don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 24 Ottobre 2021

218

Invece Cristo è un incubo

Duecentocinquantasei metri sotto il livello del mare, il punto abitato più vicino agli inferi, bisogna scavare e scendere, farsi risucchiare, tornare nel grembo protetto e poi chiudere gli occhi in un liquido amniotico, placentare protezione e poi imparare a mendicare, solo quanto basta, un po’ di sopravvivenza e poi stare bene attenti che nessuno pronunci parole di eccessiva speranza. L’inferno non è un corpo in fiamme, non è la sofferenza infilzata nella carne, non sono gli occhi brucianti e scavati dal desiderio, l’inferno non è la condanna all’eterna mancanza, quello è il paradiso, quelli sono i sintomi dell’amore, inferno vero è cedere alla confortevole tentazione di rimanere ai margini della vita, è la dolce seduzione di poter chiudere gli occhi e lasciare che il mondo ci scorra davanti, la vera condanna è tornare a vedere.

Bartimeo l’inferno ha imparato ad abitarlo, ed è comodo, è bastato disinnescare i desideri. Togliere le spine dalle rose. È bastato fare i conti con l’essere figlio di un mondo “impuro” (pare sia questa l’etimologia del nome Bar-timeo, figlio di Timeo, figlio dell’impuro), mondo impuro nei sogni, impuro nella giustizia, impuro perché sempre difficile da interpretare. Figlio di un mondo impuro per la sofferenza che striscia e morde come una serpe, per la felicità negata, per il male che ci abita, per le illusioni, per gli amori che muoiono. Bartimeo ha ceduto alla tentazione e ha chiuso gli occhi, si è messo ai margini della strada, ha steso un mantello che è provare a vivere di ciò che gli altri concedono e si è protetto. L’inferno è quando si decide di non amare più per difendere il cuore, è chiudere gli occhi per non soffrire.

Se avesse avuto davvero pietà quel giorno Gesù avrebbe tirato dritto, se avesse pietà Cristo ci lascerebbe a occhi chiusi, è il male in fondo ad aver pietà di noi, ci guarda e non ci considera all’altezza della ferocia dell’innamoramento.

La tentazione è accontentare e accontentarsi, credere che in fondo basti elemosinare un po’ di attenzione e poi impegnarsi a tenerli chiusi gli occhi per non stare troppo male. Vera tentazione è proteggersi dal dolore, che equivale a proteggersi dall’amore. Se avesse avuto pietà della nostra mediocrità Cristo si sarebbe accontentato di moltiplicare pane e accarezzare le nostre paure e moltiplicare sacerdotali buone intenzioni e inventare comunità perfette per raccontarsi la favola che siamo tutti, in fondo, buoni, ci avrebbe chiuso gli occhi come una madre premurosa, ci avrebbe introdotto a un cristianesimo noioso come una ninna nanna, inutile come un ansiolitico, banale come certe contemporanee letture ecclesiastiche. Insignificante e banale perché spuntato dalla violenza che invece lo anima dal profondo.

Invece Cristo è un incubo che si insinua sotto le palpebre, è la carne in fiamme, è il sangue sulla croce, è la delirante sicurezza che anche noi uomini possiamo trasfigurarci in divinità dell’amore totale.

Il paradiso è doloroso, il paradiso è vederla la vita, è mettersi a camminare dietro al Messia che dal punto più basso del mondo raggiungerà la vetta scandalosa del Calvario. Perché Bartimeo è l’ultima tappa prima di Gerusalemme. Ne valeva davvero la pena togliere le squame dagli occhi per vedere il miracolo inchiodato sul legno? Ne valeva davvero la pena trovarsi sulla soglia di un sepolcro vuoto, ne valeva davvero la pena disarmare gli occhi per far entrare tanta violenza e per far entrare tutto quel vuoto che avrebbe chiesto l’impegno di una revisione totale? Ne vale davvero la pena? Perché amare, vivere, sprofondare nel mondo prevede la pena, prevede il delirio e la paura. Prevede il crocifisso.

L’inferno, l’inferno vero è la tranquillità di occhi chiusi, la purezza del tempio, il rito angelico, la leggerezza dell’incenso, il sorriso di una vita senza aculei, la negazione della complessità, lo sprofondare nella tana buia e calda, come se le mura di Gerico non fossero mai franate.

La strada del Cristo è una salita senza protezioni, è la vita che frusta incomprensione, è amare più per istinto, quello che spinge oltre la ragione che prevederebbe di tradire chi per paura sta crocifiggendo ogni incarnazione d’amore. Il paradiso vero brucia e sanguina, è la mendicanza totale di un grido infilzato tra le nubi, è lo sprofondare nel Silenzio mistico e misterioso, è una nascita che prevede rischio e travaglio.

Coraggio, alzati, ti chiama. L’inferno vero arriva quando la vita non conosce più attimi di paura e non chiede più l’impertinenza del coraggio. L’inferno è già qui quando rimaniamo seduti o inginocchiati dentro la roccaforte delle nostre quattro sicurezze e nessuna chiamata ci inquieta più. L’inferno vero è la nenia di chi si sente sempre e solo vittima, di chi crede di aver già dato, l’inferno è vivere mendicando un risarcimento. L’inferno è il dolce risentimento chi crede solo nel proprio punto di vista, l’inferno è la nostra vita che non si inquieta più, che non si mette più in discussione. L’inferno sono idee chiare e nette e protette. L’inferno è quando non soffriamo più.

Davvero vogliamo vedere di nuovo? Davvero vogliamo seguire il Maestro nella sua dissoluzione totale? Davvero vogliamo vedere dove può arrivare il dolore e fin dove può infilarsi la follia del perdono? Davvero vogliamo sporgerci oltre il muro rischiando di perderci per sempre? Davvero ci sentiamo in grado di poter chiedere di lasciare affilati gli aculei della vita per poter patire di compassione vera? Davvero desideriamo finalmente avere il coraggio di guardarlo fino in fondo lo scandalo dell’innocente massacrato da chi si crede giusto? Davvero abbiamo in cuore di aprire gli occhi su un sepolcro che non offre facili risposte se non di cambiare radicalmente lo sguardo sulla vita? Davvero vogliamo avere il coraggio di rimetterci in piedi per iniziare a perderci?

Dal baratro di Gerico la tentazione dice che non ne saremo mai all’altezza. Dall’alto della croce il folle trafitto d’amore dice che siamo nati per questo.

Il paradiso è crocifisso, è carne bruciane d’amore, labbra screpolate dalla fame di vita, il paradiso è infuocato, vivo, complesso, eccessivo, scandaloso, nudo, trafitto, totale. Il paradiso è la vita portata all’eccesso. Il paradiso è sprofondare nella carne del Cristo, nella sua ferita generativa.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

Articolo precedenteEsegesi e meditazione alle letture di domenica 24 Ottobre 2021 – don Jesús GARCÍA Manuel
Articolo successivodon Alessandro Martini – Commento al Vangelo di domenica 24 Ottobre 2021