don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 5 Luglio 2020

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Crescerò (finalmente, fino a diventare piccolo)

“…e le hai rivelate ai piccoli”

Non può far altro, non c’è scelta, nessuna alternativa, l’amore si svela solo ai piccoli. Bisognerà pur farsene una ragione, un giorno.

I dotti non reggono le rivelazioni. I sapienti hanno troppa paura di ciò che non riescono a spiegarsi.

Serve un cuore piccolo.

E un cuore piccolo non è altro che un cuore colmo di rivelazioni. Eternamente in balia dell’eterno stupore dell’accedere degli eventi.

Serve costanza e tantissima fede per mantenere piccolo il cuore.

Che spesso si ingrossa di dolore e si dilata di abitudini.

E così ci sfugge di mano, ingombra, cade, si spezza.

Fa del male.

Questo occorrerà imparare prima o poi, l’arte di abitare una vita capace di sostenere (senza enfasi) l’esuberanza dello stupore.

E poi parole calme, e lente, che la rivelazione non regge la frenesia.

E tanta sana autoironia anche, chi è davvero piccolo non sopporta di esser preso troppo sul serio.

Serve di convincersi che una vita piccola non è una vita dimessa.

Piccolo è colui che non spiega le cose della vita ma che si lascia spiegare dalla vita: come si spiega una tovaglia per accogliere degli amici, un lenzuolo ad asciugare al vento, le ali di un’aquila per il volo, una lettera appena fuori dalla busta.

Anche un libro può spiegarsi, quando evita di volerci convincere.

Ti amo Signore della Terra e del Cielo e di ogni altro respiro che si muove di mezzo agli estremi. E ti chiedo scusa per quando, gonfio di quella buffa sapienza che hanno i bambini viziati, ti ho immaginato onnipotente.

Per quando cieco dell’arroganza dotta di certi eterni adolescenti credevo di contestarti ma era solo un modo per provare, goffamente, a nascondere il mio bisogno di sentirmi vivo, e importante, e unico.

Ti chiedo scusa perché spesso mi fingo ancora dotto e sapiente come un ragazzino viziato. Crescerò un giorno, finalmente, fino a diventare piccolo.

“…nessuno conosce il Figlio se non il Padre…nessuno conosce il Padre se non il Figlio”

Ti amo Signore della Terra, del Cielo, di ogni cosa, padre mio. Ora che siamo padre e figlio ti amo. Ci doniamo a vicenda con tenera debolezza, abbiamo imparato tutti e due ad affidarci. Solo un padre e un figlio possono spiegarsi con deponenti atti di umana attenzione.

Non credo in nessun altro tipo di fede. Deponenti atti di attenzione umana, come quando mi prendevi per mano, o io ti accompagnavo a morire. Come quando non c’era spazio per spiegare niente, per fare niente, per dimostrare niente. Solo un padre e un figlio possono stare in silenzio fino a lasciarsi scivolare l’uno tra le attenzioni dell’altro sapendo che la vita non si spiega mai, solo si nasce e si muore, ma insieme.

Insieme.

Che uno diventa padre solo in presenza del figlio, e viceversa.

La vita non è dei dotti e dei sapienti ma di chi, semplicemente, la condivide.

“Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro…il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”

Un giogo dolce, che la vita comunque bisognerà portarla fino in fondo, in qualche modo. E fingere che sia tutta discesa, che sia l’avventura più bella e che con Dio nulla bisogna temere…beh tutto questo lo lasciamo alla propaganda per le vocazioni. La vita in qualche modo bisogna spingerla fino in fondo, un giogo serve, siamo onesti. Fede è scoprire che c’è un modo per portare i pesi, i dolori, perfino il dramma. E non con sacrificio o con perseveranza. Ma è la dolcezza. Il giogo non è giusto, è dolce. E di dolcezza si può gioire e piangere, con dolcezza si può accarezzare la vita e provare a non tagliarsi le dita. Dolcezza è bere fino in fondo il calice con mitezza, sottovoce.

E il peso sarà leggero. Ma peso sarà. Un cuore piccolo sa bene che, per fortuna, ogni cosa ha il suo peso, e che è proprio il peso a sottrarre ogni realtà dall’inconsistenza.

E poi il riposo.

Alla fine, il riposo.

Dentro ogni cosa, anche la fatica più immane: il riposo, che è l’atto coraggioso di chi riesce a fermarsi e a scoprire in quel momento di apparente immobilità che la vita non si è inceppata, ma si è compiuta.  


AUTORE: don Alessandro Dehò
FONTE: Sito personale
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