don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 1 Agosto 2021

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Sono io, IO SONO

Diciottesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Lo volevano fare re, d’altronde moltiplicava pane, sapeva i bisogni delle persone, sapeva riempire il vuoto scavato dalla fame, poteva farlo il re, in fondo con quel miracolo si era candidato. Qualcuno lo ha eletto, ci crede ancora, che Lui riempia.

Ma poi Gesù scappa, scappa dal suo stesso miracolo, si lascia alle spalle dodici ceste di pane avanzato e la meraviglia delle persone che nemmeno si accorgono che lui se ne sta andando. Chissà se questo significa già che se non siamo affamati ci sfuggono le cose essenziali della vita.

Gesù scappa da un miracolo che lui stesso ha compiuto, dai suoi effetti, come se fosse pentito da come sono andate le cose. La domanda che compare sulle sue labbra (e che è riportata dal Vangelo di oggi) è teneramente ingenua “voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani”, perché poteva essere altrimenti? Come puoi, se sei affamato, cercare segni? Vedi il pane, hai fame di pane, ti basta il pane, poco importa da dove viene e cosa chiede, il pane basta. E così è la vita. E così sarà sempre.

Procedo in questa riflessione a piccoli passi incerti, mi scuserete, non sto fingendo, sto cercando anche io, elemosino punti di riferimento. Sono dubbi a voce alta, non me ne vergogno.

Provo a sostare sul brano presente ma non riesco a stare solo qui, mi sembra che Gesù sia in fase di passaggio, mi sembra che questa pagina amara, quella che abbiamo appena letto, sia una specie di monologo che il Maestro rivolge a se stesso per convincersi, per trovare il coraggio di uscire dalla logica del bisogno di pane soddisfatto ed entrare in quella del muto segno che delude, che tradisce le attese. Mi sembra che Gesù stia dicendo a se stesso che deve trovare il coraggio per reggere di rimanere solo Segno davanti alle fami di giustizia, di amore, di vita delle persone. Gesù deve trovare il coraggio di tradire il bisogno dell’uomo. E quindi sono come trascinato in avanti, il pane non è segno facile da intuire perché risponde a un bisogno, solo segno senza sarà il cadavere aperto dalla violenza, sarà il cadavere in croce, lì esploderà tragica la domanda, lì non ci si potrà sedere sfamati e contenti. Segno sarà il sepolcro, fornace definitiva. Segno sarà solo il profumo fragrante della Resurrezione, ma segno solo per pochi, per i pochi cercatori rimasti, per chi sentirà la scia di nardo nel luogo di morte.

Lo trovarono di là del mare

Mi chiedo cosa sia un “segno”. Gesù vuole disseminare di “segni” la vita, Gesù entra nell’intimo del reale, di ogni cosa che si vede, per dire che quello è solo il simbolo, la scorza, che la verità di quel che vediamo è oltre ciò che percepiamo. Segno saranno i miracoli, le parole e perfino i silenzi. Segno sarà la sua presenza. Tutto è segno. Il pane è più del pane, Gesù si muove nel mondo come per svelare che ogni cosa che si manifesta agli occhi e al tatto è il punto di equilibrio tra due estremi: la trascendenza, figlia di un altezza immensa custodita nei cieli e il pozzo profondo dell’interiorità. Come se la vita fosse un equilibrio transitorio di un mondo vertiginoso, una specie di teatro di ombre, una enorme poesia dove il filo d’inchiostro è solo il segno di una Verità vertiginosa. Che bussa da un Altrove infinito.

Gesù attraversa il mare, come a voler dire che ogni cosa nasconde dentro di sé un mare da salpare. Il mare è la trascendenza e la profondità, come dire che c’è un Infinito da attraversare nel cuore di tutte le cose che vediamo. Ecco il Segno.

Mi affascina e mi fa paura questa visione delle cose. Davvero siamo segni? Davvero le persone che ho incontrato erano segni? Mi sono innamorato di scorze che però avevano il loro senso in Dio? Siamo solo ombre che dicono Altro? Siamo l’estremità di un mare, il molo utile per permettere l’approdo in Lui? Mi ripeto e ne sono convinto che è indispensabile il reale, che essere Segno divino è commovente, che Dio abiti il visibile per camminarci incontro è qualcosa di immenso, eppure. Eppure mi resta un senso di paura e smarrimento, il reale non diventerebbe così solo lo spazio usato da Dio per portarci a lui? Mi basta? Ma forse la mia vera paura è altra.

Forse ho solo paura di pensare che le persone che sono morte, che non sono più qui, quelle che sono state segno dell’Amore ora non hanno più senso di esistere perché abitano già in Lui, perché hanno esaurito il loro essere Segno. Così ho paura che il reale, quello di cui faccio esperienza vada perduto, e non riuscirei a sopportarlo, mi fa paura.  

Chiedo al Signore che ami anche le bucce, queste croste di infinito che siamo, chiedo a Lui di usarci se vuole, siamo segni, ma che poi non ci dimentichi. Che ci raccolga. Inutili scarti che hanno balbettato di quel che avevano intuito. Amati scarti.

Perché Cristo lo ha amato questo mondo, con tutto se stesso. Questo mi ripeto. Ne ha amato la anche la polvere. Mi tranquillizzo.

Ma poi incalza ancora:

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna”

Procedo a piccoli pensieri, mi pare che tutto ciò che è legato alla mia vita non possa durare, morirà con me, mi sto dando da fare solo per cose destinate alla morte. Ma può essere diversamente? Cosa rimane di una vita, cosa c’è di eterno in questo ciclo di ripetizioni quotidiane? Non voglio scivolare subito sulla parola Amore, mi pare una mossa furba, e poi certo che amiamo ma amiamo cose e persone che muoiono. Gesù parla di un legame con Colui che lo ha mandato. Siamo al mondo per scoprire questo legame? Mi guardo attorno, sono solo, una parete di libri davanti a me. A sinistra una finestra che prova a contenere il verde luminoso della natura. Dulcinea abbaia. Tutto questo morirà, io morirò, di eterno cosa rimarrà? Il legame con colui che manda vita sulla terra? Tutto ciò che esiste è solo una porta di accesso all’Origine? Siamo veli da svelare? Siamo balbettii dell’Eterno? Ma tutta questa vita Signore la salverai una volta che saremo faccia a faccia con te? E cose ce ne faremo se è solo segno? Mi perdo, mi sembra di smarrirmi, di confondere…

Non è Mosè che vi ha dato il pane del cielo, ma è il Padre

Gesù dopo aver moltiplicato pane vorrebbe che noi sentissimo in ogni morso di fragranza la carezza del Padre. Non è Mosè, dice. Mosè era solo un mezzo. Tutto si sgretola, ogni istituzione, ogni volto, ogni parola, ogni sacramento si disfa. Come Mosè. Indispensabili solo per l’attimo in cui la congiunzione tra finito e Infinito si fa presente e poi basta. Passa, muore, rimane il Cielo. Ascolto il Vangelo e tutto, ma proprio tutto, si relativizza, tutto mi pare indispensabile e al tempo stesso eccessivo, tutto scorre, tutto ha senso per l’attimo esatto in cui riesce a mostrare l’Infinito. Niente da trattenere, nemmeno Mosè, che ha senso solo come mediatore dell’Onnipotente. Tutto scorre, è una libertà feroce e tragica.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
Gesù si presenta come la trasparenza dell’Infinito. Non è più Mosè, non è più nemmeno il Nazareno, è l’Io sono. Questo vuol dire essere Segno? Diventare manifestazione dell’Io Sono? Solo questo resta? Solo in questa direzione dobbiamo muoverci? Ho paura di chiedermi se anche solo per un momento sono stato trasparenza del Padre. Ho terrore perché nella mia vita vedo solo tonnellate di pane, accumuli di pane alle mie spalle, montagne di pane per tentare di riempire i miei bisogni prima di quelli degli altri.

Ho paura di smarrirmi Signore, ho una paura terribile di dissolvermi per Te, lo capisci?

Tra le mani ora tengo un frammento di pane, minimo, inutile, una particola, un filo di quasi niente, non avanzerà. Il mio copro nemmeno si accorgerà di aver mangiato pane consacrato. Quel pane sparirà in me. Rimarrò solo io, io solo, un cratere si apre dal fondo al cuore, la preghiera di un Dio che per amore chiede di abitare le mie carni, mi ringrazia. Dalle profondità il pianto divino che supplica il mio respiro, mi chiede di poter rimanere in vita. Dall’alto il Soffio a chiedere casa. L’io sono e il sono io che si toccano. Mi sento per un attimo Segno, per un attimo eterno, per un attimo siamo Lui. Dura solo il tempo di un battito d’ali, poi il mare, un mare che si apre a perdita d’occhio in ogni direzione. Mi ritroverò per sempre solo di là dal mare. Per ora sono solo frammenti e tremori, equilibrismi sulla corda sospesa tra l’estasi e la blasfemia. Mi sembra tutto troppo, mi sento niente. Eppure quando non mi credo, quando non credo in me stesso, mi pare di tradirlo. E allora torno a pregare:

Ama anche le bucce, queste croste di infinito che siamo,
usaci se vuoi, per amare si usa la vita,
siamo solo segni, ma non dimenticarti di noi una volta che saremo in Te.
Raccoglici.
Inutili scarti che hanno balbettato di quel che avevano intuito,
ma con poesia, ci abbiamo creduto.
Amati scarti, ma con un nome e una storia.
Non smettere di chiamarci per nome.
Salva la nostra storia.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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