Dave Hach – Commento al Vangelo del 14 Febbraio 2021

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«Il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione. È dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità». (Paolo IV)

Ammirare e imitare possono ben essere le nostre reazioni dinanzi alla pericope di questa domenica.
Ora, per sentirci il cuore colmo di un giusto sentimento di ammirazione, siamo invitati a cogliere il senso considerevole di questa pagina di Vangelo: non ci troviamo, infatti, davanti a una delle “ordinarie” guarigioni compiute da Gesù, perché, questa volta, colui che gli domanda di essere guarito è una persona lebbrosa.

Se questa persona è affetta da lebbra, siamo tenuti ad ampliare la comprensione di questo scenario. La persona lebbrosa, quindi, non è semplicemente un infermo; bensì è un morto civile, che non ha più diritto all’esistenza, in quanto è considerato un essere intoccabile. Il libro del Levitico dedica diverse pagine a questa triste condizione umana; infatti, la torah proibisce alla gente di toccare il lebbroso, perché è un essere impuro, pertanto deve restare solo, lontano da tutti, fuori della città. Non possiamo nemmeno immaginare questa situazione psicologica, che in altre culture, ancor’oggi, può far morire, proprio perché è impossibile resistere a tale umiliazione, giacché annullati dal gruppo degli esseri viventi.

Nella coscienza di Israele la lebbra, per di più, è legata ad un oscuro senso di colpa. Della lebbra si asserisce che Dio è irato, e, se non è strettamente inteso che il lebbroso sia il peccatore, in ogni caso egli porta in sé il segno dell’ira di Dio. Ve n’è più che a sufficienza per distruggere l’identità di una persona innocente; per questo dinanzi alla propria malattia il lebbroso si pone, con piena angoscia, questi interrogativi:
– Che cosa ho fatto per meritare questo male?
– Perché proprio a me?

Il lebbroso, dunque, rappresenta ben più che un caso patologico: incarna ciò che, per quei tempi, era lo stato della peggiore condizione umana, l’individuo derelitto e solo, isolato da tutti, privato anche del dono della compassione da parte dei suoi simili.
Questa vicenda assume, pertanto, dimensioni molto ampie e significative, perché si è davanti a questa persona ridotta nella peggiore condizione possibile, purtuttavia Gesù decide di esprimere la Sua somma misericordia: quando vede la persona malata che lo supplica e chiede la guarigione, si lascia pienamente raggiungere dal suo messaggio disperato.
L’evangelista Marco nota infatti che Gesù «ne ebbe compassione» – cioè mosso dal cuore, poiché il movimento di Dio verso la nostra tragedia umana comincia dal cuore – «tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!»»; al di là di ogni proibizione della Legge, perché l’amore è più grande della Legge.

La via a cui è ora invitata la persona sanata è quella della croce e non del trionfo. In questa luce, si intuisce come la tradizione cristiana non si sia lasciata prendere dall’evento clamoroso in sé, bensì dalla sua espressione simbolica. La guarigione della persona lebbrosa è stata, così, intesa come un segno dell’assoluzione dalla lebbra del peccato.

Tenendo presente questo scenario storico e teologico dell’Antico Testamento, riusciamo a far splendere in pienezza lo scenario evangelico, dove Gesù stabilisce una relazione nuova con i lebbrosi. Infatti, Gesù non li si sottrae, come stabiliva il Levitico, bensì «Ne ebbe compassione», letteralmente ebbe tenerezza nei confronti dell’afflizione disperata di un malato di lebbra.
La liturgia di questa domenica diventa, allora, in questa ridefinizione della vicenda della persona affetta da lebbra, un invito a sperare nel Salvatore dal male, a affidarsi a Lui, mettendo nelle Sue mani la propria lebbra interiore. È questa la condizione umana: una specie di malattia globale che in un modo o nell’altro ci travaglia tutti.

Nel Nuovo Testamento, continuamente, il Signore ribadisce questo Suo cuore compassionevole: «Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla». Ma anche senza il tralcio la vite non dà frutto; cioè, senza la nostra cooperazione Gesù non vuole operare nel mondo.

È un pensiero grande, anche terribile nella sua grandezza, tuttavia è vero. Gesù ci può chiedere se veramente noi siamo una parte viva di Lui, se Egli parla con la nostra bocca, guarda con i nostri occhi, tocca con la nostra mano. A questa osservazione così elementare dal punto di vista biblico, dobbiamo ancora rispondere che anche se già viviamo in qualche misura questa esperienza, potremmo viverla molto meglio se sempre ricordassimo che Egli vuole parlare, vedere, toccare attraverso di noi, e che ogni nostro atto deve rispecchiare il Suo.
Siamo in un cammino di perfezione cui non dobbiamo rinunciare, perché è questa la costruzione dell’essere umano che offriremo al Padre. Costruiamoci, dunque, secondo il suo progetto, lasciamoci anche noi muovere a compassione, stendiamo anche noi la mano a toccare il malato di lebbra, ben sapendo che ogni volta che, respingiamo qualcuno, passiamo oltre o cerchiamo di usarlo per il nostro vantaggio, lo umiliamo e lo mortifichiamo – secondo uno stile di prepotenza o di egoismo – facendo di lui un lebbroso.
Rimane, comunque, in questo scenario il valore altissimo del «compatire» dolce e forte di Gesù nei confronti del mondo degli ultimi. Oggi, forse, la nuova lebbra può prendere nomi diversi, può chiamarsi verosimilmente droga, può rivestire i mille volti dell’emarginazione.
Il cristiano autentico deve, allora, proseguire a camminare come il suo Signore sulle vie dei lebbrosi, provando «compassione» autentica, stendendo le loro mani, toccando le loro piaghe esterne ed interne, e implorando dall’Unico che può salvare la guarigione e la liberazione.

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