don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 15 Agosto 2021

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Bisognerà pur tornare a credere

Assunzione Maria

Pare tutto incredibile, e forse lo è. Difficile da credere che una ragazzina possa incamminarsi verso una città della Giudea attraversando una zona montuosa. Difficile credere che una donna anziana stia aspettando, vergognandosi, nascosta dietro un ventre gonfio con anni di ritardo, un figlio che diventerà precursore della pienezza. Difficile credere alle annunciazioni nel Tempio ma anche a quelle minime, delle mura domestiche. Difficile credere che la poesia del Magnificat sgorghi dalle labbra di una ragazzina di nome Maria. E che un bambino sussulti per amore. O forse è tutto possibile, perché la storia è colatura di luce su pagine vergini, perché quello che raccontiamo è solo il tentativo di dire, con parole tremanti, l’Indicibile di una Vita. Forse dobbiamo solo fidarci e smettere di guardare il mondo con l’unico sguardo che ci rimane, quello scettico di chi crede solo in ciò che si può misurare. Forse è il caso di ricordarci che la pagina biblica presume un’intelligenza simbolica e profonda che noi dimentichiamo di avere. Forse è davvero tutto vero, perché il vero è solo qualcosa che si può intuire. Luce che acceca se guardata direttamente. Forse la luce ha bisogno di storie minime, per non scavarci gli occhi.

La verità è un globo incandescente da cui filtrano colate di fuoco. Ustiona la verità, spaventa. Acceca.

Non resta che credere che ci si possa alzare, un giorno, di buon mattino, sapendo che esiste un sentiero coraggioso scavato nella roccia delle antiche sterilità e delle nuove verginità. E sarà donna la verità, forse perché è sempre figlia dell’attesa e dell’accoglienza, forse perché la verità vuole un grembo in cui la vita si forma e quella sì, deve essere davvero esperienza incredibile.

Non resta che credere che non ci siano montagne così ostiche da non permettere un ritorno, non resta che riconoscere che a salvarci sarà la capacità di non cedere alla rassegnazione.

Amo Elisabetta e la sua vergogna. Amo il ventre che si gonfia oltre il tempo massimo della decenza. Amo la profezia della vita che accade per puro miracolo. E i silenzi di Zaccaria, e il suo sacerdozio che appare vecchio e imbarazzato. Amo che dal Tempio ora ci si possa allontanare, che ci si possa finalmente incontrare sulla soglia delle case.

Non resta che credere alla forza di un saluto, e che profetica sia la danza di un bambino nato per essere speranza. E iniziare a credere che ogni bambino è sempre profezia e che noi siamo chiesa vecchia e vergognosa e che non resta che balbettare attese e stupirsi per essere visitati dalla vita che scorre nonostante le rughe e le infedeltà. Non resta che credere che il rivolo di luce che arriva dal divino chiede solo attesa e stupore.

Non resta che credere che anche a noi, a me e a te che leggi, proprio oggi sia dato di smettere i panni della pretesa e si inizi ad indossare quelli della resa stupita a una vita più grande di noi. Dopo aver creduto di aver consumato ogni brandello di vita nell’attesa di un figlio, dopo avere preteso, ma senza confessarlo, che ci aspettavamo ben altro dalle nostre preghiere e dalle nostre fedeltà al Tempio. Dopo aver creduto nell’amore resistenze come quello tra Zaccaria e Elisabetta, dopo tutto questo che chiamavamo fede ora è giunto il tempo della vergogna. Vergogna per essere arrivati tardi. Per aver smesso di credere. Vergogna, soprattutto, perché non avevamo capito che la vita non sarebbe nata dalle nostre intuizioni, non figlia del nostro impegno, non frutto della nostra impeccabile capacità di essere perfetti, ma figlia dello sfinimento. Quando le preghiere si ripetevano per stanchezza, quando non volevamo più essere esauditi. Quando solo la stanchezza avevamo e la morte appariva come il risarcimento per una vita vuota. Quando abbiamo smesso di esporci e quando nessuno ci credeva più, nemmeno noi. Quando abbiamo sentito la visita dell’angelo come un’invasione violenta e beffarda. Eravamo pronti a morire senza fare rumore e poi la vita è venuta a rovinare la nostra beata sterilità. A rovistare in ventri esausti e ormai incredulo.

Bisognerà pur iniziare a credere che l’incontro con Dio non è il culmine di un percorso di perfezione ma l’Inatteso e ingombrante incidente di percorso. L’avvenimento fuori tempo massimo. Il seme che si innesta sui nostri cedimenti. Quando abbassiamo le difese, quando non abbiamo più le forze. L’incontro con Dio è come una malattia. Ci si cade.  

Bisognerà pur iniziare a credere che la vita che viviamo è solo un procedere acciaccato tra attese vergini e sfinimenti dopo sterili tentativi. Bisognerà pur iniziare a credere che siamo solo attesa di un adempimento della Sua promessa e che verginità e sterilità servivano solo a educare le nostre richieste di senso. Bisognerà pur iniziare a credere che siamo chiamati a un cammino coraggioso e che quello che vediamo qui è solo indizio di un compimento che sarà. Bisognerà pur tornare a credere che il visibile altro non è che rivolo luminoso di un mistero da cui proveniamo e a cui stiamo tornando. Bisognerà pur tornare a credere che noi non sappiamo nulla del mistero della vita e che non tutto si gioca in una catena di cause ed effetti. Bisognerà pur tornare a credere nelle bibliche storie e camminare con loro, e non aver paura di dire ai nostri figli che la vita è molto più grande di noi, che qui intuiamo qualcosa solo quando cediamo, solo quando ci lasciamo ingravidare dal mistero.

Bisognerà pur tornare a credere che se anche Maria quelle parole poetiche non le ha mai pronunciate così, se quello è canto di Testamento Antico, bisognerà pur tornare a credere che Maria e tante donne e tanti uomini dopo di lei quelle parole del Magnificat le hanno indossate, le hanno portate addosso anche con fatica, credendo davvero di aver bisogno di essere salvati anche solo per l’impossibilità di salvarsela da soli la vita. Bisognerà pur tornare a credere che si possa magnificarla la vita anche se spesso è triste e nasconde baratri di vuoto. Magnificarla con la solennità dei gesti quotidiani, con la dignità, con il silenzio. Bisognerà tornare credere che solo l’umiltà può accogliere di essere visitata. E che il dolore forse è solo lo spazio necessario al cedimento, al precipitare nel bisogno di essere amati.

Bisognerà tornare a credere che la fede non ha bisogno di Chiese e che il rito solenne di riaprire gli occhi al Cielo è già sacro. Bisognerà tornare a credere che si possa tornare a parlare di Assoluto e che non serve a nulla una religione politicizzata, nemmeno l’intellettualismo serve e il potere, ogni potere, anche e soprattutto quello mascherato dai professionisti del sacro, altro non è che il muro a impedire fecondità. Bisognerà tornare a credere che solo quando saremo consapevoli delle nostre sterilità e delle nostre verginità torneremo a essere credibili, segni di una vita che visita. Bisognerà pur tornare a credere e a mostrare che l’incontro con Dio è spesso una condanna, una prova aggiuntiva, lo smarrimento di ogni nostra sicurezza. Che credere è difficile, perché prevede il morire a noi stessi. Bisognerà tornare a credere che si possa dire ai nostri figli che siamo solo poveri cristi in attesa che ci venga svelato il senso di tutto quello che stiamo attraversando. Bisognerà tornare a credere che quello che possiamo testimoniare non è quello che abbiamo saputo fare ma il doloroso ricordo di come il Mistero Divino ci abbia abitato proprio quando eravamo vuoti, persi e spaesati. Essere umili esige il coraggio di aver riconosciuto e sofferto le proprie fragilità. Bisognerà pur smettere di credere alle persone che non hanno mai sofferto la vertigine dell’Assenza. Amo la vergona di Elisabetta.

Bisognerà pur tornare a credere nel Magnificat. E vederli già ora, già qui, i superbi sconfitti e dispersi nella propria terrificante illusione di essere indispensabili. Bisognerà tornare a credere che i superbi sono già persone smarrite perché incapaci di farsi aiutare. Bisognerà tornare a riconoscere che solo le sconfitte, l’età, la malattia, l’amore e la capacità di prendersi in giro toglieranno da noi ogni residuo di superbia. Bisognerà tornare a credere che i superbi vanno compatiti ma che le vittime della loro violenza vanno protette.

Bisognerà pur tornare a credere che i potenti sono già schiacciati qui e ora dai loro troni, dalle loro cariche, dai loro ruoli. Bisognerà pur tornare a credere che i potenti sono vittime del loro stesso potere, che non c’è nulla da rovesciare, perché il potere rovescia da subito chi si affida a lui. I potenti sono gente schiacciata dal loro stessi. Bisogna avere occhi che sanno vedere il potente schiacciato. E che sappiano riconoscerlo, anche quando è travestito da servitore, anche quando si appella a rivoluzionari concili, anche quando si mostra travestito da progressiste visioni. Il potente è rovesciato nella sua umanità quando umilia un amico, quando è aggressivo, quando non ascolta. Il potente è già schiacciato dall’illusione di quello che crede di essere, il potente è colui che non si mette in questione. Bisogna stare attenti e fuggire, e nascondersi e tentare di avere occhi per chi dal potere è schiacciato. E non fidarsi di chi si dice umile e servitore. Misurare le parole, vedere come tratta le persone che gli vivono accanto. Il potente chiama tutti amici ma tutti tratta da schiavi.

Bisognerà pur tornare a credere che le mani dei ricchi sono già vuote, qui, ora, adesso, come dice il Magnificat. Che quello che ci rimane come ricchezza di una vita sono solo i nostro vuoti, sono le assenze, sono le povertà, sono il pianto che spreme la terra, sono la rabbia di chi non crede che tutto si possa giocare qui. Sono le povertà a salvarci. Il dolore dei lutti, il vuoto che sbrana le notti. La paura del domani. Siamo ricchi delle nostre povertà ma solo delle povertà che fanno davvero male, quelle che fanno vergognare. Bisognerà tornare a credere che i ricchi sono solo mendicanti ma senza la consapevolezza di esserlo. E che l’unica ricchezza che ci è data da imparare è quella dell’implorazione, di essere salvasti dall’Amore e che da soli non ce la facciamo. Mai. Mi commuove che la storia di Cristo nasce da due donne che non riescono a stare sole.

Bisognerà pur tornare a credere che non si può parlare di povertà se non si è imparato a piangere e a dire “ti amo”, e “mi manchi”, e “resta con me”, e “senza di te non sono più niente”.

Bisognerà pur tornare a credere che c’è una promessa fatta ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza. Bisognerà pur tornare a credere che è urgente raccontare ai nostri figli la storia dei Padri, e di Abramo, e della discendenza e di quel per sempre che è l’unica cosa che conta.

Bisognerà pur tornare a credere che questa Chiesa deve perdere, perdere ancora tanti pezzi, perdere potere, perdere ricchezze, perdere centralità, perdere la paura di aver vergogna, perdere la maschera che ci impedisce di mostrarci per quel che siamo: poveri e mendicanti. E finalmente credibili.  

Serve di tornare a credere che questo tempo che stiamo vivendo, tempo di perdita della faccia, è periodo prezioso. Perché ci resterà da balbettare solo ed esclusivamente il Magnificat. Del bisogno di essere salvati, e di una promessa. Che da millenni si racconta.

Bisognerà pur credere che un giorno chiederemo scusa per la nostra incapacità di raccontare dei padri e di Abramo e di noi, come discendenza, di una promessa che ha giurato che l’Amore è per sempre. Bisognerà pur tornare a credere nella forza del racconto biblico, e a raccontarlo e a viverlo, e a crederci davvero.

Bisognerà pur tornare a credere che abbiamo smarrito l’essenziale ma che un piccolo resto, inutile, deriso e periferico può salvarlo. Che questo resto c’è. Anche se non lo vediamo. E che c’è un resto anche in noi, sepolto sotto i detriti delle nostre sicurezze, incastrato tra le nostre sterilità e verginità, nascosto oltre i monti, un resto che ancora crede nel Dio della promessa, della storia, della Bibbia.

Che l’attenzione venga catalizzata dalla Chiesa e dalla sua struttura, non è un problema, forse è solo azione diversiva. Bisognerà pur credere che la Verità è partigiana, e si nasconde dove qualcuno ancora racconta e vive con povertà e mitezza, che la Verità è guerriglia che scompagina i potenti, che ci sia da qualche parte in noi il coraggio di un Magnificat che chiede di essere cantato. Che c’è una storia più grande di noi, storia di mendicanti fiduciosi che solo l’Amore sia per sempre.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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