don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 13 Settembre 2020

Chi mi chiederĂ  scusa?

La vita accade, la vita è splendida, la vita spesso fa male. La vita lascia cicatrici che non si possono scusare. Settanta volte sette è il dolore, settanta volte sette l’ingiustizia, settanta volte sette è il male. Settanta volte sette, non si può dimenticare ciò che non si deve dimenticare. Bisognerà smettere di maltrattare il “perdono”, concetto avvilito, ridotto a colpo di spugna sulle cattiverie umane. Bisognerà far saltare quel legame pericoloso che riduce la fede alla presunta capacità di sorridere al carnefice. Bisognerà avere il coraggio di guardarla in faccia questa vita: cosa vuol dire perdonare chi ti ha massacrato di botte un figlio? Cosa vuole dire perdonare chi per interessi economici non ha saputo garantire la salute di tuo padre? Come si fa a perdonare chi ammazza l’amore della tua vita? Cosa vuol dire perdonare chi stupra, chi umilia, chi usa la tua fiducia per tradirti?

Bisognerà prendere sul serio il lato oscuro della vita prima di parlare di perdono. E poi, quando si è trovata l’onestà di riconoscere che la vita è ingiusta e perversa, che qualcuno dalla vita è umiliato, che non c’è giustizia uguale per tutti, a quel punto, e solo a quel punto, provare a comprendere come starci in questa vita. Come rimanerci. Come accettare comunque di viverla.

“Rancore e ira sono cose terribili” dice Siracide. Però “sono cose”, esistono, ci abitano, sono il grido spesso giusto contro una promessa alla felicità disattesa. Saranno terribili ma ci sono. E vanno riconosciute. Rancore e ira sono indicano che siamo vivi e che non ci siamo ancora assuefatti al male e all’ingiustizia. Io non so cosa sia il perdono, so che la Bibbia mi indica una lotta da intraprendere, lotta che non avrà fine prima del giorno della mia morte, lotta per non lasciare che il rancore e l’ira si prendano tutto di me e sfigurino la mia vita. Una lotta. Perché se mi hanno fatto del male, io sarò arrabbiato e il rancore spesso uscirà dalla bocca e dal cuore e strariperà in pianto. E io in quel momento non mi sentirò in colpa, lo riconoscerò, lo chiamerò per nome, mi accetterò come abitato dall’ira. Ma penso anche alle persone a cui io ho fatto del male, sicuramente senza volerlo, ma non pretendo che non abbiano rancore verso di me. Lo accolgo. Non pretendo che il perdono cancelli. Sono abbastanza vecchio da sentirmi complice del male. Mi riconosco causa di ira e di rancore.

Poi leggo Siracide e quello che posso fare è “ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte” e allora penso davvero a quel limite ultimo che è la morte, quella che ho visto tante volte, quell’ultimo respiro, quel passo verso l’ignoto. Penso quotidianamente alla morte, lo faccio spesso guardano l’immensità dei boschi che mi ospitano, lascio andare lo sguardo e penso alle tante persone che non ci sono più. Io non so cosa sia il perdono ma so che mi è utile sentire il vento muovere le fronde di alberi che erano molto prima di me e che saranno molto dopo la mia morte. Io non so cosa sia il perdono ma sento che il vento un poco disperde ira e rancore. E io sto meglio. E non c’è bisogno di dimenticare, le cicatrici restano, ma il fiato del Silenzio almeno le accarezza.

Io non so cosa sia perdono ma leggo Siracide e credo in lui quando consiglia di pensare alla “dissoluzione”. Attorno a me c’è una natura che prima di ricominciare dissolve. E io respiro questa dissoluzione. Sento che c’è saggezza in questo. Non so cosa sia perdono ma sento la forza di tanto dolore dissolto. Penso alle morti antiche, ai volti dimenticati, a volte penso ai caduti in guerre che nessuno ricorda nemmeno più. Dove è finito tutto quel dolore? Penso che io sono solo un pezzetto, unico ma anche infinitamente piccolo. Non ho paura, sento che anche per me arriverà la dissoluzione. Sento che è già iniziata. Spero solo che qualcuno mi accolga. Questa è la mia fede. Qualcuno che teneramente prenda l’ultimo respiro e piangendo mi chieda perdono. Per una vita che non ho chiesto e che non è stata semplice. Per il troppo dolore. Per avermi chiesto di indossare abiti scomodi. Perdono per questo cuore che mi son ritrovato in petto e che si porta dentro un senso di inadeguatezza e di colpevolezza pesanti. Che fa piangere. Del mio pentimento sono già sicuro, come anche che Lui lo riconosca e commosso lo accolga.

“Nessuno di noi vive per se stesso”, intanto cerco qualcuno per cui vivere, perché senza qualcuno da amare rancore e ira avrebbero facilmente la meglio su di me. Cerco qualcuno da amare e mi spiace non avere figli da benedire, forse anche per questo qualcuno mi chiederà perdono. Cerco di capire per chi vivo, cerco di trovare un modo per far sentire la mia presenza. Non so cosa sia il perdono ma so che non posso certo vivere per me stesso. Che l’amore cerca sempre qualcuno e che ira e rancore possono impedire questo approdo vitale.

E poi non sette ma settanta volte sette. Non so cosa sia perdono ma comprendo, grazie al Vangelo, che l’unica strada per non morire risentito con la vita, per non morire tradendo l’amore è quella di allargare, di allargare sempre, di lasciar andare il cuore dietro a quello sguardo. Cercare un orizzonte infinito, guardare il cielo e lasciar andare. No che non dimenticherò, no che il male non passerà, certo che il dolore subito sarà ancora e sempre presente e mi avrà cambiato i connotati del cuore e avrà spento un po’ la luce negli occhi, certo che nulla tornerà come prima ma io avrò passato almeno la vita a dilatare per non implodere, a lasciar andare per non chiudere le mani a pugno. E piangerò, e alzerò la voce, e scaglierò domande verso il cielo come si scagliano sassi contro un nemico. E non capirò cosa sia perdono, ma avrò lottato per non implodere nel risentimento.

Non so cosa sia perdono ma giuro, continuerò a pensare alla fine, e la invocherò come si invoca un miracolo, un limite a tutto il dolore del mondo. Al dolore di ieri, di oggi, di domani. Al mio dolore, che spero trovi sempre il coraggio per legarsi a quello degli altri. Non so cosa sia perdono ma implorerò la dissoluzione che viene, come carezza leggera, a dissipare le sofferenze. A diluirle nell’Eterno. Penserò a me, non sono altro che cento denari lanciati in un tesoro da diecimila talenti.

Non so cosa sia perdono ma credo che passerò la vita a pensare alla morte, come unico approdo credibile, come unica speranza, come si pensa a un ritorno a casa, non dimenticherò il dolore inflitto e quello subito, conterò le cicatrici e piangerò per le persone che ho ferito, non ci sarà pacificazione solo un cammino verso la morte, per fortuna. Camminerò verso una porta cercando di prepararmi a mettere gli occhi nell’Amore. Non so cosa sia perdono, spero solo di essere tanto occupato dal cammino da non rimanere incagliato nell’odio e nel rancore.


AUTORE: don Alessandro Dehò
FONTE: Sito personale
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