don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 13 Marzo 2022

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Rabdomanti di luce

Gesù prende con sé, atto di rapina, di scelta, vocazione nella vocazione, ne chiama solo tre, atto di deliberata esclusione, vengono chiamati per nome, Pietro, Giovanni e Giacomo, esistenze trascinate su un monte, volti affondati nel silenzio della sua preghiera.

Otto giorni prima il Mastro ammutolì i suoi amici: è necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto, sia condannato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, sia messo a morte e risorga il terzo giorno (…) se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la propria croce ogni giorno e mi segua poiché chi vorrà salvare la propria vita la perderà ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà (…) se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui…”, e poi silenzio. Non si può comprendere la pagina odierna senza portarsi sul monte, fardello insostenibile, la dolorosa profezia. Otto giorni da quelle parole, lasso di tempo altamente simbolico, rottura dell’argine del settimo giorno, otto giorni in cui, secondo la narrazione del vangelo, non succede niente di rilevante. Tempo di macerazione nell’annuncio dello scandalo poi: la Trasfigurazione.

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Tutto si muove nel calco di Esodo, trasfigurazione non è la concessione paternalistica di uno spiraglio di resurrezione prima del tempo, è invece completa immersione nel mistero della morte, arte del passaggio, ricamo di una speranza a caro prezzo, la morte non è annullata ma sedotta, Cristo si inabissa e noi con lui, a rischio perdizione. Eppure si intuisce, la morte è luogo fondamentale, senza l’esperienza della morte le apparenze rimarrebbero inscalfibili, resisterle è vera tentazione, rifiutare la croce è vergognoso tradimento della nostra natura profonda. Senza l’approdo a Gerusalemme, senza la crocifissione della carne, la luce resterebbe sepolta.

Il volto di Cristo cambia d’aspetto, la veste candida e sfolgorante, l’intimità con il divino svela la luce profonda che lo abita, esperienza di spogliazione, di deposizione delle apparenze, sfida a reggere ciò che emerge, qualsiasi cosa emerga. Trasfigurare la vita è perdere ogni maschera, lasciar cadere ogni ruolo, cosa c’è dietro il nostro volto, il nostro nome, la paziente costruzione della nostra immagine? Cosa rimane alla fine? Come reggere l’urto della luce che spinge da dentro?

La folgorazione dell’incontro con il divino è una lama che non lascia scampo, nessuna ombra possibile, nessuna ambiguità, svelati a noi stessi, implacabile nudità del nostro cuore, la trasfigurazione è la morte delle apparenze, è la vittoria definitiva della luce che ci abita.

L’esperienza spirituale è durissima, non a caso appare Mosè, il complice di Dio, cosa si muove nel cuore dell’uomo quando non ha più nessun faraone da incolpare? Cosa tiene prigioniero davvero il suo cuore? Mosè è il simbolo di un popolo che ha dovuto fare i conti con la ferocia della libertà, uomini e donne che senza un capro espiatorio, un tiranno, hanno avuto bisogno di dieci parole per non massacrare il fratello. Mosè è il complice di un Dio che svela il faraone che ogni uomo si porta dentro. Mosè è l’uncino della Legge a scalfire le durezze, è la perseveranza, la fede di Dio nei confronti della luce che abita ogni uomo. Nonostante tutto. Trasfigurare è portare alla luce.

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Gesù raccoglie la sfida, cosa ci impedisce la libertà? La malattia, il peccato, la paura, la morte? In tre anni infilzerà ogni tentazione umana, libererà l’uomo dalla possibilità di trovare alibi e imporrà la scelta: esci da te stesso, rinnega ciò che sei, deponi le ombre di questo esodo chiamato vita e crocifiggiti al Padre. L’unica opposizione alla luce è credere di essere già illuminati.

Di morte parla Cristo con Mosè, parla di come liberare luce, del prezzo altissimo, parla del suo esodo. E ne parla anche con Elia, profeta del fuoco che arde, consuma, illumina, trasfigura, infuocata porta che espone finalmente all’Altro.

Gesù sta pregando, non possiamo dimenticarlo, la trasfigurazione è l’immersione in un’esperienza che scrosta le apparenze, che spezza i legami, che trascende perfino la carne, che apre ferite nel mondo e nelle sue forme, e questo è possibile solo nella lotta della preghiera. La preghiera è la Creazione che si lasica squartare per lasciar fluire la luce, per assimilarsi all’Infinito. La paura, la paura vera è quella di smarrirsi, aggrapparsi con ogni forza, addormentarsi nel reale. Invece pregare, che non è recitare preghiere, invece pregare, che è aggrapparsi al visibile per liberarlo dalle ombre, permettere a ogni cosa di tornare a casa, anche a noi stessi, trasfigurarci in Lui.

Ma a quella casa a cui tornare bisogna prima crederci, sentirne la nostalgia, bisogna prima innamorarsi della luce altrimenti la richiesta risulta incomprensibile e disumana. Pregare è imparare a riconoscere luce in ogni cosa, sono mani che scavano a liberare, a spostare macerie, sono mani che sentono la profondità luminosa dell’essere umano. Pregare è liberare la luce in ogni cosa, e permetterle di tornare a casa.

Pietro, Giacomo e Giovanni non reggono, chiudono gli occhi, si difendono affidandosi al buio, implorando di restare aggrappati al reale (tre capanne) e perdendo ogni legame con la realtà profonda delle cose (Pietro “non sapeva quello che diceva”).

Non resta che una nube, alla fine, ad avvolgerli di paura, e una voce, come se la luce stessa implorasse libertà. E noi in quella nube, persi, dispersi, ansiosi di ancorarci a qualcosa.

Oppure desiderosi di incominciare a pregare davvero, per lasciarsi trafiggere e stupire, finalmente, della luce che ci abita e chi ci trasfigura a Lui.  Ma serve un cammino, quello verso Gerusalemme, dove il Maestro subirà il massacro, sfigurato nell’aspetto, macellato come vittima, scenderà nel luogo più profondo della perdizione umana e lì, dal punto più basso, si consegnerà, luce a trasfigurarsi nelle mani del Padre. E così sarà anche dal sepolcro, niente e nessuno riuscirà a contenerlo, il suo corpo diventato preghiera si trasfigurerà nel Padre. A questo siamo chiamati, anche se ci pare troppo.

La Trasfigurazione non è una finestra sulla resurrezione che sarà ma, al contrario, è la conferma che la resurrezione inizia qui, adesso, in ogni cosa, suscitando albe dai nostri tramonti, credendo che ogni uomo è chiamato a “venire alla luce”, nascita, e che questo esodo chiamato vita non è altro che lo spazio tempo in cui possiamo imparare l’arte di essere rabdomanti di luce.  

Serve urgentemente qualcuno che con occhi innamorati giuri che vede luce anche in noi, magari sommersa e nascosta, ma che la vede. E serve di fidarsi, perdersi e fidarsi, uscire da noi stessi e crocifiggersi al divino.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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