don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 27 Marzo 2022

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Sono solo un affamato di carrube

Una parabola che lascia tutto in sospeso, una sfida a quel moralismo che ci abita da sempre, la condanna di ogni tipo di meritocrazia, la tentazione di sottolineare solo una bontà paterna così eccessiva da essere folle… la vicenda di due fratelli e di un padre che da duemila anni rimane a presidiare l’impossibilità di far tornare i conti. Una parabola sfuggente e scandalosa. Un padre che non riesce a tenere insieme i cocci di una famiglia disgregata, un fratello minore che torna e non sembra capire per nulla la logica del padre, un figlio maggiore che rimane fuori, a distanza, perso nel rancore di ciò che il suo cuore vede solo come una grande immeritata ingiustizia.

Hanno tutti ragione, ma questa pagina non è ragionevole.

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Sono tutte vittime, ma questa pagina non cerca colpevoli.

Sono tutti segnati da una grande incomprensione, ma questa pagina sembra fare di tutto per non farsi comprendere.

Quella che appare, la sensazione netta che non ci abbandona mai, è la distanza, ogni passaggio di questa parabola si porta addosso uno spazio di lontananza che non si riempie mai. A nulla servono i tentativi del padre, i ritorni del figlio più piccolo o le presunte fedeltà del maggiore, ogni relazione è marchiata a fuoco da una feroce solitudine che marca una distanza apparentemente incolmabile tra gli uomini.

Da subito questo appare chiaro, da quel pugno di versetti che apre il brano di questa domenica ma che è preso da qualche riga prima, messo ad introduzione delle tre parabole: pecora smarrita, moneta persa e appunto padre misericordioso. In questa introduzione da subito emerge che c’è chi sta vicino a Gesù, chi lo ascolta, chi mangia con lui, e chi invece mormora, segnando una distanza di cuore che sembra impossibile da colmare. L’evangelista si premura di chiamare pubblicani e peccatori i primi e farisei e scribi i mormoratori. Ma sono davvero vicini a Cristo i peccatori? Dove saranno nel momento dell’arresto e della croce? E a causa delle mormorazioni gli scribi e farisei sono così irrecuperabili? E noi, a quale distanza siamo? E da che cosa? Da chi?

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Credo che i peccatori e i pubblicani, non potendo nascondere nulla, avendo già perso la faccia, liberi dal bisogno si apparire non è che sono più vicini a Dio (il Padre non abbandona mai) ma sicuramente sono più vicini a sé stessi, alla verità di ciò che sono. E forse la parabola conferma questa interpretazione. Un racconto di figli chiamati a fare i conti con ciò che sono.

Basta seguire il figlio minore, prima si avvicina al padre per chiedere la sua parte di eredità, sì, si avvicina, gli parla, movimento di vicinanza prima della distanza: il figlio minore sente che questa libertà “gli spetta”. E sente anche che in quella casa libero non sarà mai del tutto. Non si elencano i motivi dell’insofferenza, solo che questo figlio mette spazio tra sé e suo padre. E il padre non oppone resistenza. Lo lascia andare. Poi lo sappiamo, un paese lontano e la dissoluzione dei beni paterni, che però non è elencata nei particolari, non importa come vengono dilapidati, quello che sembra chiaro è che il figlio abbia bisogno di staccarsi radicalmente dal padre separandosi anche dall’eredità, in qualche modo di ucciderlo, il padre. La distanza deve essere radicale, senza sconti, un punto di apparente non ritorno. Poi ecco la carestia e il bisogno e la famosissima scena dei porci e quella frase perfetta riferita alla mancanza delle carrube: “ma nessuno gli dava nulla”.  Se leggiamo questa scena senza cercare colpevoli, lontani da ogni moralismo, quello che vediamo è un uomo solo, semplicemente solo, eppure in quel momento una distanza si ricompone, figlia del bisogno: tornò in sé. E se fosse solo questo quello a cui siamo chiamati? Non avendo più nulla da perdere quell’uomo torna pienamente in sé.

La reazione del padre al ritorno del figlio è altrettanto famosa, eccessiva, senza senso apparente. Tutto è troppo. Il figlio minore sembra frastornato, si sarebbe accontentato di meno ma per il padre quello è un figlio ritrovato, un uomo che passa da morte a vita: “era morto ed è tornato in vita”. Ecco ancora la storia di un ritorno, tornare in sé, scendere nel punto più intimo di sé stessi, equivale a nascere. Sembra che al padre più che il ritorno a casa, più che un eventuale pentimento, interessi la presa di contatto del figlio con sé stesso, il padre incorona re il figlio che è rientrato in sé.

Il figlio maggiore rimane fuori, lontano. Lontano dalla festa, lontano dal padre, ma forse, se davvero questa lettura è legittima, ancora una volta, soprattutto lontano da sé stesso. La descrizione che fa del fratello è impietosa e carica di moralismo, è lui l’unico a parlare di prostitute. Ma ancora peggiore è la descrizione che fa di sé: “io ti servo e tu (padre) non mi hai mai dato”. E viene il dubbio che l’unico suo grande errore sia stato quello di non andarsene mai, di essere rimasto e così di non essere mai “rientrato in sé”. Sembra che questa parabola, accanto alle altre mille interpretazioni sicuramente più plausibili, ci chieda: ma la vita di fede che vivo mi sta facendo rientrare in me oppure è solo una protezione per non dover ammettere che sono solo un povero affamato di carrube? Come sto facendo i conti con ciò che mi abita davvero, con il male da cui non sono esente? Sono riuscito, almeno una volta, a scendere nel baratro che mi abita, a farlo senza sconti, a fare i conti con i bisogni e le paure, con la solitudine e lo smarrimento, con la verità del mio essere radicalmente affamato? Mi sono perso come una pecora, una moneta o un figlio? La fede che cerco di vivere è solo una ricerca estenuante di risposte oppure è anche una resa, un lasciarmi cercare, un lasciarmi amare, un lasciarmi abbracciare? Senza meriti, per pura gratuità d’amore…


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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