà, cioè apriti, che è assumere il rischio di perdersi per sempre. Aprirsi quando si è disarmati, nudi e persi è una specie di suicidio. Invece apriti, dice Gesù, perché quando non avrai più niente potrai finalmente iniziare ad ascoltare una Parola non addomesticata dalla paura, inutile e perfetta e, finalmente fisica, perforerà i tuoi orecchi e bacerà le tue labbra, e sarà per te e in te. E smetterai di credere e sarai creduto. E anche se non dirai niente paradossalmente il Vangelo parlerà in te.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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