Dave Hach – Commento al Vangelo del 24 Gennaio 2021

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«Se credi ciò che ti piace dei vangeli, e rifiuti quello che non ti piace, non è nei vangeli che credi, ma in te stesso». (Sant’Agostino)

Vediamo, quest’oggi, di entrare da discepoli del nostro Maestro nella novità, quasi nella concitazione di questa proclamazione, che Gesù fece a voce alta nella sua prima predica, il suo primo kèrigma: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Sicuramente il Signore ha sollevato la vivissima attenzione di tutti con questo annuncio, lasciando intendere che bisogna veramente mutare radicalmente la rotta della propria vita, aderendo a Lui che salva e libera.

Sì, però davanti all’indecisione generale nell’aprire il proprio cuore alla conversione di Dio, che cosa si poteva fare?
Gesù risponderebbe: nella parola consuetissima di tutta la tradizione ebraica, attraversata da questo desiderio di purificazione e di conversione, proprio perché è stato lasciato Dio da parte, vi è l’invito a sollevare nuovamente lo sguardo al Padre con una serietà ed una fedeltà rinnovata, e lasciare che ci tocchi il cuore, ci salvi e ci trasformi.
A questo punto mi viene da domandare: perché, allora, è stato messo Dio da parte?

Spesso ci si difende sostenendo che si è troppo impegnati in tante attività più immediatamente pressanti, in distrazioni di vario genere. Può essere una spiegazione, ma vi è un’altra ben più profonda: abbiamo messo Dio da parte non solo per distrazione, ma anche per empietà, ossia perché Dio non lo vogliamo veramente, affermando con questo che l’essere umano può condurre tranquillamente la propria vita, che Dio esista oppure meno: «Etsi deus non daretur», Ugo Grozio.
Distrazione dunque o calcolo?

È probabile che tutte e due le spiegazioni si intreccino, si mescolino, e siano entrambe vere: vi è il momento della distrazione e vi è il momento della ribellione e dell’empietà. In tutti i casi, purtroppo, Dio è messo da parte.

Dinanzi a questa forma di “negazionismo”, diciamo con un po’ di rammarico, che è un momento critico sebbene la storia collettiva e quella del singolo siano sempre state poste di fonte alla crisi decisiva della scelta. Ebbene, il momento in cui il grido di Giona, ma soprattutto l’esortazione di Gesù, che invitano a guardare di nuovo Dio, deve diventare dominante, ora e sempre.

Una parte del nostro guardare in basso, del non guardare Dio, certamente nasce anche da un vago sentimento, provocato dalla paura, da quella, come dice Nietzsche, «cattiva coscienza»: «Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore», scrive l’apostolo Giovanni.

Infatti, la paura la incontriamo davanti alla Croce; e il grido che ci dice di guardare nuovamente Dio, è un grande invito alla Speranza.
La Parola di oggi, quindi, mette in evidenza alcuni aspetti della nostra disperazione umana. Paolo, ad esempio, insiste molto sulla provvisorietà delle cose, richiama questo senso del mero vivere nel tempo: «Il tempo si è fatto breve…». Parole che ci sembrano difficili da comprendere e da vivere, ma la freccia del tempo va avanti, non la ferma nessuno. E questo è diventato oggetto di grande tristezza per noi che avevamo smesso di guardare Dio e di consolarci nell’eterno di Dio.

Rallegriamoci, dunque, poiché siamo chiamati – per primi – a guardare Dio, ma abbiamo anche il dovere di avvertire gli altri con le parole rivolte da Gesù alla Samaritana: «è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori».

Torniamo, allora, ad alzare gli occhi a Colui che ci ama e ci salva, proprio perché siamo cristiani come lo è stato l’apostolo Paolo, che si è fatto missionario della novità che è Gesù, mettendo in pratica il comando del Signore: andate, predicate il Vangelo, battezzate.
Questo Vangelo risana, davvero; rende immune da ogni pericolo, guarisce questa umanità tentata di analizzare solo le proprie patologie, ma privata di un linguaggio che la metta in tensione verso la propria realizzazione.
E così comprendiamo che non esiste cristianesimo senza apostolato, senza missione, senza evangelizzazione.

Fonte: Facebook


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