don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 18 Luglio 2021

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Venite a morire un po’

Come se si narrasse la faccia nascosta delle cose, il silenzio dietro le apparenze, l’intima forza che rende possibile il reale. Non può essere solo la descrizione del riposo dopo la fatica, della sosta dopo l’attività, non può essere solo il banale riconoscere che ogni tanto bisogna riposarsi. Forse sbaglio, ma quando sento che il Vangelo rischia di essere ridotto a qualcosa di scontato mi viene da scavare, da cambiare prospettiva, da chiedermi cosa ci sia oltre. Cosa ci sia ad un altro livello di profondità.

Si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto

Ecco, per esempio, non riesco a dividere la vita in due parti opposte: la parte in cui parli di Dio agli altri separandola da quella con cui parli con Dio, non vi sembra banale come schematizzazione? Davvero è possibile parlare di Dio in modo credibile e onesto se, insieme, non rimane in aperto dialogo con lui? Io credo che quando ascolto una persona, quando mi vengono consegnate storie intime e sofferte, quando carni martoriate dagli eventi vengono a chiedere la possibilità della condivisione, quando io mi apro e non nascondo nulla di me e lo faccio nel modo più pulito possibile, ecco in quel momento io sento chiaramente che due poveri cristi si stanno narrando al cuore di Cristo. Mentre raccontiamo di noi Lui ascolta, ne sono sicuro, non aspetta che io sospenda tutto, non aspetta che io vada in ritiro, nemmeno in chiesa, in quel momento Lui è già ascolto è già Parola, quello è Vangelo, Lui che mi ricorda che nelle parole e nei silenzi umani, nelle lacrime e nei passi condivisi, nel tempo aperto come un melograno maturo, seduti al tavolo davanti al caffè mentre le Apuane rassicurano con il loro profilo elegante, mentre la vita povera e sacra si racconta lui è lì, dentro. Ecco credo che il Vangelo di oggi non possa essere solo letto come un vago permesso al riposo estivo ma come passaggio di consapevolezza a guardare il riposo dentro l’azione, la Sua presenza nel cuore della nostra miseria.

Venite in disparte voi soli, in un luogo deserto…

Io questo posto lo conosco, l’essere in disparte non sta alla fine degli impegni. In questo la vita che sto vivendo è maestra, non smetterò mai di ringraziare chi mi dona la possibilità di vivere qui e ora. L’essere in disparte e in solitudine non può essere lo spazio di decompressione dopo l’attività, il deserto non è una casa di esercizi, è un modo di vivere la vita in ogni momento. Quando sei davvero solo e nessuno viene a bussare alla porta o quando, come in questo periodo non riesci a donare a tutti il tempo di attenzione che chiedono. Quando scrivo un libro e quando faccio l’orto, quando celebro la messa e quando cammino per i boschi, sempre c’è un vivere in disparte che non può essere più tradito. Nemmeno quando mi capita di presentare un libro, nemmeno quando sei al centro dell’attenzione. Andare in disparte non può essere il rifugio per bilanciare il peso della troppa attenzione, disparte è la consapevolezza di essere periferico e piccolo nel grande fluire della vita. Disparte èla lucidità di guardarsi da un punto di vista laterale per potersi prendere in giro, per sorridere della vanità, delle illusioni di essere indispensabile, per respirare una libertà profonda che permette di fare tutto quello che viene richiesto sapendo che se questo tutto cesserà di esistere l’Essenziale rimarrà. Sorridere perché si è solo un essere in disparte e tutto sarà sempre Altrove e certo, lo incontreremo, ma solo alla fine. E che intanto che tu scriva o stia in silenzio, che ti leggano in mille o in tre persone, che si accorgano di te o ti dimentichino… sarai sempre e solo un piccolo accenno di mistero, come tutti. E in disparte sorridi e ringrazi per tanta leggerezza.  

E poi il deserto, che è lo spazio del bisogno. Del cammino che scarnifica le illusioni, è il terreno della libertà a caro prezzo, è il luogo di un popolo che nel tradimento costringe Dio a mostrarsi per quello che è, il deserto non può essere alternativo all’impegno, il deserto è quello che viviamo ad ogni incontro, è quello che sta dietro ad ogni aspetto della vita. Ogni cosa per essere compresa deve essere riportata a deserto, ecco quello che Gesù sta facendo con i suoi amici, riportare tutto a deserto, al luogo dove si dischiude la vita. Deserto è stare soli ma anche incontrare le persone, deserto è il silenzio ma anche il racconto del prete che non ce la fa più e chiede di camminare al suo fianco, deserto è il cuore di un amore finito ma anche la gioia di due ragazzi che decidono di sposarsi, sapienza è sapere che ognuno porta dentro di sé la solitudine del proprio deserto e se chiede di poterlo condividere significa che sta già dando forma a un miracolo. Tutti abbiamo un deserto nel cuore e ogni cosa per essere compresa nella sua intima essenza va letta con sguardo di esodo, siamo tutte persone che chiedono una mano per camminare un pezzo di vita verso la libertà della resurrezione.

E riposatevi un po’

Riposatevi, ma non dopo aver lavorato, quello è fisiologico, quello serve solo a recuperare le forze per ricominciare a lavorare di nuovo, no, riposatevi un po’ durante le cose che fate! C’è un punto di morte, uno spazio vuoto, un Niente, una non-vita, dentro ogni cosa che facciamo. Un sonno profondo che ci aiuta a capire che ogni cosa che viviamo qui è destinata a finire. Fa paura fermarsi e riposare in quel Vuoto, fa paura fermarsi e morire mentre si sta vivendo, perché relativizza tutto e relativizza anche noi. Fa paura ricordarsi che ogni cosa, anche la più entusiasmante, è già morta. Eppure senza questo esercizio rischiamo di dire e fare cose bellissime, di credere di saper raccontare il Vangelo ma di arrivare alla fine della vita e non saper reggere il nostro essere “di troppo”. Perché, ci piaccia o no, ad un certo punto noi saremo di peso, inutili, ingombranti. E sarebbe meglio essersi esercitati a togliere il disturbo. Senza rancore, con gratitudine. Non sappiamo morire perché non abbiamo imparato a prendere sul serio la morte che già pulsava come un cuore di libertà dentro il delirio di assolutezza a cui finiamo purtroppo di credere.

E si mise a insegnare loro molte cose

Che bello questo Gesù che protegge i suoi, che si espone, che prova a difenderli come farebbe una madre. Che bello questo “bisogno” che non si arresta di fronte a niente, che è invincibile, noi i bisogni della gente e i nostri bisogni non li risolveremo mai, solo si placheranno dopo la morte. Che bello questo Gesù che, dopo aver predicato di “non fare” si mette a “fare”, si consegna a queste pecore senza pastore. Solo lo fa, ed è questo il motivo per cui il Vangelo lo riporta, come risposta a un movimento di compassione. Anche qui lo schema è lo stesso, non c’è un prima e un dopo, quello che Cristo chiede è di verificare se il nostro agire è mosso da compassione. Quando il patire-con finisce, quando si esercita pastorale solo in preda a deliri di onnipotenza, quando si obbedisce solo a una logica sacrificale, quando il “fare” è l’alibi per non porsi domande, quando i poveri sono il mezzo per costruire la nostra identità, quando scrivo solo per dimostrare di essere bravo, quando non sento più reale compassione per i fratelli, in quel caso è meglio morire. Rimanere nel punto morto che sta al cuore di ogni cosa. Sentire la paura che stiamo tradendo la vita, che poi è tradire se stessi e anche il Signore della vita.

E poi, raggiunto il cuore della morte, quel punto oscuro che ci troviamo dentro: ricominciare, perché la compassione vera è quella di sentire che ognuno di noi ha una infinita paura di morire, più ancora, abbiamo il terrore di morire da soli, questa è la verità intima di ciò che siamo. L’amore evangelico può nascere solo dalla compassione reciproca, che diventa notizia buona, che la fioritura del nostro essere sarà la definitiva consegna all’eternità. E la paura non passerà ma almeno cammineremo insieme, con la speranza di entrare nel cuore della morte e scoprire che è un varco di Resurrezione.   


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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