don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 30 Maggio 2021

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Malgrado

(e Giuda non fu mai così evangelico)

Giuda era un occhio strappato dal cranio, noi il viso deturpato. Non bastava chiamarci Undici, non bastava cambiarci di nome per confondere gli eventi, non bastava ammettere di non essere più Dodici a giustificare il nostro ritorno a casa. Non potevamo fingere, tornare in Galilea significava subire la vergogna che ogni sguardo fosse risucchiato dall’Assente, dalla doppia mancanza, dal cratere, dall’occhio mancante: un Maestro e il suo discepolo non erano più con noi e noi eravamo ormai e per sempre volto deturpato.

Tornare in Galilea non è stato per niente facile, ce l’aveva indicato il Risorto di rientrare, ma solo a noi, alla gente che ci vedeva tornare Lui non era apparso. Stavamo tornando e sembrava di sentire la condanna saccente dei nostri compaesani, di quelli che già sapevano che non sarebbe durata, di quelli che già godevano delle nostre cadute, di quelli che si fingevano contriti e invece gioivano perché loro il coraggio di lasciare tutto per seguire un sogno non l’avevano mai avuto. E a noi bruciava tutto questo, bruciava ammettere che avevano ragione loro.

Tornavamo con Giuda addosso, eravamo un corteo funebre e tutti lo vedevano, eravamo la cronaca di un fallimento, portavamo il suo cadavere sulle spalle, eravamo la manifestazione di un omicidio, eravamo la carne livida della caduta del sogno, eravamo la prova che nella vita bisogna sapersi accontentare e non osare voli fuori portata. Eravamo la cornice a sostenere la cronaca di un tradimento finito in crocifissione. Eravamo macerie dopo il crollo e avevamo vergogna. Non avremmo voluto essere lì. Perché la povertà, quella vera, fa male, deturpa vergognosamente l’anima, solo nel silenzio del nascondimento, solo chi ha pensato al cappio può essere credibile parlando di fallimento. Solo chi non ne vorrebbe parlare mai più. E noi avremmo voluto solo nasconderci. E seppellire i cadaveri.

Un passo dopo l’altro nella calda densità dei villaggi trafitti dalla Sua utopia, un passo dopo l’altro fino a tornare agli inizi, dove anche lui si era rifugiato, un passo dopo l’altro a cercare di non sollevare la polvere del ricordo, a sperare in un silenzio pietoso che sapevamo, sarebbe stato solo di facciata. Anche i muri dicevano di noi. E ridevano.

E poi salire quel monte, quello delle Beatitudini, perché lì ci aveva dato appuntamento, e farlo con Giuda addosso, arrivare al cuore del messaggio evangelico con tutta la massa di detriti sulle spalle, e lì, solo lì, capire che Giuda ci stava salvando la vita.

Perché su quel monte ci sedemmo per la prima volta dalla parte giusta. Con le lacrime degli uomini, con la povertà dei miseri, tra le ingiustizie dei perseguitati, tra la feccia del mondo, eravamo, grazie a Giuda, dalla parte dei bisognosi e lì, esattamente in quel momento, capimmo che l’unica cosa che rende credibile il Vangelo è il suo dimorare nella carne vulnerabile, per noi era trovare il coraggio di non fingere e mostrare la verità e la vergogna di avere tradito e ucciso Dio. Non c’è peccato peggiore. Eravamo carne massacrata dal peccato e lui sceglieva di nascerci dentro proprio per quello.

Giuda evitò che tornassimo in Galilea da vittime perseguitate dal potere, evitò la deriva pietosa dei vinti, evitò la retorica della debolezza, Giuda ci era dentro, noi eravamo Giuda ed eravamo il segno credibile del Risorto proprio perché segnati dal peccato. Veri e terribili, orrendi ed esposti. Deformi traditori del sogno, esplicite carcasse di buona umanità. Avanzi di galera, assassini scampati alla croce per codardia, reliquie viventi del suo passaggio. Giuda ci regalava la credibilità, perché solo i frantumati dalla vita possono balbettare il Vangelo senza impossessarsene, con quella indegnità di chi sente che nella Parola possiamo solo nasconderci. Solo chi vorrebbe fare altro, sinceramente altro, solo chi non vorrebbe essere lì, solo chi resiste alla tentazione di interpretare il ruolo del primo tra gli ultimi, solo chi vive malgrado è abitato dallo Spirito. E noi, vi giuro, eravamo vivi malgrado noi, e Giuda non era mai stato così evangelico.

Sentimmo il Vivente muovere passi verso di noi, si avvicinava, dopo una vita spesa a rincorrerlo adesso era lui a venire verso di noi, eravamo i lebbrosi, finalmente. Ma quanti avrebbero capito che la nostra credibilità era tale solo per il male che ci aveva masticato ogni sicurezza? Come potevamo andare per il mondo a predicare questo scandalo? Solo i poveri cristi ci avrebbero ascoltato, solo i falliti, gli assassini, i derelitti, i frustrati, che futuro poteva avere una chiesa di miserabili?

Prostrarsi e dubitare fu un gesto solo. Chi di noi avrebbe retto?
Quanti discepoli di questo Dio delle macerie avremmo trovato? Quanta gente pronta a farsi trapassare dal dolore della vita? Quanti avremmo convinto? Perché non si trattava più di credere in Dio ma di cedere alla sua invadenza, di spogliarsi, di mostrarsi nudi, di avere un continuo bisogno, un vergognoso e vertiginoso bisogno di essere amati. Si trattava di smettere di fingere e di dire che la vita non si conquista ma si accoglie immeritatamente.  Si trattava di non fare più nessuna divisone tra santi e peccatori, si trattava di tagliarci le vene per lasciar fluire il marcio che ci scorre dentro perché solo quel marcio è garanzia della nostra credibilità. Non sarebbe durata, questo era il dubbio. Prostrarsi al divino si poteva ma fare lo stesso al cospetto della fragilità umana, questo era scandalosamente troppo. E infatti lo faceva lui.

Ma poi disse che il potere era suo, e questo ci sollevò e che dovevamo battezzare in nome d’altri, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e forse così capimmo che il nostro svuotamento permetteva una libertà inedita. Non dovevamo dimostrare più niente. Niente di niente, eravamo volti deturpati dalla nostra stessa meschinità ma proprio per quello in noi non trovavano più spazio il giudizio, la condanna, la morale, le superbe catechesi, non c’era più spazio per nient’altro che non fosse compassione. Eravamo rottami d’uomo incomprensibilmente amati. Non avevamo gelosie di niente, niente da perdere, niente da mostrare, niente che non fosse il nostro niente. E così, finalmente vuoti, ci rimase l’unica cosa che conta: la sua presenza con noi. Solo quello, ed era improvvisamente tutto.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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