don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 2 Maggio 2021

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Sanguinavo linfa (e il frutto non ero io)

Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

Per tutte le persone che gioiscono e piangono, per l’urlo disperato davanti alla sofferenza, per le lacrime incontenibili e per le risate sguaiate, per la vita che trema, per chi ha paura e per chi si emoziona, per la pesantezza, per la noia, per le storie che ci appartengono, per quando la vita non si lascia solo guardare, per quando non si lascia solo spiegare, per quando la storia ci attraversa, come linfa e poi puoi chiamarla come vuoi: fede o preghiera, respiro o semplicemente vita ma quello che conta è la sua visceralità, è che è parte di te, è linfa e se non c’è nemmeno tu ci sei. Come il tralcio nella vite.

Linfatico è l’amore, sangue a scorrere d’emozione, è vita che si lascia attraversare e trafiggere e penetrare. Per tutte le persone che visceralmente amano e forse nemmeno sanno che quella è la preghiera, l’unica preghiera che salva, l’unica degna di essere chiamata con questo nome. Tutto il resto è rimbombo sciocco, un secco legno avvizzito che chiede la pietà del taglio.

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

La logica del frutto sembra così limpida, ma come si può capire oggi quale vita stia dando frutto e quale no? Come posso io capire se la mia vita è un grappolo maturo? Io non me la sento, io non credo di riuscirci, più invecchio e più definire qualcosa “frutto” mi risulta difficile. Una volta credevo bastasse un giuramento quasi militare alle regole o all’istituzione, credevo bastasse il sacrificio di resistere, di restare al proprio posto, ora no, ora mi guardo indietro e mi sembra siano nati fiori sulle macerie, ora credo che se qualcosa è nato è proprio lì dove mi ero spezzato, dove avevo tradito, dove mi ero perduto. Sanguinavo linfa e il frutto non ero io. E allora non resta che fidarsi dell’agricoltore, mi dico, e bacio il cammino degli irregolari, piango di gratitudine ai feriti dal taglio netto che la vita impone spesso senza pietà, mi commuovo e provo a custodire il dolore della sterilità di chi credeva di esser nata per esser madre e invece insegue una qualche forma di domestica felicità, non santifico chi resiste ma nemmeno chi se ne va, solo mi inchino grato davanti a chi trova il coraggio di ripensarsi per riaprire flussi di vita. Dentro, dentro! Per essere partecipe, per essere parte della grande vigna, di un raccolto che forse nemmeno vedrà mai.

Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Intanto non ci resta che farci trapassare dalla Parola, è lei la linfa acuminata, il bacio di lama, lo scorrere liquido di uno scandalo, è lei a tagliare, potare, graffiare, aprire ferite da cui far scorrere la follia del sogno, è lei e solo lei. E se forse i frutti nemmeno li riconosciamo e se forse il grappolo ci sfugge a noi è data la terribile gioia, il delirante compito di farci male con una Parola limpida e netta, sarà come dissetarsi da una fonte di pezzi di vetro, sarà come aprire le vele a un vento tempestoso, sarà come inchiodarsi al silenzio, sarà l’unica fedeltà per cui val la pena sacrificare tutto, perdere tutto. Sarà una purificazione di sangue e di fuoco, farà male, proprio come la vita. Sarà la prova che siamo ancora visceralmente vivi.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Rimanere in Lui senza dimenticare che Lui è stato, è, e sarà, l’Altrove. Lui è l’uomo del cammino, colui che sfugge agli agguati mortali e agli abbracci soffocanti. Lui è la vita che sorprende, Lui libera dalla morte, Lui è Altrove anche fissato a una croce, Lui è altrove anche da dentro un sepolcro. Lui è la sorpresa, Lui è il segno vivo dell’Assente, Lui è la carne che rimanda al cielo, Lui è la vita che diventa Segno del Padre.

Rimanere in Lui è atto di ripensamento continuo, è perdersi e trovarsi, morire e farsi salvare, rimanere in lui è atto di fantasia e di anarchica ribellione. Rimane in lui ciò che non si fissa, Lui è la tradizione declinata in quotidiane traduzioni. Lui è un corpo e un corpo non lo puoi fermare. Lui è sangue ed è nella sua natura di scorrere. Lui che chiede di restare è l’impossibilità di restare. Lui è la negazione di ogni immobilismo.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

E come sangue lui ci scorre dentro, dentro!, ed è esperienza da non credere, è luogo che non indaghiamo forse per pudore, forse per paura, forse perché non conosciamo la strada per incontrarlo mentre scorre tra nervi, sangue, sogni e cuore. Più facile cercarlo nei cieli. La via della linfa divina in cuore d’uomo è misteriosa come la morte.

Lui è dentro, non è una dottrina, non un’appartenenza ma una dolcissima terribile presenza. Noi siamo la sua ossessione, il luogo in cui far scorrere la divina alleanza, il segno del suo continuo passaggio, noi siamo presenza della sua Assenza, noi siamo il Suo spazio di conquista, il delirante sogno di divinizzare la nostra mediocrità. Lui è le nostre viscere innamorate. Lui ci scorre dentro e niente, non possiamo niente fino a quando non ci arrendiamo, fino a quando smetteremo di credere nella dolce insignificante proposta di una fede delicata. Lui è il nostro invasore. Chi è innamorato non si contiene, si prende tutto, ci prende dentro.

Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Almeno ci sarà un fuoco pietoso, l’ultimo atto di trasformazione per tutta la vita che non ho saputo assecondare. Mi pare di vederli i miei atti di viltà, i silenzi colpevoli, le seduzioni infantili, mi pare di vederle lì, ammucchiate, tutte le tristi traiettorie dei miei progetti fortunatamente naufragati. E mi scopro a pensare che ci vuole un amore coraggioso per lasciar che chi ami scelga sentieri sterili, ci vuole coraggio per lasciarci così liberi, per farci schiantare contro l’aridità. Guardo i tralci secchi, e mi scopro a pensare che siano il segno, anche quelli, della Sua grandezza. E allora che tutto bruci, che visceralmente il legno secco bruci, e se anche la linfa è andata altrove almeno il calore e la luce possano dirigersi a morire da qualche parte che sembra l’Infinito.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

E poi, alla fine, non sarà più questione di essere esauditi o di lasciarsi inebriare dal poter chiedere quello che vogliamo, no, non sarà questo ma sarà lo stupore che ci prende per quel che chiederemo. Non so perché ma sono sicuro che l’amore viscerale cambia le attese, scrosta le pretese. Credo che non si sia niente di più terribilmente viscerale di un figlio e proprio il figlio muta le richieste, sposta il baricentro delle attese. Viscerale come un Figlio e penetrate come l’Amore. Solo questo resta. A noi di aggrapparci, segno di sopravvivenza, come i tralci alla vite.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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