don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 14 Marzo 2021

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Nostalgia d’eresia

Quarta domenica di Quaresima anno B 2021

“Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte”

Non sentite anche voi nostalgia di una notte? Di tornare ad essere frastornati da un amore inatteso, sconvolgente, complesso ed esigente? Non sentite anche voi nostalgia di Nicodemo e del suo coraggio?

Non sentite anche voi il bisogno di riappropriarsi della notte, di una fede che preveda lo smarrimento, il freddo, la lotta? Di una fede che non finga di non vedere le paure che ci portiamo dentro, che accetti il rischio di non riuscire a sfogliare in luce di resurrezione le lamiere che incartano il nostro cuore? Non sentite anche voi il bisogno di essere presi sul serio?

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto”

Cosa è rimasto di quel serpente inchiodato alla croce? Cosa è rimasto ora? Insegne luminose, farmaceutiche cosmesi, liturgie analgesiche, estetiche interpretazioni. Ma davvero non meritiamo almeno un eretico, uno solo, uno che prenda a sassate il neon rassicurante e che ci riporti alle notti, vere e severe dell’incontro con la Sua Parola?

Ma gli eretici hanno la fede che strappa la carne e sfigura il sistema.

E lo stiamo pagando ormai da tempo il prezzo di pastorali svuotate, di spazi parrocchiali aggregativi dove invece la Spada del Verbo doveva disgregare e ferire. Aprire. Non abbiamo creduto davvero che nel Tempio alla Madre fu detto che lui era spada a trafiggere i cuori.

Davvero dobbiamo continuare ad accontentarci di queste provocazioni tenere da saltimbanchi? Non possono fare di più, capite? Non possiamo pretenderlo da loro, che si mascherino pure ma non chiamatela blasfemia, è la tenera impotenza del chierichetto che canta il capriccio di non essere stato accolto nel coro. Tenerezza. E tenero pure chi crede di riparare con antiche litanie.

Davvero dobbiamo accontentarci delle beghe di cortile e di teologi sorridenti e catechismi leggeri? Non sentite anche voi nostalgia di pensiero, di contenuto. Confronto sulla fede e su questa vita sanguinosa. Non sentite anche voi che serve una fede in grado di reggere il confronto con le bare sfilate sui mezzi militari l’anno scorso sull’asfalto della mia terra d’origine?  Nostalgia di un corpo a corpo con la Verità.

Io credo che almeno per pietà qualcuno potrebbe provare un pensiero avvelenato, uno di quelli che fanno paura, striscianti, da inchiodare alla croce, qualcuno potrebbe avere pietà di noi qualcuno scorretto e totalmente solo, libero, qualcuno che accetti la vocazione di farsi inchiodare. Come serpente nel deserto, almeno per farci alzare lo sguardo, almeno per un attimo. Ci sarà qualcuno con una fede così grande da osare l’eresia?

“Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.

Vorrà pur dire ancora qualcosa questo Figlio innalzato Crocifisso in luminosa Ascensione? Non sentite anche voi la nostalgia di questo amore scandaloso? Amore lacerato immerso nel liquido amniotico del male, Calvario incatramato da bestemmie di alto livello teologico “scendi dalla croce”, dicevano, e ci credevano. Bisogna credere tanto perché la bestemmia non sia solo cattivo gusto.

In questo confuso tempo latitano gli eretici, che sono credenti lucidi e delusi, meravigliosi slanci di visioni, credibili solo sul rogo, bruciati da coerenza antica, coraggiose solitudini.

Gesù è morto da eretico, mi pare.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”

Non è questione di creare alternative al mondo, cattolici disegni di presunta perfezione, lasciamo che siano le utopie a sfarinarsi nel tempo, il Vangelo chiede altro, chiede di partorire figli in un delirio d’amore.

Dare il Figlio al mondo, così dice, e quindi dentro, dentro, dentro questa notte perversa deve scorrere la lava incandescente del divino, fino all’eruzione finale, violenta luce della pace senza tramonto.

A questo mondo omicida per mano di vignaioli ormai ubriachi e stanchi bisogna continuare a darlo il nostro figlio innocente e coraggioso. Partorire senza ritegno parole, gesti, intuizioni, ribellioni, carri bestiame da macello, treni senza ritorno. Non siete stanchi anche voi di parole che non pagano con la vita il prezzo di essere pronunciate?

Senza sangue la tenerezza, la dolcezza, la resilienza e il carro delle parole moderne sono solo sbadigli di moda, trabocchetti furbi dell’unico pensiero, tradimenti del Verbo.


Imploriamo veri conservatori. Quelli capaci di un passo indietro, ancora più vicini all’Origine.

Torniamo a conservare lo stupore, torniamo a conservare il coraggio delle notti, torniamo all’incandescente, a prima della banale retorica di ogni schieramento, torniamo all’incoscienza del dono di un Padre, torniamo alla feroce fedeltà del Figlio. Torniamo a conservare l’eretico scandalo di un Dio inchiodato per amore, di questo Dio inchiodato alla nostra carme. Torniamo al Calvario. Al Sepolcro. Torniamo, risorti e pronti a morire, da capo.

Conserviamo il silenzio smarrito che sbocciò sul Calvario dove finalmente nessun angelo fermava la lama, dove nessun ariete prese il Suo posto, nessun Isacco sorridente riportato in vita. Torniamo sul Calvario, dove si impara che solo la morte svela il cuore del tempio, squarcia il velo del sacro cuore d’ogni uomo.

“perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Torniamo a credere? Come chiunque non voglia morire senza essere nato. Torniamo a credere che il Vangelo salvi da noi stessi e dalla nostra mediocrità, salvi dalla confusione delle immagini, da una vita che si scolla, che si scioglie. Bisogna crederci per essere salvati, credere di essere amati, credere che siamo più di quel che mostriamo.

Tornare a credere che meritiamo di più, che possiamo di più. Credere che li possiamo reggere i pugni della vita e le lotte e i conflitti, che non si può nascere senza travaglio. Che il Vangelo sia un ruggito e un graffio, una ferita da cui si nasce e si rinasce.

Credere che si possa tornare a far parlare i poeti purché non spaccino linguaggi addomesticati.

Credere che si possa tornare a bruciare per un’eresia chiamata amore.

Credere che si continua a uccidere anche senza spargimento di sangue, è solo una morte all’apparenza più pulita, più silenziosa.

“ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

Perché la condanna è nella vita che scegliamo di preservare.

Condannati a essere eterni semi sospesi, lontani dalla terra assassina e feconda.

“La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».  

Solo in piena notte Nicodemo può sentir parlare di luce,

e può credere

che la Verità passi prima dalla nostalgia, trafigga

la fame, il desiderio

di scardinare albe nuove.

Solo in piena notte Nicodemo può rinascere,

perché sopravvive al fascino delle tenebre,

rimanere nascosti, impantanati nell’oblio

innati,

innati

al riparo di una luce che chiama

al rischio della terra.

Nascere è il primo passo per iniziarsi alla morte.

Solo nel cuore della notte Nicodemo può

stringere il nodo,

tornare a parlare di verità,

sapendo che si paga

con la vita,

che solo il potere può chiedersi

cosa

cosa sia,

la verità

per l’eretico non esiste verità

disincarnata.

Portarla alla luce nella carne,

legarla all’opera

di essere al mondo,

nascere, e riconoscersi nell’eretica epigrafe

io sono

la Via,

la Vita,

Io sono la Verità.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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